aprile 27, 2007

tragedie in due battute, cinque

Rimozioni

Personaggi:
Adamo
Isaac Newton

I due noti personaggi camminano lentamente all’ombra di un piccolo viale alberato. Sono vecchi, la loro andatura è stanca. Stanno a lungo in silenzio, poi, ogni tanto, si scambiano una battuta. Anche i loro pensieri sembrano ostacolati da qualche amnesia.

Newton: Certo che con la storia della mela l’hai combinata grossa.
Adamo: Sì, ma allora che ne  sapevo di quel maledetto pomo, non potevo certo immaginare tutta  la… laaa…
Newton: Tutta laaa, cosa?
Adamo: Che c’era una certa graaa, graaa… Non mi viene il termine, una certaa. E aiutami, porcaeva!
Newton: Che ne so! Sei proprio rincoglionito.

Sipario

Vie d’uscita

Personaggi:
Teseo
Arianna

Un soggiorno poco illuminato, un divano. Teseo sta guardando una partita di calcio, Arianna sta cercando di risolvere un intricatissimo gioco della Settimana enigmistica.
Per qualche minuto si sente solo la tv. Poi Arianna sbuffa e abbandona la rivista.

Arianna: Senti, dobbiamo parlare.
Teseo: Dopo.
Arianna: No, subito. La nostra relazione è in crisi, dobbiamo ritrovare il filo.
Teseo: Mo’ mi hai rotto il cazzo con questa storia del filo!

Sipario

L’attesa

Personaggi:
Einstein
Il capostazione

La scena si svolge in una piccola stazione ferroviaria. Ci sono pochi viaggiatori che aspettano l’arrivo del treno. Alcuni passeggiano nervosamente, altri se ne stanno seduti su una logora panca  che sta in fondo al palcoscenico. Il capostazione consulta continuamente il suo orologio.
Dopo alcuni secondi, Einstein si alza dalla panchina e va incontro al capostazione.

Einstein: Mi scusi, ci saprebbe dire a quanto ammonta il ritardo?
Il capostazione: Dipende.
Einstein: Come sarebbe a dire?
Il capostazione: Non glielo so spiegare, pero è così. Ihihih, eheheh.

Sipario.

Un caso

Personaggi:
Un magistrato
Una donna

Un ufficio del palazzo di giustizia. Una pesante scrivania ricoperta di fascicoli. Il Gip, preme il pulsante dell’interfono e dice: “la faccia entrare”.
Si presenta una vecchina. E’ magrissima, un poco claudicante.

Il magistrato: Dunque lei è qui per delle dichiarazioni spontanee.
La donna: Sì è così.
Il magistrato: Il suo nominativo è Rosa, giusto? Il suo è un caso senza precedenti, pare.
La donna: Sì, bravo, come fa a saperlo?
Il magistrato (sorridendo): Ho studiato. (Pausa) Dunque, parli Rosa, l’ascolto.
La donna: Omnis culpa, omnis culpae, omni culpae…
Il magistrato: Che fa?
La donna: Declino ogni responsabilità.

Sipario

aprile 26, 2007

Istigato dagli amici di "Liberostronzo in libero mare" e dal solito Bartezzaghi,  ho cercato di approfondire un paio di cosette sulle sorti ( o sugli auspici) del costituendo Partito Democratico,
Un lettore del mitico Bart, nella rubrica Lessico e nuvole, faceva notare questa cosa qui:
"la sigla pd ( con la d minuscola) risulta un ambigramma naturale di simmetria centrale con la maggior parte dei caratteri tipografici". La dizione è tecnica, ma si riferisce a un gioco molto semplice. Se voi scrivete "p d" usando alcuni dei carattere più comuni e rovesciate il foglio da capo a piedi ritrovate ancora "p d", così come succede con il numero 69.

Mmmh, mi son detto, partiamo male: il tutto e il contrario di tutto.

E dunque ho visto che:
che intanto quando si dice partito unico non si può fare a meno di pensare che sarà proprio una bella impresa. Come si fa a  riunire due partiti che la pensano in modo così diverso e che hanno storie e tradizioni così distanti?
Ma infatti "partito unico"  è un classico esempio di ossimoro, se si pensa che partito è anche part.passato di partire,  inteso come dividere. Allora sarebbe più giusto dire Unico partito, in previsione della litigiosità.
Liti? Pace? Bah, staremo avedere. Per il momento  viene fuori anche un antipodo palindromo: liti tra partiti.

Il primo anagramma di partito democratico che  mi viene è: importo accredidato.
Oh mammamia, importo accreditato, riferito a un partito,  non è una cosa bella, fa pensare a vecchi, neanche poi tanto vecchi, fantasmi della cosidetta prima repubblica. E da lì il passo è breve per scoprire che c’è anche una  inquietante crittografia: partito per la tangente.
Ce ne sarebbero anche altre, per la verita, tipo: Partito per l’America o Partito in moto ( e qualche ottimista aggiungerà "sulla cresta dell’Honda")
 

A me, a ben guardare, gli auspici della parola non sembrano dei migliori. E neppure la commozione di Fassino al congresso m’è parsa di buon augurio.  Anche lì: dice addio alla  Quercia, il segretario, in lacrime. Pianta pianta. E poi dice di non fare troppi coccodrilli sulla morte della…biiip.
Ohibò, la vedo male, a me tutta questa roba mi sembra alquanto sinist… aaaargh, stavo per dire la parola impronunciabile!.

aprile 17, 2007

Quando Polanca è su un’altra frequenza te ne accorgi subito, si vede da come ti guarda. In queste circostanze è del tutto inutile tentare di dialogare con lui.
Ieri volevo parlare di quello che succede nel mondo, chiedergli un parere sulla strage nel campus americano, per esempio. Oppure  una battuta sul  congresso dei diesse, o sull’albero genealogico del nuovo magnifico partito e progressivo che stanno per fare.
“Hai sentito le ultime? Né Craxi né Berlinguer! Ma l’hanno detto in senso ironico, vero Polà ?” gli chiedo.
Non risponde.
E ancora: “Sembra uno scherzo che svolgano il congresso a pochi giorni dal “settantesimo” di Gramsci.”
Niente, è scuro in volto, punta lo sguardo di lato, finge di non sentire.
“Vuoi un’altra birra?”
“No”
Mi arrendo, oggi l’amico non è fra i mortali.
Sto per alzarmi, che quel silenzio, dopo un po’, diventa pesante.
 “Vado a pagare il conto, torno a casa."
 “No, aspetta, altri cinque minuti e andiamo.”
Allora lui si accende una sigaretta e parte con questa storia, una cosa che ha sentito da Graziano.
“Il nostro amico pittore?”
“Sì, lui”

E mi racconta di un tipo, uno che è da poco tornato a Nughes, dopo aver vissuto diversi anni in India, uno che avrà più o meno la nostra età.
Questo era rimasto folgorato dalle letture che aveva fatto da ragazzo, c’era rimasto sotto con la Beat Generation e compagnia bella. A tal punto che dopo il liceo aveva cominciato a lavorare sodo per farsi un po’ di soldi e partire. Voleva scoprire anche lui il fascino della filosofia orientale, fare un’esperienza mistica, tornare sui passi di Ginsberg, gli stessi passi di quella generazione perduta, perduto anche lui, trent’anni dopo.
“Insomma, il tipo parte e rimane in India. Lì si converte all’induismo e comincia un lungo periodo di meditazione e ascetismo. Studia il Dharma, il Karma, la reincarnazione, la tramigrazione dell’anima.
Di lui si perdono le notizie, per molti anni neppure la famiglia ne sa più niente.
Poi, quando nessuno più se l’aspetta, torna in Sardegna, richiamato, pare, dalla nostalgia di tutti i sardi, dalla terra che ci portiamo sempre sotto i piedi. Il padre, un vecchio contadino, lo accoglie come un figliol prodigo. “Se vuoi restare qui, devi tagliarti quella barba.” E lui se la taglia.
Un giorno, mentre sta passeggiando al corso, immerso in chissà quali pensieri, incontra un suo vecchio compagno di scuola. Sono subito feste, scatta all’istante il consueto revival di ricordi: e dove eri finito, ti ricordi la terza C, quanti anni sono passati, mi devi raccontare tutto…
Si infilano in un bar e continuano con il ripasso.
Il tipo, che è rimasto per tanto tempo in meditazione, ha un arretrato da riempire e comincia a parlare a tottu koddu, a tutta birra. Si informa sulla vita di Nughes, sugli altri ex compagni di classe, sulla politica locale e su mille altre questioni che ha perso di vista durante il suo viaggio. Poi, com’è come non è, comincia a parlare dei pastori sardi.
“Non sono più come una volta, la modernità li ha trasformati. Ora hanno un rapporto con gli animali che non gli fa onore. Hai visto come trattano le pecore? Non si accorgono di come soffrano quelle povere bestie quando le mungono con quelle assurde macchine o quando le tosano facendo gare di velocità con gli australiani. Se ce n’è una malata la ammazzano subito, anziché cercare di curarla. Quando macellano quei poveri agnelli, li scuoiano che sono ancora vivi. I pastori sardi hanno perso del tutto l’antico rapporto che avevano con la natura e l’universo, sono dei veri criminali.”
Il destino vuole che nel bar, vicino al bancone, ci siano due pastori. Hanno ascoltato tutto.
Dopo un po’, uno di loro, infastidito dalla filippica del tizio, si avvicina e gli dice:
“Ma tue chie ses? Chi sei per parlare così? Cosa fa tuo padre?”
“Mio padre faceva il contadino”
“E allora che ne sai della pastorizia? Dovresti parlare di fave. Di patate, al limite. Scommetto che sei uno di quelli che ha studiato in continente e crede di sapere tutto, di quelli che quando tornano qui pensano di poter pontificare su ogni cosa”
“ No, veramente ho studiato in India” replica, timidamente, il tipo.
“E cosa c’è in India una facoltà di veterinaria con indirizzo psicologico? Ti hanno insegnato a leggere il pensiero delle bestie?
“No, niente di tutto questo”
“E allora come fai a sapere quello che pensano le pecore di oggi. Ma soprattutto come fai a conoscere la condizione delle pecore nel secolo scorso, se tuo padre coltivava granoturco per venderlo ai pastori?”
“Lo so, lo so meglio di te”
“ Pruu poleee! E cosa sei Dio?”
“No, sono stato pecora.”

Ecco, Polanca mi ha raccontato questa storia. Non ha neanche riso.
Prima di andare via mi ha detto: “Le pecore hanno più memoria degli uomini”.

aprile 16, 2007

Ci sarà un motivo per cui continuo a chiamare "Maestro" il maestro Giorgio Flavio?  C’è,  e ben valido.
Non si tratta solo della stima che nutro nei suoi confronti, l’ammirazione per i  "Contos"  che ho "ascoltato"  a bocca aperta nel suo blog,  quando entrarvi era come sedersi  intorno a un camino per sentire le storie dei grandi;   non è solo la sua tecnica , la sua capacità di affabulazione, la precisione  della scrittura.
E’  anche questo, certo, ma è  soprattutto un suo costante  insegnamento a farmelo vedere come un maestro, una regola che vorrei sempre  tenere presente: il rispetto per la parola.
Poco fa ho ricevuto un suo messaggio, un regalo. Si tratta di una edizione, riveduta e riscritta,  del breve racconto che avevo pubblicato qualche giorno fa, accompagnata da una divertente introduzione. Lo rendo pubblico ( col suo consenso, naturalmente) per mostrare, se ce ne fosse bisogno, che la parola Maestro esiste.

Ecco il messagio:

>Ho letto, ho letto… E, vista la pubblica qualifica di "pinnicosu", ho subito deciso di avvalermene per intervenire seduta stante sul suo ultimo parto, sottoponendolo a una spolverata di editing, in accordo con i miei scarsi talenti (che poco rilevano) ma soprattutto alla luce di alcuni sacri insegnamenti (che invece rilevano, e come!) Quel che le spiattello qui di seguito è il risultato che ne è scaturito: non è detto – glielo dico subito – che le poche variazioni apportate al suo bel racconto lo rendano migliore della versione che lei ha postato, per carità… Ma, tanto per capirci, se avessimo dovuto pubblicare "Tagli" su un libro della  Abbellu World’s Presse , più o meno questi sarebbero stati i suggerimenti che le avremmo fornito, invitandola a discuterne (in verità, in caso di editing "professionale" avremmo dedicato al racconto quantità di tempo ben maggiori alla mezz’ora spesa questo pomeriggio, ma tant’è: è solo e giusto per renderle l’idea…)
> > Ora lei legga, registri gli interventi (e ne dissenta, ovviamente, quanto e come vuole, se lo ritiene) ma soprattutto provi a chiedersi, vincendo la sua mandronia di stampo businco, quale possa essere il loro senso e la loro scaturigine. Sì, lo so, è una bella rottura di zebedei: ma vuole o no diventare un Bardo vero?
> > Buona lettura e…. si diverta!
> >
> > P.S. Se proprio mi ci vuole mandare, lo faccia come Salvatore ed Elisa: in silenzio! E non dimentichi che io sto facendo questo – del tutto a gratis, come dicono qui nell’Urbe – solo perché lei mi sta simpatico assa’ e al solo scopo di smuoverla dalla sua infingardaggine (che, non l’avrei mai creduto!, supera largamente la mia). Saludos.
> >
> >

TAGLI

“Che vuoi fare?”
“Voglio andare laggiù, sul molo.”

Manca poco al tramonto e c’è una luce giusta, di quelle che si accompagnano alla malinconia. Il sole, filtrato da nuvole sfilacciate sull’orizzonte, allunga le ombre. Intorno, tutto sembra fermo, come sulla scena di uno spettacolo teatrale prima che il sipario si apra, quando il tempo si sospende e anche un’attesa di pochi secondi si dilata all’infinito.
Salvatore rallenta, poi svolta sulla strada sterrata che conduce al porticciolo.
Quando si ferma, vicino al muraglione, si accorge che Elisa lo sta osservando.

“Cosa c’è?” chiede.
“Niente, voglio vedere cosa è cambiato” risponde lei.
Capisce subito che non sta dicendo la verità.
“Stanno facendo dei lavori, là, vedi? Rinforzano la massicciata dei frangiflutti, ma non cambia granché, è sempre uguale.”

“Questo posto mi piace” fa lei, convinta.
“A me fa un po’ male” dice lui, con voce meno ferma.

In tutto il pomeriggio hanno parlato pochissimo. Senza dirselo, sanno che il silenzio, in certe giornate, è regola da rispettare. Si amano anche per il gran conto in cui tengono le parole e per la reciproca libertà di non doverne dire per forza.
Rimangono muti, dentro l’abitacolo, ancora per qualche minuto, gli sguardi fissi e però perduti nella porzione di mare incorniciata dal parabrezza.
Poi Salvatore apre lo sportello e scende.
Infila le mani nelle tasche del giubbotto e comincia a camminare, imboccando il molo di cemento chiaro.
Elisa non si muove e lascia che si allontani, senza dire niente. Ne osserva l’andatura insicura e il corpo magro sul biancore della banchina. Poi tira giù il finestrino e respira profondamente. L’aria umida che le arriva in faccia ha l’odore buono della salsedine. Senza perdere di vista i movimenti del compagno, continua a stare immobile. A muoversi, per un riflesso che non sa dominare ma forse tradisce la voglia di correre fuori e seguirlo, è soltanto l’indice della mano destra, che continua a tormentare il pulsante dell’alzavetri.

Salvatore, ormai, è a metà del molo che penetra e divide il mare. È allora che Elisa fa caso alla sua ombra, partorita dal sole radente, una lunga linea grigia che taglia in due il cemento. La guarda, e le viene da piangere. Con le lacrime, spunta anche il ricordo di alcuni versi, mandati a memoria molti anni prima, a teatro, preparando un testo di Pasolini:

Ma…il mio pianto è il pianto di Pilade.
Eccolo laggiù, con le sue spalle e la sua nuca, che se ne va…
Ah, di solito, quando di un uomo si vedono
le spalle e la nuca, in questo modo
offerte, indifese,
tanto da poter farne strazio con uno sguardo,
il cuore si stringe, e la nostra pena l’umilia.
Invece io disperatamente l’ammiro.

Salvatore, intanto, vuole arrivare fino in fondo, fino al limite ultimo, quello dove potrà parlare con l’acqua. Li conosce, i punti come quello, i punti dove la terra e le sue propaggini finiscono; li conosce bene come ogni sardo che conosca il mare, e proprio per questo lo ama e lo odia, pensandolo come frontiera, come confine nemico, come strada instabile e pericolosa sulla via della conoscenza. Il mare, incrocio perfetto e tremendo della memoria con l’ignoto.

È a quel dio liquido che vuole chiedere da quali radici prenda linfa lo struggimento che sente da qualche ora, quella inspiegabile nostalgia che gli fa sentire il mondo estraneo, allontanandolo anche da Elisa.
Vuole chiedergli aiuto per “spalare le nuvole”, come avrebbe detto il personaggio del romanzo che ha appena finito di leggere.
“Cosa c’è?” domanda di nuovo, sottovoce.
E risente la voce di Elisa che risponde: “Niente… niente”.

Invece qualcosa c’è.
Qualcosa che ritorna, ogni tanto, a incupirlo, a farlo piangere, come adesso, qualcosa che lo costringe a fuggire anche dagli occhi così limpidi della donna che ama, per l’orgoglioso pudore di non farsi vedere così.
Per questo non si volta, per questo continua a camminare lentamente.

Elisa apre la cerniera dello zaino. La prima preda a finire nelle sue mani fattesi d’improvviso nervose è un fazzoletto di carta, con il quale cancella i rivoli neri di trucco colati sulle guance.
Poi prende la macchina fotografica.

“Bisogna leggere molta poesia, prima di mettersi a scattare.”
Le parole di Vincenzo le risuonano dentro, si sovrappongono ai versi di Pasolini.

È indecisa, non sa se sia giusto o meno violare quell’intimità così sacra.
Ma deve fare in fretta, prima che l’inquadratura le sfugga, prima che il sole diventi banale, prima che quell’attimo faccia, ineluttabilmente, ciò che ogni attimo è destinato a fare: perdersi.
Scende dall’auto, con le sopracciglia che già si aggrottano per far diventare il suo sguardo la fessura che le occorrerà per domare l’inquadratura.

“Non ti voltare, non ti voltare. Non ora. Ora io ti sto sognando e questo è quello che conta”

La distanza smette di esistere: basta un millesimo di secondo perché una carezza si posi sulle spalle di lui.

Le poche barche ormeggiate si muovono appena, sotto il cielo insolitamente sgombro del volo dei gabbiani, Sembra che né le une né gli altri vogliano disturbare il silenzio che c’è.
Salvatore avanza di qualche passo, poi si ferma.
Sorride. Gli sembra che qualcuno o qualcosa abbia cominciato a spalare le nuvole dell’orizzonte e lui… lui vorrebbe soltanto mostrare a Elisa quanto è buffa la sua ombra così lunga.

aprile 11, 2007


elisa

tagli


“Che vuoi fare?”
“Voglio andare laggiù, vicino al molo.”

C’è una luce giusta, una di quelle luci che si accompagnano alla malinconia.
Manca poco al tramonto. Il sole allunga le ombre, e tutto, intorno, sembra fermo, come sulla scena di uno spettacolo teatrale che sta per iniziare, nell’attesa di pochi secondi  che pare infinita.
Salvatore rallenta, poi svolta sulla strada sterrata che conduce al porticciolo.
Quando si ferma, vicino al muraglione, si accorge che Elisa lo sta osservando.
“Cosa c’è?” le chiede.
“Niente, voglio vedere cosa è cambiato” risponde lei. Si capisce che non sta dicendo la verità.
“Ci stanno facendo dei lavori, ma non cambia granché, è sempre uguale.”
“Questo posto mi piace” aggiunge lei.
“A me fa un po’ male” dice lui.

In tutto il pomeriggio hanno parlato pochissimo. Per un tacito accordo sanno che il silenzio, in certe giornate, è una regola da rispettare. Si amano anche per quello, per la libertà di non dover parlare per forza.
Rimangono ancora muti, dentro l’abitacolo, ancora per qualche minuto, con gli sguardi persi nella porzione di mare che il parabrezza ritaglia davanti a loro. Poi lui apre lo sportello e scende dall’auto. Infila le mani nelle tasche del giubbotto e comincia a camminare, in direzione del molo. Elisa non dice niente, lo lascia allontanare. Osserva l’andatura insicura e il corpo magro di Salvatore sul bianco della banchina. Tira giù il finestrino e respira profondamente. L’aria umida che le arriva in faccia ha un odore buono di salsedine. Senza mai perdere di vista i movimenti del suo compagno, continua a stare immobile, muove solo l’indice della mano destra che continua ad accarezzare il pulsante dell’alzavetri.
Poi, quando lui è a metà percorso sulla striscia di cemento che s’incunea nel mare, quando l’ombra è una linea grigia tagliata in due dal sole radente, le viene da piangere. Si ricorda di alcuni versi che molti anni prima aveva imparato a memoria, da un testo di Pasolini, un testo di teatro.

Ma…il mio pianto è il pianto di Pilade.
Eccolo laggiù, con le sue spalle e la sua nuca,
che se ne va…
Ah, di solito, quando di un uomo si vedono
Le spalle e la nuca, in questo modo,
offerte, indifese,
tanto da poter farne strazio con uno sguardo,
il cuore si stringe, e la nostra pena l’umilia.
Invece io disperatamente l’ammiro.

Salvatore vuole arrivare fino in fondo, fino al limite ultimo, quello dove può parlare con l’acqua. Li conosce bene quei punti, bene come i sardi che conoscono il mare, che amano il mare e lo odiano, che pensano al mare come frontiera, come confine nemico o strada della conoscenza. Il topos della memoria e dell’ignoto.
Vuole chiedere a Lui il perché dello struggimento che sente da qualche ora, quella inspiegabile nostalgia che gli fa sentire il mondo estraneo, che lo allontana anche da Elisa. Vuole chiedergli aiuto per “spalare le nuvole”, come avrebbe detto il personaggio del romanzo che ha appena finito di leggere.
“Cosa c’è” ripete di nuovo, sottovoce. E risente la voce di Elisa che risponde: “niente… niente”.
Invece qualcosa c’è. Qualcosa che ritorna, ogni tanto, a incupirlo, a farlo piangere, come in questo momento in cui sta scappando dagli occhi così limpidi della donna che ama, per non farsi vedere così. Per questo non si volta, per questo continua a camminare lentamente.

Elisa apre la cerniera dello zaino. Con un fazzoletto di carta si pulisce il viso dal trucco che le è colato sotto le palpebre. Poi prende la macchina fotografica.
“Bisogna leggere molta poesia, prima di mettersi a scattare.” Le parole di Vincenzo le risuonano dentro,  si sovrappongono ai versi di Pasolini.
E’ indecisa, non sa se sia giusto o meno violare quell’intimità così sacra. Ma deve fare in fretta, prima che l’inquadratura le sfugga, prima che il sole diventi banale. Scende dall’auto.
“Non ti voltare, non ti voltare. Non ora. Ora io ti sto sognando e questo è quello che conta”
La distanza si fa corta. In un millesimo di secondo una carezza arriva sulle spalle di lui.
Le poche barche ormeggiate si muovono appena. Sembra che non vogliano disturbare il silenzio che c’è. Salvatore avanza di qualche passo, poi si ferma. Sorride, vorrebbe mostrare ad Elisa quanto è buffa la sua ombra così lunga.

“Tagli” è una mostra fotografica di Elisa Medde. Al trittico Ironico, a Nuoro, fino al 27 Aprile.
Andate a vederla.

aprile 3, 2007

Le periferie di Nughes sono storte. Sono storte come il maestrale che soffia, certe sere d’inverno, sulla polvere dei marciapiedi incompiuti. Come l’andatura dei cani randagi che si avventurano fin lì e vanno da una parte all’altra come se cercassero una strada smarrita. Come le antenne che spuntano dai tetti, i pochi alberi che sfidano il vento, i fari sghembi delle automobili che passano veloci.
C‘è freddo, poca luce, correnti d’aria innaturali. Ci sono suoni che arrivano improvvisi nel silenzio: una porta che sbatte, un urlo, il pianto di un bambino.
Le periferie di Nughes hanno una tristezza aggiunta, un senso di colpa irrisolto.
Si vestono a lutto e cantano un attittu, certe sere d’inverno.

Un bar, al piano terra di un palazzo. Una serranda, abbassata a metà, avverte che è ora di chiusura, che non si può più entrare se non per una consumazione veloce, in piedi: s’istaffa, come si dice da queste parti.
Sul fondo, un bancone di granito lucido e un espositore di sacchetti di patatine. Una macchina che distribuisce palline colorate al costo di un euro, un vassoio straripante di bustine di zucchero.
A sinistra, in un angolo della parete, un frigorifero per i gelati, ricoperto di adesivi scrostati. Dietro i vetri di un mobile, un panino al salame, due tramezzini con tonno e maionese e una mosca che cerca ostinatamente una via di fuga.
Sulla parete di destra, due fotografie con la scritta Via Maggiore: riproducono lo splendore del centro città agli inizi del secolo scorso, quando Nughes era, come tutti ricordano, la fucina di grandi fermenti culturali, il benessere per tutti, il biancoenero glorioso, il rimpianto dei tempi andati.
Poco più in alto una mensola verdina regge un gagliardetto della squadra locale, tre bottiglie di cannonau e un guantone da boxe. Un televisore, sistemato in alto, vicino alla porta della toilette, manda, senza l’audio, le immagini di un incontro di calcio. Venti sedie e cinque tavolini di plastica bianca completano l’arredamento, illuminato da quattro tubi al neon. Odore di detersivo e fumo di sigarette.
Gli unici clienti, due uomini intorno ai quarant’anni, occupano il tavolino più vicino alla serranda. Uno è grosso, con una pancia enorme, l’altro è secco e scuro come un olivastro. Hanno bevuto una quantità spropositata di birra, a giudicare dalle decine di bottiglie vuote allineate davanti a loro. Uno parla, non si capisce bene di cosa, sembra avercela con qualcuno. L’altro guarda il bicchiere e dondola leggermente la testa, sforzandosi di tenere gli occhi aperti e di ascoltare l’amico.
Il proprietario del bar, dietro il banco, risciacqua qualcosa nel lavandino. Ha l’aria svogliata di chi non vede l’ora di andarsene a dormire. Si asciuga le mani, poi guarda l’orologio: sono le ventitre e quarantacinque.
Si sente il rumore della serranda che viene sollevata leggermente dall’esterno. Entra un uomo.


– Un caffè ristretto, grazie.
– Mi dispiace, niente caffè, ho già spento la macchina, stiamo per chiudere.
– Mi dia un cognac, allora. Vado via subito. Anzi, le chiedo scusa per il disturbo.
– Si direbbe che lei non è di queste parti, dall’accento.
– No.
– Da dove viene?
– Non lo so.
– Come sarebbe a dire, non lo so?
– Non lo so.
– Beato lei che ha voglia di scherzare a quest’ora. Il mio umore è più nero di questo tempo.
– Mi faccia compagnia, beva con me, offro io. Prima di mezzanotte sarò fuori di qui e lei potrà tornarsene a casa. Prima, però, dovrebbe farmi una cortesia, dovrebbe consegnare questo biglietto a uno dei suoi clienti.
– Che richiesta è? Perché non lo fa lei stesso?
– Non posso. E’ meglio che lo faccia lei.
– Si può sapere cosa c’è scritto? –
– No, non legga, è meglio per lei. Ora mi dica quanto le devo.
– Lasci stare.

L’uomo beve il cognac, appoggia sul bancone il biglietto ripiegato in quattro. Va via, non prima di aver gettato un rapido sguardo al tavolino occupato.

Subito dopo il gestore del locale batte uno scontrino al registratore di cassa. Lo porta ai clienti assieme al biglietto.
– Signori, è quasi mezzanotte, dobbiamo chiudere.
I due, che hanno mantenuto per tutto il tempo la stessa posizione, uno monologante, l’altro apparentemente assente, all’improvviso cambiano atteggiamento. Quello silenzioso, come se avesse udito qualcosa di fastidioso, comincia a parlare in modo concitato e aggressivo. Articola una frase sconnessa, con la lingua impastata. Si capiscono distintamente solo le parole “birra” e “itecazzu”. L’altro lo guarda con un sorrisetto sprezzante, prende il portafogli e mette sul tavolo una banconota da cinquecento euro.
A quel punto si sente in modo chiaro un’altra parola, urlata, scandita con rabbia: “mi-se-ra-bi-le”.
Il grasso si alza, afferra il secco per il collo, lo solleva di forza. Con l’altra mano appallottola il biglietto dello sconosciuto e glielo ficca in bocca. Lo lascia ricadere di peso sopra la sedia. Ride, ride.
Un silenzio di dieci secondi. L’altro mastica la carta, con calma, la inghiottisce. Poi infila la mano in una tasca dei pantaloni, estrae una pistola.
Il barista fa appena in tempo a vedere un bagliore.
Uno schianto. Schizzi di sangue sul bianco dei tavoli. Il guantone da boxe che rimbalza su una sedia. Silenzio.

Fuori, il maestrale continua a infuriare. Un pezzo di carta si solleva in aria, sembra un aquilone impazzito. La nenia delle prefiche invisibili riprende ad accarezzare i muri delle case, passa vicino alle finestre, sfiora le antenne. Nessuno la ascolta.