aprile 3, 2007

Le periferie di Nughes sono storte. Sono storte come il maestrale che soffia, certe sere d’inverno, sulla polvere dei marciapiedi incompiuti. Come l’andatura dei cani randagi che si avventurano fin lì e vanno da una parte all’altra come se cercassero una strada smarrita. Come le antenne che spuntano dai tetti, i pochi alberi che sfidano il vento, i fari sghembi delle automobili che passano veloci.
C‘è freddo, poca luce, correnti d’aria innaturali. Ci sono suoni che arrivano improvvisi nel silenzio: una porta che sbatte, un urlo, il pianto di un bambino.
Le periferie di Nughes hanno una tristezza aggiunta, un senso di colpa irrisolto.
Si vestono a lutto e cantano un attittu, certe sere d’inverno.

Un bar, al piano terra di un palazzo. Una serranda, abbassata a metà, avverte che è ora di chiusura, che non si può più entrare se non per una consumazione veloce, in piedi: s’istaffa, come si dice da queste parti.
Sul fondo, un bancone di granito lucido e un espositore di sacchetti di patatine. Una macchina che distribuisce palline colorate al costo di un euro, un vassoio straripante di bustine di zucchero.
A sinistra, in un angolo della parete, un frigorifero per i gelati, ricoperto di adesivi scrostati. Dietro i vetri di un mobile, un panino al salame, due tramezzini con tonno e maionese e una mosca che cerca ostinatamente una via di fuga.
Sulla parete di destra, due fotografie con la scritta Via Maggiore: riproducono lo splendore del centro città agli inizi del secolo scorso, quando Nughes era, come tutti ricordano, la fucina di grandi fermenti culturali, il benessere per tutti, il biancoenero glorioso, il rimpianto dei tempi andati.
Poco più in alto una mensola verdina regge un gagliardetto della squadra locale, tre bottiglie di cannonau e un guantone da boxe. Un televisore, sistemato in alto, vicino alla porta della toilette, manda, senza l’audio, le immagini di un incontro di calcio. Venti sedie e cinque tavolini di plastica bianca completano l’arredamento, illuminato da quattro tubi al neon. Odore di detersivo e fumo di sigarette.
Gli unici clienti, due uomini intorno ai quarant’anni, occupano il tavolino più vicino alla serranda. Uno è grosso, con una pancia enorme, l’altro è secco e scuro come un olivastro. Hanno bevuto una quantità spropositata di birra, a giudicare dalle decine di bottiglie vuote allineate davanti a loro. Uno parla, non si capisce bene di cosa, sembra avercela con qualcuno. L’altro guarda il bicchiere e dondola leggermente la testa, sforzandosi di tenere gli occhi aperti e di ascoltare l’amico.
Il proprietario del bar, dietro il banco, risciacqua qualcosa nel lavandino. Ha l’aria svogliata di chi non vede l’ora di andarsene a dormire. Si asciuga le mani, poi guarda l’orologio: sono le ventitre e quarantacinque.
Si sente il rumore della serranda che viene sollevata leggermente dall’esterno. Entra un uomo.


– Un caffè ristretto, grazie.
– Mi dispiace, niente caffè, ho già spento la macchina, stiamo per chiudere.
– Mi dia un cognac, allora. Vado via subito. Anzi, le chiedo scusa per il disturbo.
– Si direbbe che lei non è di queste parti, dall’accento.
– No.
– Da dove viene?
– Non lo so.
– Come sarebbe a dire, non lo so?
– Non lo so.
– Beato lei che ha voglia di scherzare a quest’ora. Il mio umore è più nero di questo tempo.
– Mi faccia compagnia, beva con me, offro io. Prima di mezzanotte sarò fuori di qui e lei potrà tornarsene a casa. Prima, però, dovrebbe farmi una cortesia, dovrebbe consegnare questo biglietto a uno dei suoi clienti.
– Che richiesta è? Perché non lo fa lei stesso?
– Non posso. E’ meglio che lo faccia lei.
– Si può sapere cosa c’è scritto? –
– No, non legga, è meglio per lei. Ora mi dica quanto le devo.
– Lasci stare.

L’uomo beve il cognac, appoggia sul bancone il biglietto ripiegato in quattro. Va via, non prima di aver gettato un rapido sguardo al tavolino occupato.

Subito dopo il gestore del locale batte uno scontrino al registratore di cassa. Lo porta ai clienti assieme al biglietto.
– Signori, è quasi mezzanotte, dobbiamo chiudere.
I due, che hanno mantenuto per tutto il tempo la stessa posizione, uno monologante, l’altro apparentemente assente, all’improvviso cambiano atteggiamento. Quello silenzioso, come se avesse udito qualcosa di fastidioso, comincia a parlare in modo concitato e aggressivo. Articola una frase sconnessa, con la lingua impastata. Si capiscono distintamente solo le parole “birra” e “itecazzu”. L’altro lo guarda con un sorrisetto sprezzante, prende il portafogli e mette sul tavolo una banconota da cinquecento euro.
A quel punto si sente in modo chiaro un’altra parola, urlata, scandita con rabbia: “mi-se-ra-bi-le”.
Il grasso si alza, afferra il secco per il collo, lo solleva di forza. Con l’altra mano appallottola il biglietto dello sconosciuto e glielo ficca in bocca. Lo lascia ricadere di peso sopra la sedia. Ride, ride.
Un silenzio di dieci secondi. L’altro mastica la carta, con calma, la inghiottisce. Poi infila la mano in una tasca dei pantaloni, estrae una pistola.
Il barista fa appena in tempo a vedere un bagliore.
Uno schianto. Schizzi di sangue sul bianco dei tavoli. Il guantone da boxe che rimbalza su una sedia. Silenzio.

Fuori, il maestrale continua a infuriare. Un pezzo di carta si solleva in aria, sembra un aquilone impazzito. La nenia delle prefiche invisibili riprende ad accarezzare i muri delle case, passa vicino alle finestre, sfiora le antenne. Nessuno la ascolta.

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3 Risposte to “”

  1. Io passo e leggo a scroco. E gusto, di conseguenza.

    Buona Pasqua, di cuore, da uno che ci crede.

  2. Io passo e leggo a scroco. E gusto, di conseguenza.

    Buona Pasqua, di cuore, da uno che ci crede.

  3. Io passo e leggo a scroco. E gusto, di conseguenza.

    Buona Pasqua, di cuore, da uno che ci crede.

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