aprile 11, 2007


elisa

tagli


“Che vuoi fare?”
“Voglio andare laggiù, vicino al molo.”

C’è una luce giusta, una di quelle luci che si accompagnano alla malinconia.
Manca poco al tramonto. Il sole allunga le ombre, e tutto, intorno, sembra fermo, come sulla scena di uno spettacolo teatrale che sta per iniziare, nell’attesa di pochi secondi  che pare infinita.
Salvatore rallenta, poi svolta sulla strada sterrata che conduce al porticciolo.
Quando si ferma, vicino al muraglione, si accorge che Elisa lo sta osservando.
“Cosa c’è?” le chiede.
“Niente, voglio vedere cosa è cambiato” risponde lei. Si capisce che non sta dicendo la verità.
“Ci stanno facendo dei lavori, ma non cambia granché, è sempre uguale.”
“Questo posto mi piace” aggiunge lei.
“A me fa un po’ male” dice lui.

In tutto il pomeriggio hanno parlato pochissimo. Per un tacito accordo sanno che il silenzio, in certe giornate, è una regola da rispettare. Si amano anche per quello, per la libertà di non dover parlare per forza.
Rimangono ancora muti, dentro l’abitacolo, ancora per qualche minuto, con gli sguardi persi nella porzione di mare che il parabrezza ritaglia davanti a loro. Poi lui apre lo sportello e scende dall’auto. Infila le mani nelle tasche del giubbotto e comincia a camminare, in direzione del molo. Elisa non dice niente, lo lascia allontanare. Osserva l’andatura insicura e il corpo magro di Salvatore sul bianco della banchina. Tira giù il finestrino e respira profondamente. L’aria umida che le arriva in faccia ha un odore buono di salsedine. Senza mai perdere di vista i movimenti del suo compagno, continua a stare immobile, muove solo l’indice della mano destra che continua ad accarezzare il pulsante dell’alzavetri.
Poi, quando lui è a metà percorso sulla striscia di cemento che s’incunea nel mare, quando l’ombra è una linea grigia tagliata in due dal sole radente, le viene da piangere. Si ricorda di alcuni versi che molti anni prima aveva imparato a memoria, da un testo di Pasolini, un testo di teatro.

Ma…il mio pianto è il pianto di Pilade.
Eccolo laggiù, con le sue spalle e la sua nuca,
che se ne va…
Ah, di solito, quando di un uomo si vedono
Le spalle e la nuca, in questo modo,
offerte, indifese,
tanto da poter farne strazio con uno sguardo,
il cuore si stringe, e la nostra pena l’umilia.
Invece io disperatamente l’ammiro.

Salvatore vuole arrivare fino in fondo, fino al limite ultimo, quello dove può parlare con l’acqua. Li conosce bene quei punti, bene come i sardi che conoscono il mare, che amano il mare e lo odiano, che pensano al mare come frontiera, come confine nemico o strada della conoscenza. Il topos della memoria e dell’ignoto.
Vuole chiedere a Lui il perché dello struggimento che sente da qualche ora, quella inspiegabile nostalgia che gli fa sentire il mondo estraneo, che lo allontana anche da Elisa. Vuole chiedergli aiuto per “spalare le nuvole”, come avrebbe detto il personaggio del romanzo che ha appena finito di leggere.
“Cosa c’è” ripete di nuovo, sottovoce. E risente la voce di Elisa che risponde: “niente… niente”.
Invece qualcosa c’è. Qualcosa che ritorna, ogni tanto, a incupirlo, a farlo piangere, come in questo momento in cui sta scappando dagli occhi così limpidi della donna che ama, per non farsi vedere così. Per questo non si volta, per questo continua a camminare lentamente.

Elisa apre la cerniera dello zaino. Con un fazzoletto di carta si pulisce il viso dal trucco che le è colato sotto le palpebre. Poi prende la macchina fotografica.
“Bisogna leggere molta poesia, prima di mettersi a scattare.” Le parole di Vincenzo le risuonano dentro,  si sovrappongono ai versi di Pasolini.
E’ indecisa, non sa se sia giusto o meno violare quell’intimità così sacra. Ma deve fare in fretta, prima che l’inquadratura le sfugga, prima che il sole diventi banale. Scende dall’auto.
“Non ti voltare, non ti voltare. Non ora. Ora io ti sto sognando e questo è quello che conta”
La distanza si fa corta. In un millesimo di secondo una carezza arriva sulle spalle di lui.
Le poche barche ormeggiate si muovono appena. Sembra che non vogliano disturbare il silenzio che c’è. Salvatore avanza di qualche passo, poi si ferma. Sorride, vorrebbe mostrare ad Elisa quanto è buffa la sua ombra così lunga.

“Tagli” è una mostra fotografica di Elisa Medde. Al trittico Ironico, a Nuoro, fino al 27 Aprile.
Andate a vederla.

Annunci

22 Risposte to “”

  1. utente anonimo said

    …pensa io..
    Grazie!
    Az.

  2. Ma perché in sardegna succede tutto questo mentre non ci sono io!
    Chi è che ti ha detto che dovresti strutturare un po’ questa tua bella scrittura?Ah si Gieffe.
    Ha mille volte ragione. Mille più una.

  3. utente anonimo said

    Dalla finestra della mia cella si vede il mare.
    Ritagliato, come dici tu; ma questa volta da una finestra sigillata. Tumulato, sarebbe meglio dire, dietro questa lapide trasparente di vetro infrangibile.
    Dopo averTi letto, alzarsi dalla sedia è stato un attimo silenzioso; ho bisbigliato qualche passo sopra questa moquette lercia e consunta, con le mani strette a pugno incrociate dietro la schiena, per cercare il punto in cui il molo di levante si perde nel piombo bavoso di questo golfo di oggi, con nessun angelo a fare la guardia alla cattedrale del Dio Petrolio.
    E l’appiglio per non affondare l’ho trovato in una fotografia in bianco e nero, in un auto ferma di fronte al mare della Gran Bretagna, nel 1977, che così nitidamente è riemersa da un’abisso di pensieri inutili, ripescata dalle tue parole. Lo scatto è di Gianni Berengo Gardin. Avete lo stesso nome, frade meu. E lo stesso identico modo di combattere, con le armi della poesia.

  4. utente anonimo said

    Dalla finestra della mia cella si vede il mare.
    Ritagliato, come dici tu; ma questa volta da una finestra sigillata. Tumulato, sarebbe meglio dire, dietro questa lapide trasparente di vetro infrangibile.
    Dopo averTi letto, alzarsi dalla sedia è stato un attimo silenzioso; ho bisbigliato qualche passo sopra questa moquette lercia e consunta, con le mani strette a pugno incrociate dietro la schiena, per cercare il punto in cui il molo di levante si perde nel piombo bavoso di questo golfo di oggi, con nessun angelo a fare la guardia alla cattedrale del Dio Petrolio.
    E l’appiglio per non affondare l’ho trovato in una fotografia in bianco e nero, in un auto ferma di fronte al mare della Gran Bretagna, nel 1977, che così nitidamente è riemersa da un’abisso di pensieri inutili, ripescata dalle tue parole. Lo scatto è di Gianni Berengo Gardin. Avete lo stesso nome, frade meu. E lo stesso identico modo di combattere, con le armi della poesia.

    alessio

  5. birambai said

    @az e tizzi. abbellu cun su prantu!

    @sabrina: io penso sempre che mi piacerebbe destrutturarmi un po’.

    @frade: ormai i tuoi commenti sono piccole perle. Sulle prime ho pensato che mi stesse scrivendo un ergastolano, poi ho capito: sempre carcere è. Mi dicono che passerai da queste parti. Fatti vivo.

    @Isabelle, bentrovata reginella.

  6. Non parlo di te Birambai, ché quello sarebbe un discorso lungo, sarebbe (non è che ci conosciamo ma destrutturarsi è dura ma non ce la si può fare).
    Intendevo che avrei voglia di leggere un tuo romanzo.
    Continuo con i racconti, nel frattempo.

  7. Il prezioso commento di Alessio mi ha fatto tornare in mente un racconto che ho trovato su Buran.
    http://www.buran.it/Materiale/3.html.

    Questo l’incipit:
    Non sono venuto in Antartide per traversare in barca il Mare di Ross, o a rischiare la vita per raggiungere il Polo Sud.

    No: sono venuto in Antartide per lavare piatti. Sei giorni alla settimana, dieci ore al giorno. Non sono tra i primi esploratori antartici. Io sono un lavapiatti.

  8. utente anonimo said

    è veramente commovente. Li ho visti, su quel molo e la foto la ricordo benissimo. bella.

    dariedd

  9. utente anonimo said

    Grazie Bobbò, troppo buono. Ma il Trittico Ironico, apre anche la domenica? Tutto il giorno?
    Volevo anche ringraziare Sabrina per la segnalazione del sito di Buran, che io, ignorantemente, sconoscevo.
    alessio

  10. birambai said

    @Sabrina: ho paura che ti dovrai accontentare 🙂

    @ Dariedda: se approvi anche tu (che conosci, appunto) sono più tranquillo.

    @ Alessio: sì il Trittico è aperto anche di domenica, ma vieni di sabato, è meglio. C’è anche della buona musica e, soprattutto, dell’ottimo vino. La domenica, si sa, diventa “leopardiana”.

  11. utente anonimo said

    li ho visti, non nel senso che c’ero, ma che tu Bir, me li hai fatti vedere…s’era capito?
    in questi giorni ho il cervello in pappa…

    darieddiX

  12. Petarda said

    l’essenza dell’amore. condivisione, ascolto, ricerca, accettazione (brutta parola) dell’altro, con le sue assenze, i suoi silenzi.
    le assenze e i silenzi sono connaturati alla natura umana, come il desiderio di esplorare, di capire. il silenzio di fronte a quel che non si può comprendere.
    e mi piace che l’accettazione (argh) qui non sia solo appannaggio della donna penelope. i silenzi, gli scoramenti, le fughe da noi stesse, i vuoti, li abbiamo pure noi.

    adolescente, le rare volte che ascoltavo musica classica mi immaginavo in un bosco, a girare su me stessa come un derviscio, e sentivo che non avrei mai potuto condividere quella sensazione con nessuno. molti anni dopo ho pensato che invece sì, esisteva quella possibilità. ora non lo so più, so però che si nasce e si muore soli, e tanto per il momento mi basta.
    “spalare le nuvole” mi ha fatto venire in mente l’immagine del sole sopra le nubi che si vede da un aereo, e che paragono alla luminosa sensazione di pace di un’anima serena.
    (mi sono commossa anch’io)

  13. tizziana said

    cess…lo sapevo che era così la foto, anche prima di vederla..

  14. triana said

    hai il potere di commuovermi, ma in un modo dolce e discreto, profondo. La foto, il tuo brano, il commento di Alessio, è tutta poesia.

    e poi c’è sempre questo discorso del rapporto amore odio col mare che unisce e separa… e ci ritrovo il sentimento dell’insularità capoverdiana, come se la Sardegna fosse separata dal continente dall’oceano e non da un braccio di mare.
    A leggerti ti si vuole bene. Baciuzzo

  15. cybbolo said

    un’altra sfaccettatura del brillante bobboti che luccica nel rarefatto dell’incomunicabilità paradossalmente condivisa con affabulazione contagiosa.
    e mi hai evocato antonioni con sgomenti e malinconia.
    spero che la mostra approdi poi in terra sabauda…;-)))

  16. Le faccio una confessione: ho in uggia le carinerie (lo si sa, del resto: il fenotipo sardo è ipertricotico finanche nel muscolo cardiaco). Nei confronti degli amici, poi, le reputo addirittura esiziali. Ergo, per una volta non mi unisco al coro dei plaudenti e le chiedo di rileggersi. Per provare a spiegars(c)i, ad esempio, come nell’imminenza del tramonto il sole – ormai basso sulla linea dell’orizzonte – possa mai essere velato da “nuvole alte”… Uffa!, lei continua a rimaner vittima della sua mandronìa, caro Tenore. E non venga a dirmi che più invecchio più divento pignolo e brontolone: è che lei, come probabilmente dicevano alla sua santa mamma i suoi professori, “è intelligente ma non si applica”. Essere talentuosi non basta, e neppure saper creare atmosfere (per quelle, è cosa nota, basta un brandy…): lei può darci di più, solo che lo voglia, dal momento che ha cuore, testa, viscere e mezzi. Ma tanto lo so che non mi darà retta…

    P.S. Me lo ha chiesto lei, di continuare a farmi gli affari suoi. E, in ogni caso, sa che le voglio bene…

  17. Noeyalin said

    l’idea di costruire una storia su una foto o un quadro che ne raccontano tutto e niente è sempre molto affascinante. Bellissima foto e bellissima storia.

  18. utente anonimo said

    rido forte dell’intervento del pignolissimo GF, che mi aspettavo, o prima o poi (io lo temo a freddo, eh)
    a me è piaciuto assà, lo sappia messiè

    ( ieri ho notato la sua assenza allo spettacolo di Luxuria: male, si sentiva?)

  19. birambai said

    Così mi piace il Maestro, severo con l’animo buono, come il mio vecchio professore di matematica che ci faceva tremare e poi non bocciava mai nessuno. “Pinnicosu” e di manica larga.
    Io so, caro Maestro, che non è solo quella frase il centro della sua osservazione, anche perché ho sempre pensato che il sole, quando è bassissimo, sta sempre dietro le nuvole, anche quando queste sono altissime. Ma poiché ogni suo suggerimento è santa parola, provvedo mantinente a correggere.
    Maè, io le do ascolto, come vede 🙂

  20. triana said

    e io rido forteper l’evidenza dell’identità dell’anonimo chesi è dimenticato di loggarsi.-))

    Io invece sono di radici sicule, nascita milanese e adozione romana, quindi mi commuovo, manifesto e mi effondo e, quando lo faccio sono sincera. Però come sarebbe bello se anche nello spazio del blog qualcuno trovasse il tempo di leggere con pignoleria e anche brontolare con spirito esigente, spandendo consigli utilissimi come fa il nostro GiorgioFlavio. Però lo fa soprattutto conBobboti, dal chbe si deduce che gli vuole più bene, ma è naturale, perciò noi non siamo gelosi/e.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: