novembre 30, 2007

Sono uno di quei dieci milioni che ieri hanno visto Benigni in Tv.  Benigni ti voglio bene.
Ridere e piangere, leggerezza e profondità. Quest’uomo, quando è in stato di grazia, riesce a riconciliarmi con molte cose.
Devo rileggere la Divina Commedia, prima di tutto.

Mi sono ricordato di questa storia che ho già raccontato un paio d’anni fa. La ripropongo. Un po’ perché è uno dei primi ricordi che ho dell’opera di Dante. Un po’ perché c’entra il V canto dell’Inferno.
E poi perché quel modo di Benigni di raccontare i personaggi del suo paesello, alla casa del popolo, mi ha riportato indietro di qualche decennio.

…………

Ti poteva capitare di vederlo alle sei del mattino, in pieno inverno, con i lampioni ancora accesi e il chiarore della brina sulle tegole. E ti chiedevi come potesse resistere a quel freddo di galera, coperto da una misera giacchetta di flanella, appoggiato al muro, ad aspettare l’apertura dell’edicola.
Lo trovavi per caso alle due del pomeriggio, nel fuoco di luglio, in un disordine di gesti e di parole rivolte alla panchina vuota, di fronte alla chiesa: grondava di sudore e neanche ti guardava, preso com’era dal furore dialettico contro l’invisibile.
Qualche volta lo potevi osservare da lontano, andare velocissimo avanti e indietro, da una parte all’altra della strada, come un gigantesco Amleto tormentato dal dubbio, un leone prigioniero in un serraglio.
Ma se proprio lo volevi incontrare, dovevi andare al bar del centro. Lì, nel tardo pomeriggio, eri sicuro di trovarlo. Dal lunedì al sabato, dopo le cinque  e fino alla chiusura, lui c’era sempre. Tutti i santi giorni.
Mario “Carnera” non saltava mai un appuntamento con le carte del tavolino all’angolo. Non giocava, che giusto a briscola poteva sfidare qualcuno, ma non si perdeva una mano di quel campionato senza fine fra i fuoriclasse del tressette. Ogni tanto gli facevano tagliare il mazzo, ed era contento così. Se ne stava in piedi, dietro uno dei giocatori della sua coppia preferita, piantava per terra il suo metro e novanta e seguiva in silenzio, fermo, senza lasciarsi sfuggire la benché minima mossa. Solo alla fine della partita, quando si rompeva la tensione e si dava sfogo ai commenti e ai quartini di vino, solo allora, cambiava espressione al suo volto e cominciava a muovere rapidamente le dita. Sembrava voler ripassare una sequenza di gioco per fissarsela bene nella mente: tre, nove, asso.
Gli altri ridevano. A me sembrava che ne sapesse più di tutti.
Ma io non andavo per vedere “Carnera” che contava. Andavo con la speranza di sentire Mario che diceva la Divina Commedia. E non per il gusto della canzonatura e dello scherno, ma perché quell’uomo, in quei momenti, mi sembrava un miracolo. La sapeva tutta a memoria e quasi ogni giorno ne declamava un pezzo, nel zilleri di Giovanni Colobra.

"Dai Mario facci sentire quello di Ugolino!"

" Canto trentesimoterzo la bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator forbendola a’ capelli del capo ch’egli avea diretro guasto…"
Finché qualcuno non lo interrompeva, con un grido da balente o una risata stronza. Allora diventava serissimo, faceva spallucce e se andava, senza neanche un saluto.
" Dove vai, Mario? Di nuovo la testa ti fa male?"
Non rispondeva. Usciva fuori, arrivava dietro l’angolo del tabacchino, e sperando che nessuno lo vedesse si tirava certi pugni sul cranio, come un pugile impazzito.
E il fisico da boxeur, Mario, ce l’aveva davvero. Pesava più di cento chili, aveva muscoli da vendere e assomigliava non poco a Primo Carnera. Per la stazza, per la riga perfettamente disegnata in mezzo ai capelli, per quella mania dei versi danteschi. A Sunis i soprannomi non venivano mai dati a caso.

Era stato un incidente in Germania, venti anni prima, a ridurlo così. Nel cinquantasei, quando era emigrato con altri giovani compaesani, era arrivato a Dusseldorf e aveva trovato lavoro in un’impresa di costruzioni edili. L’ideale, per lui, che di certo non si faceva spaventare dai blocchetti di cemento e i pesanti sacchi di calce. Subito era diventato un operaio modello, il fenomeno portato ad esempio, quello che di giorno lavorava come uno schiavo e la notte, nella solitudine tedesca, leggeva e rileggeva sempre lo stesso libro, il più bello, che se vuoi imparare bene l’italiano non puoi farne a meno e devi resistere al sonno e impararlo a memoria e fargliela vedere a questi crucchi.
Poi un giorno, mentre demolivano una casa, gli era crollato addosso un intero soffitto. Si era salvato per miracolo ma era rimasto un po’ strano. Si diceva che fortissime emicranie avessero continuato a tormentarlo, senza tregua, da quando si era risvegliato dal coma. E ogni volta erano pugni. Forti mazzate sulla testa, uppercut potenti sulle tempie che avrebbero steso chiunque.
L’avevano licenziato e rispedito in Italia.
Ecco, Marieddu “Carnera” era così: aveva una forza che avrebbe potuto spaccare il mondo e la usava solo contro se stesso. Come a volersi punire per quel ritorno da perdente. Per quella sfortuna che l’aveva costretto a una vita piccola, in compagnia della madre anziana e con quella misera pensione d’invalidità. Non avrebbe mai fatto male a una mosca e verso gli altri dimostrava invece una generosità fuori dal comune. Spesso la esternava in modo stravagante, questa sua bontà, ma il tratto nobile del suo carattere veniva sempre fuori, anche negli episodi più strambi. Mi raccontarono che una volta, mentre tornava a casa, aveva visto un ragazzino che faceva autostop sulla strada principale di Sunis. " Dove vai?" gli chiese.   "A Sagama, ma non si ferma nessuno." 
" Vieni con me, ti accompagno io."
Mario non aveva l’auto. Allora se l’era caricato sulle spalle e aveva cominciato a correre in direzione del paese vicino, con il malcapitato che per tutti quei chilometri era diventato muto dal terrore.

Io gli volevo bene anche per queste cose a quella specie di Garrone adulto. E quando riuscivo a mettere da parte qualche spicciolo mi infilavo nel bar di Colobra e gli offrivo una birra. Lui, in cambio, mi recitava Dante.

La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie si inebriate che dello stare a piangere eran vaghe…

Nel marzo del settantasette era sparito dalla circolazione. Da qualche settimana nessuno l’aveva più visto. Era strano, era come se fosse sparito il bancone del bar, ma nessuno si chiese il perché di quella prolungata assenza. Solo io me ne preoccupai e pensai a una complicazione del suo male oscuro. Tornai a cercarlo per tutto il mese, ma niente: intorno al tavolo del tressette il più alto degli spettatori misurava un metro e sessantacinque.
Dopo qualche tempo smisi di andare da Colobra. Senza il gigante, le carte mi sembravano il gioco più noioso del mondo e l’odore delle nazionali senza filtro una nauseabonda tortura.
A malincuore mi rassegnai all’idea di non incontrarlo più.
Poi, un giorno, in una delle mie solitarie passeggiate in campagna, vicino alla strada che portava al fiume, lo vidi da lontano. Era intento a scrivere su piccoli fogli di carta e a nascondere quelle composizioni sotto i sassi di un viottolo più a valle. Ogni tanto sollevava lo sguardo al cielo e si martellava la testa di pugni. Non mi avvicinai, rimasi nascosto dietro una quercia e, quando lo vidi andar via, aspettai per un buon quarto d’ora prima di raggiungere il suo percorso segreto.
Ne aveva scritto a decine di quei biglietti: erano tutti messaggi d’amore.
Aveva preso piccole parti del quinto canto dell’Inferno e con una grafia elementare le aveva dedicate a Michela Pintore.
Farò come colui che piange e dice c’era scritto nell’ultimo che lessi. E sotto, a stampatello, A MICHELA.

Dunque Mario era innamorato e chissà per quanto tempo aveva coltivato in segreto la sua passione per la donna più bella di Sunis, la più corteggiata, la più sfuggente.
Me lo chiedevo, mentre rimettevo a posto i pezzetti di carta. E mi domandavo come mai Mario avesse deciso di abbandonare al caso quella sua confessione, come un naufrago che lascia alle onde un messaggio nella bottiglia. Che significato aveva quella dichiarazione d’amore affidata alla terra e alle pietre?
Lo capii qualche giorno più tardi, quando mi arrivò la notizia che Michela Pintore aveva ceduto alle lusinghe di Sebastiano Salaris, il ricco proprietario terriero che aveva passato la vita ad accumulare ricchezza e che improvvisamente aveva deciso di sposarsi.
Lo compresi ancora meglio una settimana dopo, quando in un baleno si diffuse per tutta Sunis la voce della tragedia.

L’aveva trovato la madre, dentro la stanzetta dove dormiva. Con le mani insanguinate, con il cranio spaccato, con un ciuffo di capelli ancora attaccato ad uno spigolo del letto.
Tutti dissero che la pazzia prima o poi lo avrebbe ucciso.
Io pensai che “Carnera” aveva finalmente liberato quella rabbia che per troppi anni gli aveva offeso il cervello, quel tormento doloroso nella testa.
Quella bufera infernal che mai non resta.

novembre 28, 2007

Ci sono giorni che dici: malaitta sias!  Alla sveglia lo dici, sperando che si offenda per sempre e non ti rivolga più la parola. Beh, quando la misura è colma, non è che posso esprimermi orsolinianamente,  e che cavolo, suona da cinque minuti e sembra la banda musicale alla sagra delle angurie, la stronza. Invece è un giorno che inizia storto, una gamba qua una gamba là.
Non sei ancora del tutto sveglio e pensi a quante ore mancano per poter di nuovo dormire. Poi, uno dopo l’altro, metti in fila questi pensieri: devo aver sognato qualcosa di strano, mi sta venendo l’influenza, fra un po’ piove, ho finito il caffè, sono un grande uomo, sono un grande uomo.
Conti fino a dieci. Poi altri dieci. Poi altri venti. E quando ti alzi cominci a correre e a cercare mutande e calzini e dici op! op! Ma subito ti penti perché ti senti ridicolo.
Mmmh, magari se faccio un poco l’imbonitore: prego, accomodati, guarda come tutto ti sorride, oggi, anche la doccia non aspetta altro che sentirti cantare!
E cantiamo, va: “è uno di quei giorni che…” no, che cazzo, questa non va bene, sii un po’ più furbo.
Mi vengono in testa solo alcune canzoni di Claudio Lolli, l’angoscia metropolitana,  le antenne  conficcate, le nuvole frustate e compagnia bella. Meglio niente.
Allora mi impongo di sorridere. Mi guardo nello specchio e blocco le labbra in un’ espressione alquanto cretina ma indubbiamente sorridente. Forse così è un po’ troppo, cerca di far sorridere anche gli occhi, così è troppo finto…ecco così va bene. Non la cambio più.
Esco per andare al lavoro. Piove, ovviamente. In strada incontro solo Filippo Carcassoni, lo vedo ogni mattina. Chissà perché lo incontro sempre: se esco in anticipo lui c’è, se sono in ritardo lui c’è, se sono puntuale lui c’è. Avete capito no? Filippo Carcassoni c’è sempre, anche nelle giornate storte. E mi dice sempre buongiorno. Ma stamattina era coperto dall’ombrello e non mi ha visto.
Poi vedo uno che non conosco. Mi guarda e mi fa: che hai da ridere? Ho una faccia che ti fa ridere? Hai sognato Stanlio e Ollio? Hai una paresi?
Tiro dritto, non gli rispondo, so che potrebbe finire male.
Finalmente vedo per terra una cacca di cane. Ecco, tiè, ora ti calpesto, così la giornata è sistemata.
Quando arrivo in ufficio i miei colleghi mi guardano in modo strano: “Che avete da guardarmi in modo strano?”, chiedo. “Ho una faccia che fa guardare in modo strano? Avete sognato un film sperimentale di Ejzenstejn? Avete un blocco alle sopracciglia?”
“Va a cagare” mi rispondono, in coro.
Poi arriva un cliente. Mentre mi parla, chiedendomi cose che non capisco, si copre il naso con la sciarpa. Capisco ancora di meno, le parole mi arrivano tutte a pezzettini. Rimango lì, aspettando che mi chieda qualcosa di comprensibile. Invece si ferma e aspetta pure lui.
“Allora”, mi fa dopo un po’.
“Allora cosa?”
“Quello che le ho chiesto”
“Può ripetere più lentamente?”
“Sta male?”
“No, perché?”
Intanto faccio uno sforzo sovrumano per mantenere il sorriso stampato.
“Allora?”
“Allora cosa?”
“Vuole scherzare con me, eh. Ma non è la giornata giusta, guardi. Oggi stra..li…bel…chen…potrò.”
“Ma perché mi parla con la mano sul naso? Lei non è mica sottotitolato, sa.”
“Mi chiami il direttore.”

Chiamo il direttore. Se ne vanno nella sua stanzetta, quella con la pianta e le fotografie dei figli.
Dopo cinque minuti il direttore torna da me e mi annusa. Sembra un cane da tartufi. Poi mi dice: “Vada a cambiarsi le scarpe. Anzi per oggi se ne stia a casa.”
Forse la giornata si sta raddrizzando.
Invece no. Appena esco, una folata di vento mi spacca l’ombrello. E incontro di nuovo Filippo Carcassoni. Il suo ombrello è perfettamente integro.

novembre 28, 2007

In principio era il gioco.
Prima di trastullarsi nel blog, Bobboti aveva cominciato a divertirsi con alcuni pazzi incontrati in rete, che prima di lui avevano preso a giocare "a parole". Fra quei pazzi c’erano anche Robysan e Trianuzza, due fedeli compagni che vengono anche qui, a giocare in questo cortile. C’era Guido Conforti, che aveva tanti giocattoli da fare invidia. C’erano altre belle personcine che ho perso di vista, peccato.
Ecco, prendetevela con loro se ogni tanto vi tedio con gli oulipismi solipsismi.
Al tempo, io avevo letto solo un paio di libri. Uno si chiamava Esercizi di stile. L’avevo comprato sperando di trovare una guida aggiornata ai negozi di coltelli a serramanico, invece era una roba stranissima.
Poi arrivò la ditta Conforti & C. e la mia vita cambiò. Mi fecero capire che gli esercizi e gli stili erano un’altra cosa, più divertente dei coltelli, anche se non la potevi usare per tagliare una fetta di pecorino.
Ora mi chiedo: posso postare qualcuna di quelle prove? No!, mi rispondo. Ma perché?, domando, sorpreso. Perché no!  Perchenò, porquenò, parcequeno, per queneau. Perche no?

ORIGINALE
Un uomo e un cane passeggiano in un giardino pubblico.
A prima vista non si saprebbe dire con certezza se sia l’uomo ad accompagnare il cane o viceversa.
Ogni tanto i due si fermano per soddisfare i propri bisogni personali o per aspettare che l’altro faccia con comodo.
A differenza dell’uomo, i bisogni del cane sono per lo più di natura fisiologica e non ammettono deroghe.
L’uomo appare più benevolo rispetto al cane e attende il momento opportuno per sedersi su una panchina e accendersi una sigaretta.
Il cane non fuma e in questo caso preferisce mettersi a cuccia sopravento e guardare la gente che passa.

RENDICONTANDO
Alti tassi, fondo pubblico aperto. Fido, Massimo: “girata” irregolare nel sempreverde.
A vista è l’incerto per il certo.
Richieste di Fido senza proroga di termini. Versamenti obbligatori: bot, split, swap, emissione di liquidità, prodotto interno lordo. Tassi insensibili.
Saggio Massimo vaglia azioni, valuta depositi. Senza contrattazione alle grida, saldo, disponibile, senza interesse immediato. Passivo.
Insolvenza, cambio: incassa il premio, Massimo. Con la sua azione privilegiata, si colloca su una banchina, non per un bene fisico. Fido, in posizione utile, dividendo venti, controlla fluttuazioni.

LINGUE PARALLELE
Un òmmine e un catteddo passizzano in meso agli arvori a cumone.
A prima appompiata non ti abbizzi se è il mere chi accunpanza il catteddo o è il revesso.
Cada tanto arrèano per i bisonzi, per gli aprenti, o per aisettare l’atero.
A difarensia dell’ommine, gli apìti del catteddo non ammittono iseti.
L’ommine s’ammustra più amistanzioso del catteddo e isètta il mamento zusto per sèzzere nell’istradile e allughersi una zicca.
Il catteddo non pipa e, tando, sebera di corcarsi contrabento e di pompiare la zente che cola.

VOCAZIONI
Monsieur Fanfan Latoulip e il suo vecchio cane Serse passeggiano in un giardino pubblico…
– Nelle terse sere serene, "Ser" e Serse, nel verde dell’erbe e delle eterne selve, chete, nel perenne presente –
direbbe Fanfan.
Aggiungerebbe: – Sì sì, lo so, lo so, non si sa se Serse sia solo o se Sir sia solo con se.
Spiegherebbe, sorridendo: -Sostiamo spesso. Sai, sugli stimoli “senili”, soprattutto se sono stringenti, serve spirito stoico, sopportazione, saggezza: espellere repente, necesse est!
No, non lo mollo solo, lo controllo (non troppo, ho bon ton). Sopporto. Dopo trovo conforto.
Sì, sopra la panca.
Ora canna, caro.
Sir Fanfan fuma felice. Serse, sopravento, schiva spire, scova spore. Fisso, fissa fessi.
Ps.
Poi, chissà perché, Fanfan cerca un sinonimo di Maioliche. Porcellane, gli viene.
Ma le vocali lo tormentano. Si scambiano di posto. E nel parco pare un porco.

CINECINO
Roma, verso sera, otto e mezzo. Panoramica dalla finestra sul cortile della mia camera con vista. La prima visione è un cane andaluso con un uomo tranquillo: Lolita e Umberto D. percorrono la strada tra Viale del tramonto e Via col vento. Camminano, uno a passo normale l’altro a passo ridotto: i loro soliti cento passi? Vanno lenti, tra il giardino dei Finzi Contini e il giardino dei ciliegi. Ora si fermano, girano, riprendono. Il copione è sempre lo stesso, una scena già vista. Per Lolita l’obiettivo è l’albero dei desideri, per Umberto D. un posto al sole, prima del tramonto e, in prospettiva, come premio speciale, una sigaretta. Ma solo in un secondo tempo. Perché ora Lola corre e la tentazione bionda può attendere.

novembre 25, 2007

Questa è l’ora di due poesie d’amore.

Mi piaci
certe sere d’inverno
quando scaldi il mio cuore.
Mi piaci
quando stiamo abbracciati,
la pioggia, lì fuori,
senza chiederci niente,
solo gocciole e foglie.

Mi piaci quando taci
come nella Poesia
e sei come assente,
mia musa.
Mi piaci
quando guardi lontano
con gli occhi sul nulla
infinito.
Mi piaci, bambola
perché riempi i miei spazi.

Per questo, stanotte,
non ti ho ancora sgonfiata.


……………………………………………..

Come siete belli
amanti
che al mattino il vostro amore
dite al mondo
e al cielo sopra voi.
Come adoro
la vostra incoscienza
che regna
su tutto
sul bene, sul male.
Come ascolto
il vostro tubare
che nell’aria si leva
e arriva
sì lieve
fin dentro le stanze.

Ma quando la smettete
di scagazzarmi il davanzale?

novembre 25, 2007

-Nome?
-Bobboti.
-Nome?
-Bobboti.
-Ho detto nome, cazzo! Come ti chiami?
-Bobboti.

Sono all’angolo, come un pugile che sta per finire al tappeto. Dentro una stanza spoglia, bianca, bianchissima, qualcuno mi sta processando. Il mio naso sfiora la parete, posso sentire il freddo del muro e l’odore del cemento. Alle mie spalle, il tipo continua a urlare la domanda senza senso e a far schioccare un frustino sugli stivali. Ho paura, mi sembra che da un momento all’altro possa infierire su di me. C’è un momento di silenzio. L’aguzzino comincia a passeggiare, fa avanti e indietro come se stesse pensando a un’altra strategia di tortura. Io conto i passi: ventisette. E aspetto la prima scudisciata sulla schiena. Non so perché mi trovo lì, non ho fatto niente. Non ricordo neppure come ci sono finito. Maledico la sorte.
-Il liberismo è di sinistra. Quando cazzo ve lo metterete in testa, piccoli scarafaggi? E tu, merdoso di un sardo non hai neppure votato all’ultima puntata dell’isola dei famosi. Qui c’è un plastico che ti inchioda, abbiamo le prove, c’è anche il parere dello psichiatra. Ambarabàcicicocò. Nome?

A quel punto mi rendo conto di essere in un sogno. Certo, non può che essere così, è un falso Bicchiere della staffa e ci sono finito dentro per colpa dei funghi che ho mangiato a cena.
Mi volto, lentamente. Nella stanza non c’è nessuno. Le domande e il rumore dei passi provengono da due casse acustiche appese vicino al soffitto. Per terra c’è lo schermo di un computer che trasmette una puntata di Porta a porta. Prendo un po’ di coraggio, mi muovo con cautela, cerco di uscire dalla stanza, ma la porta è chiusa a chiave.
-Fatemi uscire, maledetti bastardi! Lo so che è tutto finto, fatemi uscire, fatemi uscire.
Di nuovo la voce: – Taci, stronzetto. Decidiamo noi quando è il momento di liberarti, ammesso che lo faremo. Nome?
-Bobboti.
-Nome?
-Bobboti.

Si spengono le luci, rimane acceso solo lo schermo. Nello studio televisivo ci sono due politici, un criminologo, una velina, un cane e Polanca. L’inquadratura indugia su una scritta gigantesca che fa da scenografia: COLPEVOLE.
I politici confermano che il liberismo è di sinistra, il criminologo dice che tutte le prove sono schiaccianti, che i miei comportamenti spazzano via ogni ragionevole dubbio “ha sempre vissuto dentro la finzione”. La velina dice che sono un nano. Il cane mi ringhia contro. Polanca mi guarda e non dice nulla. Perché non parla il mio amico Polanca?
Dopo la pubblicità, Vespa si rivolge proprio a lui: – Cosa ci può raccontare dell’adolescenza di Bobboti?”
Polanca si alza. Va verso il conduttore. Lo guarda attentamente in faccia. “Lei è un neo-conservatore. Perché non si fa una plastica?”

A quel punto mi sveglio. Sono davanti allo schermo del mio pc. Mi sono addormentato a metà racconto, una storia senza senso che parla di incubi e tempi moderni. Il cellulare sta squillando: è Polanca.
-Pronto.
-Sono io.
-Lo vedo che sei tu, Polà.
-Stavi dormendo?
-No, perché?
-Hai una voce strana.
-Anche tu hai una voce strana.
-Ho appena sognato che andavo a cavallo con Nicole Kidman. Te lo volevo proprio dire.

novembre 21, 2007

rossa, rossella e grazie al c.

Con grandissima sorpresa leggo su Repubblica di una  possibile "ragnatela che avvolge e intreccia le vicende della tv di Stato con quelle di Mediaset. Di un  "gioco di squadra". Di  Mimun, Rossella, Del Noce, Vespa…
Che strano, non l’avrei mai detto!
Però, tranquilli compagni. Anche noi abbiamo le nostre strategie. Anche noi stiamo imparando le tecniche di comunicazione. Che altro volete che sia –la rossa Vittoria– se non un diabolico messaggio subliminale coi tacchi a spillo e le calze autoreggenti?

novembre 15, 2007

Il punto era che Aldobrando Porcu non riusciva proprio a levarselo dalla testa quel dannato modo di dire dei suoi paesani.  Anzi, più cercava di non pensarci e più la frase bastarda lo torturava: – b’at prus tempus chi non sartizza, c’è più tempo che non salsicce.
Gli era pure venuta una specie di fossetta alla sommità del cranio, un buco uguale a quello che la fontana di Stiriddai aveva scavato nella pietra. Era uno sgocciolio continuo, era la famosa gutta.
Si dicevano anche altre cose, tipo “uccello che non becca ha già beccato”, “chi non ha nulla da fare pettina il culo al gatto”, ma quella storia che c’è più tempo che salsiccia non lo lasciava in pace.
Il punto era che Aldobrando Porcu, a tale verità, non ci aveva fatto troppo caso fino a quell’anno. Anzi, gli era andata bene così. Perché lui, il più grande porcaro di Sunis, di salsiccia ne aveva sempre avuto tanta. La produceva lui, figuratevi, e ogni anno la misurava: a chilometri ne aveva. Perciò si sfregava le mani.
Ma quell’anno era arrivata la malattia dei maiali, la peste suina orientale, e salsiccia non se ne poteva più fare. Venderla, poi, era addirittura proibito dalla legge. Era riuscito a nascondere in cantina una piccola provvista personale, niente di più. Ogni giorno la misurava e ogni giorno la lunghezza diminuiva, perché doveva anche mangiare e come si fa a mangiare le lenticchie senza un pezzetto di salsiccia. Misurò per la quarta volta: il risultato era sempre lo stesso, un metro e quindici, comprendendovi anche le code. E nelle code c’era più budello e spago, che grasso e polpa. Era pur  vero che di tempo ce n’era sempre di più, ma se c’era poca salsiccia era  possibile che anche il tempo si sarebbe potuto accorciare.
Allora decise di proibire a tutti l’uso di quell’espressione. Lo poteva fare perché era il più ricco di Sunis. Ed essendo il più ricco era anche sindaco. Emanò l’ordinanza: la parola “tempo” doveva essere sostituita dalla parola "marmellata". B’at prus marmellata chi no sartizza. Suonava malissimo ma non gliene importava nulla, non era il momento di pensare alle assonanze e al purismo della lingua, bisognava pensare al tempo che fuggiva.
Il punto è che i paesani non ci capirono molto della disposizione. Intesero solo che per i trasgressori erano previste pene molto severe. Perciò non si fidavano più di pronunciare quella parola, se non dentro casa, sottovoce. In pubblico si autocensurarono, cancellando la parola rischiosa dal loro piccolo  vocabolario.
Quando arrivava la stagione delle castagne, dicevano: è marmellata di castagne. Quando era il momento di raccogliere le patate: “è marmellata di patate.” Quando il cielo era scuro e minacciava temporale, alzavano gli occhi al cielo e rassegnati bofonchiavano: brutta marmellata, brutta annata.
E l’annata fu davvero così brutta che il raccolto risultò misero per tutti. Erano tutti contadini, a Sunis, e quell’anno conobbero una fame spaventosa. Anche per colpa di Aldobrando Porcu che per non consumare troppo velocemente le sue salsicce ordinò che metà del raccolto doveva essere versato alle casse del comune, cioè nelle cassapanche di casa sua. Presto tutti odiarono Aldobrando Porcu più di quanto lo avessero sempre odiato. E allora, in tutte le abitazioni del paese, soprattutto di notte, si cominciò a ripetere la frase proibita. Fuori no, ma fra le mura domestiche quella litania continuò incessante per settimane. Intanto, per lunghi mesi, fu solo marmellata di cicoria.
Poi, un bel giorno, non si sa come, il gatto di Bachis Fulanu entrò nella cantina di Aldobrando Porcu e in dieci minuti si mangiò tutta la salsiccia. Il giorno dopo, il ricco porcaro, davanti alla vista dello spago che penzolava nudo  da un asse di legno, ebbe un infarto.
A mezzogiorno ci fu il bando pubblico: il Signore ha stabilito che la marmellata di Aldobrando Porcu è finita. Il prete disse che per il  Porcu era iniziata la marmellata eterna.
Subito dopo il funerale, arrivò il bel tempo. Il cielo si rischiarò e le piante cominciarono a fiorire.
Ci fu una festa di piazza, i balli a tempo di passu torrau. Una delegazione andò a svuotare la dispensa del defunto sindaco. Cucinarono legumi e bevvero vino di prima qualità.  Durò giorni l’allegria, rimasero svegli per giorni, a cantare e ballare. Il lavoro poteva aspettare. Per tornare a faticare nei campi c’era sempre tempo: b’at prus tempus chi non sartizza.

novembre 14, 2007

Tanto per rispondere all’appello di alcuni amici che hanno dato vita a questa cosa

In audio la versione originale in lingua originale.

Sono io quel bambino che corre
fra gli asfodeli, a Maggio.
Che si ferma, d’un tratto
assorto
in tutto quel bianco.
Sono io
con un filo di fieno
giogo leggero alla lucertola
affacciata fra le pietre.

Sono io quel pastore che mi guarda
da lontano
con l’antichità negli occhi
e un sorriso che approva
le corse, le catture
di quand’era bambino.

Laggiù, nel pomeriggio immoto
vicino al torrente,
infuocato di luce.

Ma io, io che vedo il vecchio,
e dico,
io non ci sono.




So’ deo
kudhu pisedhu chi est currinde
in mes’e s’usciareu, in maju.
Chi si firmat totinduna
incantau
dae tottu su biancu.
So’ deo
cun d’una frenalza
su giobu lebiu lebiu
a sa tilighelta
accherada in d’ una pedra.

So’ deo kudhu pastore
chi m’est abbaidende
dae attesu
cun ojos antigos e
unu risitu chi narat chi emmo
-cantas n’at tentu
cando fit creatura-

In giosso, a boltaedìe, frimmu
in oros de su riu
alluttu de lughe.

Ma deo, deo chi ido su ezzu,
e conto,
deo non bi soe.

novembre 12, 2007

E’ tutto strano. Il  luogo del fattaccio si chiama Badia al Pino. Abete è il presidente della federcalcio. Manganelli è il capo della polizia e l’agente accusato di omicidio colposo si chiama Spaccarotella.
Il calcio è strano.

novembre 8, 2007

Amo ridere di Roma  (ma ci sarebbe da piangere)


-Da menare moro o rom
o col nome che fa Omàr
i cinesi gli stranieri
tutti quanti da scacciar.

Un falò di tutti i neri
i ragni zingari schiacciam,
spezzeremo anche i rumeni
e le reni dell’islam.

Gli albanesi con gli armeni
li buttiamo tutti a mar
marceremo senza freni
se le mani sai menar-

Che rumori, che umor nero
e che numeri i romani!

Omar, Ramon, moro o Rom
Urbi et orbi fai sapere
che amor- roma, per piacere,
è il più giusto palindrom.