aprile 17, 2007

Quando Polanca è su un’altra frequenza te ne accorgi subito, si vede da come ti guarda. In queste circostanze è del tutto inutile tentare di dialogare con lui.
Ieri volevo parlare di quello che succede nel mondo, chiedergli un parere sulla strage nel campus americano, per esempio. Oppure  una battuta sul  congresso dei diesse, o sull’albero genealogico del nuovo magnifico partito e progressivo che stanno per fare.
“Hai sentito le ultime? Né Craxi né Berlinguer! Ma l’hanno detto in senso ironico, vero Polà ?” gli chiedo.
Non risponde.
E ancora: “Sembra uno scherzo che svolgano il congresso a pochi giorni dal “settantesimo” di Gramsci.”
Niente, è scuro in volto, punta lo sguardo di lato, finge di non sentire.
“Vuoi un’altra birra?”
“No”
Mi arrendo, oggi l’amico non è fra i mortali.
Sto per alzarmi, che quel silenzio, dopo un po’, diventa pesante.
 “Vado a pagare il conto, torno a casa."
 “No, aspetta, altri cinque minuti e andiamo.”
Allora lui si accende una sigaretta e parte con questa storia, una cosa che ha sentito da Graziano.
“Il nostro amico pittore?”
“Sì, lui”

E mi racconta di un tipo, uno che è da poco tornato a Nughes, dopo aver vissuto diversi anni in India, uno che avrà più o meno la nostra età.
Questo era rimasto folgorato dalle letture che aveva fatto da ragazzo, c’era rimasto sotto con la Beat Generation e compagnia bella. A tal punto che dopo il liceo aveva cominciato a lavorare sodo per farsi un po’ di soldi e partire. Voleva scoprire anche lui il fascino della filosofia orientale, fare un’esperienza mistica, tornare sui passi di Ginsberg, gli stessi passi di quella generazione perduta, perduto anche lui, trent’anni dopo.
“Insomma, il tipo parte e rimane in India. Lì si converte all’induismo e comincia un lungo periodo di meditazione e ascetismo. Studia il Dharma, il Karma, la reincarnazione, la tramigrazione dell’anima.
Di lui si perdono le notizie, per molti anni neppure la famiglia ne sa più niente.
Poi, quando nessuno più se l’aspetta, torna in Sardegna, richiamato, pare, dalla nostalgia di tutti i sardi, dalla terra che ci portiamo sempre sotto i piedi. Il padre, un vecchio contadino, lo accoglie come un figliol prodigo. “Se vuoi restare qui, devi tagliarti quella barba.” E lui se la taglia.
Un giorno, mentre sta passeggiando al corso, immerso in chissà quali pensieri, incontra un suo vecchio compagno di scuola. Sono subito feste, scatta all’istante il consueto revival di ricordi: e dove eri finito, ti ricordi la terza C, quanti anni sono passati, mi devi raccontare tutto…
Si infilano in un bar e continuano con il ripasso.
Il tipo, che è rimasto per tanto tempo in meditazione, ha un arretrato da riempire e comincia a parlare a tottu koddu, a tutta birra. Si informa sulla vita di Nughes, sugli altri ex compagni di classe, sulla politica locale e su mille altre questioni che ha perso di vista durante il suo viaggio. Poi, com’è come non è, comincia a parlare dei pastori sardi.
“Non sono più come una volta, la modernità li ha trasformati. Ora hanno un rapporto con gli animali che non gli fa onore. Hai visto come trattano le pecore? Non si accorgono di come soffrano quelle povere bestie quando le mungono con quelle assurde macchine o quando le tosano facendo gare di velocità con gli australiani. Se ce n’è una malata la ammazzano subito, anziché cercare di curarla. Quando macellano quei poveri agnelli, li scuoiano che sono ancora vivi. I pastori sardi hanno perso del tutto l’antico rapporto che avevano con la natura e l’universo, sono dei veri criminali.”
Il destino vuole che nel bar, vicino al bancone, ci siano due pastori. Hanno ascoltato tutto.
Dopo un po’, uno di loro, infastidito dalla filippica del tizio, si avvicina e gli dice:
“Ma tue chie ses? Chi sei per parlare così? Cosa fa tuo padre?”
“Mio padre faceva il contadino”
“E allora che ne sai della pastorizia? Dovresti parlare di fave. Di patate, al limite. Scommetto che sei uno di quelli che ha studiato in continente e crede di sapere tutto, di quelli che quando tornano qui pensano di poter pontificare su ogni cosa”
“ No, veramente ho studiato in India” replica, timidamente, il tipo.
“E cosa c’è in India una facoltà di veterinaria con indirizzo psicologico? Ti hanno insegnato a leggere il pensiero delle bestie?
“No, niente di tutto questo”
“E allora come fai a sapere quello che pensano le pecore di oggi. Ma soprattutto come fai a conoscere la condizione delle pecore nel secolo scorso, se tuo padre coltivava granoturco per venderlo ai pastori?”
“Lo so, lo so meglio di te”
“ Pruu poleee! E cosa sei Dio?”
“No, sono stato pecora.”

Ecco, Polanca mi ha raccontato questa storia. Non ha neanche riso.
Prima di andare via mi ha detto: “Le pecore hanno più memoria degli uomini”.

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14 Risposte to “”

  1. mi vergogno a dirlo, messiè: ho avuto come un brivido di piacere

    (mi prendo tutte le storie di Polanca, le raccolgo sotto il titolo “Il mondo secondo Polanca” e lo presento all’Editora: sono certa che gliele pubblica)
    aiò, si metta di buzzo buono

  2. Iduegeni said

    E le capre delle donne.
    Ma questa è un’altra storia.

  3. cybbolo said

    adorabile Polanca…;-)))

  4. birambai said

    Dottorè, ci sono le stesse probabilità
    che ha il Cagliari di vincere lo scudetto.

  5. utente anonimo said

    Frade.
    Il Cagliari lo scudetto lo vince.
    Sicuro.
    Comincia a prepararti.
    Per entrambe gli avvenimenti.
    a.

  6. utente anonimo said

    Bravo compare Polanca, ammirevole!
    Az.

  7. triana said

    che ribaltamento! Dopo il primo paragrafo volevo piangere sulla spalla di Polanca, ora sto ridendo come una cretina. Stupenda, stupenda questa storia karmica, stupenda, lo ridico sperando che il maestro non brontoli.

  8. Vede cosa combina, o Bardo? Anche la sora Triana, che tutti i numi e gli dei di qualsivoglia Pantheon ce la conservino, ora mi guarda con giustificata diffidenza!
    Bene, che si sappia: è Bobboti che mi disegna come una qualsiasi, insopportabile maestrina dalla penna rossa, ché io – di mio – sto più sul genere di Franti. Per farsi perdonare, le intimo: fuori il numero di telefono di Polanca! E, già che c’è, dell’amico reincarnato: ho sempre sognato conversazioni pecorecce…

  9. nosacher said

    ma ce l’ha un blog Polanca ?
    ne voglio sentire altre di queste storie..

  10. aquatarkus said

    il beffardo avrebbe potuto rispondere:
    – Eh? Meno male che in India c’è caldo sennò saresti potuto finire pecora in cappotto*.

    *(nome tradizionale del piatto di pecora bollita con patate e erbe varie)

  11. me piase. e noto che polanca col passare del tempo è sempre più indignato.

  12. Polanca è proprio un dritto, non c’è che dire anche se avevo sperato per un attimo che fosse la pecora…
    Polanca, del resto mi sembra davvero un bel nome per una pecora!
    buon sabato

  13. Q.lla said

    Bis!

    (e adesso speriamo che Gavino si riorganizzi)

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