dicembre 22, 2007


A Natale erano diventati tutti così buoni che si faceva una gran fatica anche a camminare per la strada. Ogni abitante di Ballacanò ne fermava un altro: che piacere vederti, il piacere è tutto mio, ti trovo in gran forma, venga signora l’aiuto ad attraversare la strada, proprio ieri pensavo a te, quanto tempo…
Anche i bambini: ti regalo questa figurina, ti presto la mia bicicletta, questa bambola la dono a te tanto io ne ho un’altra.
Le giornate erano miti, non pioveva da tre giorni e il vento si era calmato. Nella piazza si poteva sentire il suono delle cornamuse e nell’aria si mescolavano i profumi della festa: torroncino, spumanti, canditi, ragù molto speciali. Alla messa delle nove il prete aveva detto “scambiatevi un segno di pace” e tutti si erano abbracciati guardandosi negli occhi. Molti avevano pianto per la commozione. Persino Filippo Ungramala, che era sempre di malumore per via della sua unghia incarnita, aveva smesso di zoppicare e ora salutava i suoi compaesani con le espressioni più amabili. I gatti ronfavano, i cani rispettavano i tronchi degli alberi, i piccioni facevano ordinatamente la fila per raccogliere i chicchi di mais. Le automobili sembrava che si parlassero: prima lei, ma no la prego la precedenza è sua.
La magia del Natale aveva contagiato tutti, uomini e animali. E anche le cose sembravano ammantate di quella bontà. La fontanella di Via Abbanoa, per esempio, che era rimasta secca per cinque anni, aveva ripreso a far tintinnare il suo getto continuo d’acqua cristallina. Era tutto così bello che le pubblicità della televisione, al confronto, sembravano poco realistiche. Poco vere, ma per difetto.
Verso mezzogiorno, anche Natalino Piumone aveva deciso di fare una passeggiata per le vie del centro. Anche lui, l’uomo più introverso e asociale della comunità, sembrava deciso, quel giorno, a condividere la festa con gli altri. E gli altri ne furono felici, quando lo videro. Oltretutto era pure il suo compleanno e il suo onomastico, e così la gente cominciò a rivolgergli una sequenza interminabile di auguri: buon natale Natalì, buon compleanno Natalì, buon onomastico Natalì, buon anno Natalì, buone feste Natalì.
Resistette per cinque minuti, Natalino. Sforzandosi di sorridere, rispose grazie grazie. Poi, improvvisamente, come succede quando un pensiero che cerchi di allontanare ti torna inevitabilmente in testa, Natalino cambiò espressione. Divenne cupo, i suoi occhi si fecero freddi e stanchi. E cominciò a non rispondere. Oppure faceva solo un cenno con la mano, senza guardare in faccia nessuno e tirando dritto per la sua strada.
Alcuni non ci fecero caso. Ma altri non sopportarono che il clima di festa e di benevolenza si potesse guastare così in fretta. Non era possibile che un granello di sabbia potesse frenare il motore ben oliato dell’affetto di Ballacanò.
“Al diavolo la sua malinconia!” disse, a un certo punto, Giovannantonio Trippide.
“Oh, hai detto diavolo!” gli rispose Marietto Fileddi, “non dovresti usare simili espressioni il giorno del Santo Natale”.
“Va’ a cagare!” ribattè, l’altro.
"A cagare vacci tu, pezzo di merda!"
Presto ne nacque un battibecco, proprio al centro della piazza. Arrivarono decine di ballacanesi e ognuno aveva da dire la sua. In pochi secondi la discussione diventò una gazzarra.
“Cosa facciamo?” chiese dopo un po’ il sindaco Fazzodeo, cercando di ristabilire un po’ d’ordine.
“Arrestiamolo!” urlò qualcuno dalla folla.
“Ma poveraccio, non ha molti motivi per essere allegro, non ha più un lavoro, gli hanno dato lo sfratto” provò a replicare, un altro.
“Ma oggi non conta, che cazzo me ne frega a me se a lui non gli và. Deve sorridere e basta!”
“Sì, hai ragione, questo coglione sta rovinando la festa!”
“Uccidiamolo!”

Una delegazione si incaricò di catturare Natalino Piumone. In cinque andarono a prenderlo a casa sua. Lo legarono, gli misero un cappuccio in testa e col nastro da pacchi lo infagottarono per bene.
Poi, con il sindaco in testa, tutti i ballacanesi formarono un corteo e portarono Natalino in cima al monte Assamuda. Lì, vicino alla quercia più grande, lo scannarono e lo tagliarono a pezzetti.  E dall’alto di una rupe, fra le risate d’allegria,  gettarono i resti del pover’uomo in pasto agli avvoltoi che avevano cominciato a volare nel cielo limpido di quella giornata splendente.
Quando anche l’ultimo pezzo di carne fu lanciato nella vallata,  ricominciarono a farsi gli auguri, ad abbracciarsi e a promettersi un anno nuovo di felicità.

dicembre 21, 2007

Riscritture. Di un vecchio pezzo. Mi è venuto in testa, dopo aver letto un post di una giovanissima "nughese" che studia in sud america, una pischella da seguire, per tutte le promesse del suo talento. Parla del grande freddo, del film.
E anche questo piccolo racconto, in qualche modo.


Il grande freddo

Un sabato mattina, poco prima di Natale. C’è gente dappertutto. Gente che cammina svelta, che entra e esce dai negozi. Sembrano tutti nervosi, infastiditi dal freddo. Sui bordi delle strade ci sono ancora pochi cumuli di neve che resistono. Neve sporca, di quella che non vedresti mai in una cartolina e che sembra messa lì per qualche oscuro avvertimento.
Sono a Nughes. Sono venuto a salutare la nonna, a dirle buon natale. Fra qualche ora riparto, ma prima voglio fare un giro. Per i luoghi che mi riportano indietro.  Che forse mi aiutano a domare la malinconia , mi dico. Quando la neve era bianca, quando Natale era festa, quando il freddo non era così freddo, penso.

Incontro la madre di Francesco al mercato rionale. La vedo, curva su una cassetta di sardine al banco del pesce, di spalle, chiusa nel suo lutto eterno. Mi avvicino con una certa titubanza e la osservo, per qualche secondo non visto. E’ più piccola di come la ricordavo. Più nera, più triste.
– Francesco sta male – mi dice, dopo i convenevoli del saluto – e anche tu lo hai dimenticato.
Sono spiazzato dalla sua voce sommessa, dallo sguardo che mi punta sugli occhi, da quella “sarditudine” di mamma anziana che non vedevo da tempo; da quella frase così diretta che mi arriva come un pugno sullo stomaco.
Lo so che il mio compagno di banco del liceo non sta bene, che qualcosa nella sua testa ha cominciato a girare in modo strano, ma faccio finta di niente.
– Come sta male, ma non è all’università? Non stava per laurearsi?
– No, è tornato a Nughes da quasi un anno. E da quasi un anno che se ne sta chiuso nella sua stanza, non vuole vedere nessuno, neanche me. Ha smesso di studiare, dice che dopo i trent’anni non è più tempo di fare lo studente. Non so cosa faccia lì dentro, tutto il giorno. Ascolta musica , anche di notte. Poi, la mattina e il pomeriggio dorme. L’ultima volta che l’ho visto è stato un mese fa, quando è uscito a comprarsi le sigarette, all’alba. Ma è stato un caso che io fossi già sveglia, in genere esce dalla stanza quando io sono a letto. Come una “sisaia”.  Anche per mangiare o per andare al bagno. Forse se vieni tu…
In una frazione di secondo penso a Lovercraft e a un racconto di Shepard. E mi vergogno di quel pensiero così scomodo.
– Verrò. Domani passo, Tia Mallè.
La promessa mi viene fuori dalle labbra troppo in fretta per un ripensamento. Dovrò rinviare la partenza, nonna sarà contenta.

Il giorno dopo sono agitato quando suono al citofono. Cerco di mettere a fuoco le cose giuste da dire, di avere una faccia che dissimuli il senso di colpa. La signora Mallena mi fa accomodare in cucina e mi elenca tutte le cose che vuole offrirmi, i dolci fatti in casa, l’orzata, le caramelle alla menta, il bitter rosso. Alla fine è un caffè, fra poche parole. Un caffè dolcissimo, nella tazzina del servizio buono.
– E’ là, nella camera in fondo. Vai, io prego la Madonna che ti faccia entrare- mi dice, dopo uno scomodo silenzio, stringendo il rosario fra le mani.

Mi avvicino piano. Dietro la porta si sente Sara Vaughan che canta My Funny Valentine, il nostro pezzo preferito. Anni prima, quando scoprimmo il jazz, era sempre al primo posto, nella nostra classifica degli standard. Lo conoscevamo entrambi a memoria, anche se io preferivo la versione di Chet.
Sorrido, pensando che si sia accorto della mia presenza e che abbia voluto darmi il benvenuto con quelle note cariche di ricordi.
Busso. Non mi risponde. Allora lo chiamo – Francè, sono io.
Sento che manda “a palla” il volume dello stereo, oltre il consentito, fino alla stonatura. Devo aspettare almeno due minuti, prima che il brano finisca. – Francè, posso entrare?
Sento che si muove, con lentezza, strascinando ciabatte di plastica. Infila la chiave nella toppa e fa scattare la serratura.
C’è un puzzo terribile, nella stanza, un misto di sigarette, sudore e vapori di whisky stantio. Spinti dalla porta che si richiude, gomitoli di polvere danzano sul pavimento. Ci sono libri dappertutto, sulla scrivania, sulle sedie, per terra. Alcuni sono aperti, con una piega sulla pagina per tenere il segno. In un angolo, un mucchietto di calzini sporchi, vicino a due bottiglie vuote, sembra un’installazione d’arte contemporanea.
E c’è lui, Francesco, appoggiato alla soglia della finestra che guarda fuori e non si volta.
– Ciao- Ciao, senza girarsi.
– Ti sembra il modo giusto di accogliere un vecchio amico?- gli dico, con un tono di rimprovero.
A quel punto si gira e mi guarda. E’ magro da far paura, i calzoni larghi di cotone e il maglione sformato che indossa sembrano vuoti, appesi a un filo. Ha una faccia da vecchio, grigia, piena di rughe ai lati degli occhi e sulla fronte.
– Ciao- Ciao, con un indizio contenuto di piacere.
Mi accorgo che ha perso due denti e che muove in modo strano la mandibola.
-Avevo voglia di vederti, sono anni che mi chiedevo che fine avessi fatto.
Afferra una bottiglia di whisky e me la porge. Lo sguardo mi cade sul suo braccio sinistro, su alcuni segni scuri. Anche lui guarda la piega del gomito e subito, con un movimento simultaneo, ci guardiamo negli occhi. Rapidamente e senza indugiare.
– Non vuoi festeggiare l’evento?
– No, fatti una doccia e usciamo. Andiamo a farci una birra, hai bisogno di un po’ d’aria anche tu, mi pare.
– Sei venuto a fare l’assistente sociale? Guarda che non ho bisogno di soccorsi. Siediti. E parlami di te, piuttosto. Che ne è della tua vita?

Insisto, gli dico che mi piacerebbe fare una passeggiata al centro con lui, che magari potremmo incontrare i vecchi amici, che rientro così poco a Nughes, ora che è rimasta solo la nonna, e che non ho mai tempo e che stasera, invece, la voglio dedicare a noi due.
– Ecco, appunto, a noi due. Comincia a recuperare il tempo perduto. Raccontami di te.

Sposto una catasta di libri e mi siedo su un divanetto di vimini addossato alla parete. Lui rimane in piedi e mi osserva, leggermente accigliato. La poca luce che entra dalle persiane ci avverte che il sole sta tramontando.
Non so bene cosa dire. Poi, stupidamente, comincio a rendicontare la mia vanagloria:
– Dopo la laurea ho fatto un master di due anni negli Stati Uniti. Da poco ho ereditato lo studio legale di mio padre, ho quattro collaboratori e due segretarie, il lavoro va molto bene, anche se ho poche vacanze. Ho ristrutturato la vecchia casa in campagna dei nonni materni, credo che andrò a vivere lì, per un po’, dopo il matrimonio. Mi sposo con Rita. Te la ricordi Rita, la nostra compagna di classe?
– Come no, certo, Rita…la compagna Rita, Rita la rossa. C’era un certo feeling già da allora, fra voi due.
– Beh, veramente ai tempi mi odiava. Odiava tutti quelli che non erano figli di operai. Adesso è un architetto di grido, giù a Cagliari.
– Sei felice, insomma.
– Diciamo che le cose vanno bene.
– Non avevo dubbi, lo si capiva da quando eravamo ragazzini. Si vedeva, il tuo destino.
– Cosa dici? Se c’era uno su cui scommettere quello eri proprio tu. Eri tu che traducevi le versioni di greco per gli altri, che consigliavi i romanzi da leggere, che mettevi in difficoltà il professore di filosofia.
– Ma il più bravo della classe eri tu. E comunque sto parlando d’altro. Aspetta.

Si muove in direzione della scrivania e apre un cassetto. Con la mano che gli trema, vi fruga dentro, spostando un’assurda raccolta di cianfrusaglie. Infine, sfogliando un mazzo di fogli dattiloscritti, trova una fotografia.
– Guarda, parlo di questo.

Mi viene quasi da piangere. Non ricordavo quel giorno.

Eravamo in seconda, verso la fine dell’anno. Da poco avevamo deciso di costituire una specie di collettivo. Ne facevamo parte noi due, Rita e altri sei studenti di terza. Fra tutte le iniziative che intraprendemmo, quella che funzionò meglio era stata l’organizzazione di un cineforum per la scuola. Due volte al mese riuscivamo ad affittare una pellicola e proiettarla nell’aula magna, raccogliendo un piccolo incasso che doveva servire a finanziare la gita a quelli che non potevano permettersi di versare la quota a carico delle famiglie.
Il primo film della rassegna fu “Il grande freddo”. Era stata un’idea di Francesco, una sorta di auspicio alla solidarietà nel tempo, un inno all’amicizia che dura. Qualcuno ci fotografò: il poster del film, sotto la targa del liceo De Santis, e attorno tutti noi, nella stessa posa dei protagonisti, in una specie di rovesciamento della storia. Anche quella era stata un’idea di Francesco.

– Guarda bene- mi dice, mentre ancora navigo nel ricordo – vedi come il tuo sguardo è volitivo?
– Sono l’unico a guardare nell’obiettivo, tutto qua.
– No, gli altri pensano al presente, tu sei già proiettato nel futuro. O forse è il futuro che ti costringe a guardarlo.

La esamino più attentamente. Francesco ha un’espressione divertita, ma i suoi occhi sono bassi, il suo sorriso è sghembo. Come se avesse una conoscenza del mondo, del destino degli altri e del suo. Come se avesse una consapevolezza innaturale per la sua età.
Non dico più niente, gli restituisco la foto. Con molta cura la ripone fra i fogli e di nuovo nel cassetto. Mentre lo osservo, nei suoi movimenti lenti, penso alla felicità di quei tempi. E a come, ora, quella parola non possa convivere con noi, dentro la stanza.
Lui beve una lunga sorsata di whisky, io finalmente mi alzo.
– Devo andare. Promettiamoci che ci rivediamo presto, che ci incontriamo prima del mio matrimonio.
– O del mio funerale, chissà.
– Non dire stronzate.
– Nella foto siamo in nove, uno in più rispetto al poster.
– Piantala. E invece fammi un piacere, vai a salutare tua madre.
– No, non può vedermi così, ne morirebbe.
– Ne morirà comunque.

Lo abbraccio. Sento la sua amicizia, nella stretta. O forse è solo la mia.
Quando passo nella cucina, signora Mallena sta ancora pregando, seduta vicino al forno.
C’è un profumo buonissimo di basilico.
– Fermati a mangiare con me- mi dice. – Ho preparato le sardine col pomodoro fresco, sono quasi pronte. Sai come sono buone? Io non le posso mangiare, ma tu sei giovane e…
– Non posso, tia Mallè, sono in ritardo per un appuntamento, devo partire subito per Cagliari.
– E telefona, digli che arrivi più tardi.
– No, davvero non posso. Grazie lo stesso, tia Mallè.
– Allora aspetta un minuto.

Non riesco a staccare gli occhi dalle sue mani, mentre, con quella premura antica, mi prepara un cartoccio con la stagnola.

Raggiungo la strada. Da una finestra mi arriva la voce di Chet Baker. Ci sono luminarie, fili colorati, lucine che si accendono e si spengono.




dicembre 20, 2007

       

                                                  
MONOVOCALICHE

s’accalda

dicembre 18, 2007

  Cercasi simboli disperatamente

                 

        

                         

                     

                       

dicembre 14, 2007

Andavo tranquillo per la strada…
Cioè no non ero proprio tranquillo tranquillo avevo appena litigato con la mia fidanzata per via di un torsolo di mela che avevo posato dentro un posacenere anziché buttarlo nella spazzatura eppure lo dice la parola stessa che avrei dovuto posare solo la cenere e sapevo anche che il torsolo di mela si ossida dopo cinque secondi e dopo dieci attira l’attenzione di Giovanna che subito ti urla maiale e tutto il resto figuriamoci se sopra ci spegni pure le cicche. Sei un maiale e fuori di qui e non ti voglio più vedere e guarda che questo non è un albergo veramente questo non è un albergo si dice in altre situazioni io lo dico quando voglio allora io ti dico escusatio non petita meglio soli che mal accompagnati ecco appunto vattene. E in più pioveva avevo finito le sigarette tutti i tabaccai erano chiusi e non mi era rimasto neanche uno spicciolo per il distributore automatico o una banconota da farmi cambiare figuriamoci il bancomat che la banca me l’ha ritirato dopo due giorni lei signor Bobboti l’ha usato male no veramente credo di averlo usato benissimo mi ha dato i soldi lo scontrino e tutto quanto anzi io quei soldi neanche li avevo sul conto quindi forse l’ho usato meglio di quanto si aspettasse lui stesso lui stesso chi no cioè volevo dire lei la carta non pensava a quelle prestazioni straordinarie.
Insomma ero nero come il tempo e verde di bolletta quindi non so perché ho detto andavo tranquillo. Forse perché è un modo come un altro per cominciare una storia e mi sembra che così con quell’aggettivo uno si prepara ad eventuali colpi di scena che possono sempre arrivare se cammini tranquillo per la strada. Che se vai per la strada e basta uno non sa se sei tranquillo oppure ansioso, se vai di fretta o se invece vai sano e lontano e compagnia bella. Invece così gli dai l’indicazione che tutto proceda bene e che però qualcosa potrebbe succedere da un momento all’altro, proprio mentre cammini tranquillo.
Dunque andavo tranquillo per la strada. Non mi aspettavo nulla dalla stupida vita in quella stupida sera di pioggia. Ma d’altra parte cosa potevo aspettarmi? Fatta eccezione per quella volta che una zingara mi lesse la mano dicendomi che la mia vita sarebbe scivolata via stupidamente per il resto degli anni non ricordo niente di veramente interessante successomi per strada mentre camminavo tranquillo o non tranquillo.
Oltretutto mi trovavo in una strada di Nuoro mica al Sunset Boulevard o agli Champs Elisée o in una via di Città del Messico e lo dicono anche le statistiche che qui non succede mai nulla che siamo fra gli ultimi per la qualità della vita ma primi per il numero esiguo degli scippi ma chi vuoi scippare se non c’è nessuno per le strade e qualche volta mi chiedo se non siano tutti fuggiti perché sta per arrivare un terremoto. Che poi neppure il terremoto può arrivare siamo la terra più antisismica ecchecavolo passiamo dalla siccità alle alluvioni come se qualcuno cambiasse col telecomando risparmiateci almeno le scosse.
A Mario Bisione invece succede di tutto vede elettricisti che cascano dai pali della luce e volano come il signor Bonaventura e un milione vede turisti francesi che dicono trebò trebò trebelletrebelle oppure americani che esclamano biuttiffull gente che sorride e ti saluta cordialmente e donne bellissime venuta dalla scandinavia. Io sono sfigato, non vedo mai niente.
Dunque andavo tranquillo per la strada senza aspettative.
Desideravo solo che smettesse di piovere anche se queste precipitazioni non avevano niente di normale e probabilmente i pastori avevano fatto un rito propiziatorio sbagliando le dosi oppure gli americani avevano capovolto l’isola e non ce n’eravamo neanche accorti. A casa erano esplose pure le scatole di riso soffiato per colpa dell’umidità e c’erano pezzetti di sbobba da tutte le parti anche dietro le maniglie e nella serpentina del frigorifero.
Ecco ero immerso in questi pensieri quando a un certo punto sento uno che urla buon natale. Mi giro e alle mie spalle c’è uno vestito da Babbo Natale bagnato con le launeddas in mano e un sacco sulle spalle che poi era una “bertula” una di quelle sacche fatte al telaio che usavano i contadini prima che diventassero souvenir delle vacanze le bertule dico non i contadini. O forse anche i contadini, non saprei.
-Buon Natale, Antò- urla di nuovo, guardando verso di me. Faccio dietro- front e gli vado incontro non tanto per ricambiare gli auguri quanto per chiedergli una sigaretta.
-Grazie grazie bella questa iniziativa di mandare qualcuno per rallegrare un po’ la città ce n’è proprio bisogno l’amministrazione comunale ha fatto proprio bene era ora scusa ma non è che avresti una sigaretta?
-Ma perché tu ti chiami Antonio?
-No, veramente sono Bobboti, Bobboti di natale e quasi di capodanno.
-E allora che cavolo vuoi?
-Beh, mi guardavi, pensavo che ti rivolgessi a me.
Mentre glielo dico lo guardo in faccia e mi accorgo che è totalmente strabico con un occhio al prezzo e uno alla qualità come dice il mio amico Polanca. Ha gli occhi talmente storti che non capisco più se sta guardando me o un babbo natale finto a grandezza naturale che sta appeso ad una finestra di fronte probabilmente Antonio che sta scalando il palazzo.
-Comunque scusa, ti faccio i complimenti lo stesso e chissà come suoni bene le launeddas. Maaa… una sigaretta?
-Non fumo.
-E allora vaffanculo, tu e il natale.
-Non ci crederete, in quell’istante la terra ha tremato un po’.

dicembre 10, 2007

Mi sentite, tiu Borì, io vi sento, voi mi sentite? Vi do ancora del voi, non ce la faccio a usare il tu, e perdonatemi se ancora una volta vi chiamo così. Ma sembrava venuto dalla Russia apposta per voi, quel nome, per sovrapporsi al vostro, Bore. E per me siete ancora Boris.
Mi sentite? Io vi sento. E vi vedo, tiu Borì. Ogni tanto, vi vedo. Se sto troppo a lungo fermo, davanti alla finestra a guardare il nulla, quando anche il mio tempo si ferma e sembra voler tornare indietro, allora vi vedo.
Con un bastone lucido di olivastro appoggiato sulle spalle, con le braccia aperte adagiate su quel ramo reso lucido dagli anni. Come un Cristo vecchio che cammina nella salita di Via San Giorgio, così vi vedo. Arrancate, lentamente, con la testa china, immerso in chissà quali pensieri, come se portaste una croce. O con l’ombrello verde gigantesco e la cerata gialla, sotto la pioggia che non vi lascia neppure una tregua per la mungitura delle poche pecore che vi stanno aspettando, nella campagna qui vicino, a Badde ‘e Iscova, sì qui vicino. Andate, andate, tiu Borì, io vi seguo, fra un po’ vengo anch’io.
Vicino al camino, vi vedo, il camino grande di casa vostra. “Sono venuto a salutarvi, vi disturbo, tiu Borì?” “Nono, sezzidi, siediti e scaldati. E raccontami cosa è successo oggi.”
Il tesseramento sta andando bene, domenica abbiamo venduto trenta copie dell’Unità e c’è da pensare alla lista, se ne stanno occupando i compagni un po’ più grandi, stavolta vinciamo…
Ma invece ieri, ieri, tiu Borì, cosa mi raccontate di ieri.
Della fame e della guerra mi raccontate, e dei ricchi che sono rimasti ricchi anche adesso e che allora stavano dalla parte di chi la guerra la sosteneva ma a morire ci mandava quelli come noi. E delle battaglie per le riforma agraria, delle lotte dei braccianti che occupavano le terre incolte, dei pastori che reclamavano contratti più giusti per i pascoli. Della base sociale, così la chiamate voi, di Renzo Laconi e Velio Spano e Emilio Lussu. E Gramsci, ogni tanto mi fate anche il nome di Gramsci. E’ sempre la stessa cosa, mi dite, la lotta di classe, mi dite, non cambierà mai.
E io, che sto cominciando a leggere i libri importanti, vi ascolto, mentre mi scaldo le mani e mangio un pezzo di formaggio che vostra moglie mi offre. Ho appena imparato la parola proletariato e quando ve la dico, voi mi raccontate di quel tale di Bolas che all’impiegato del censimento aveva detto: “itte cosa este, cosa vuol dire questa parola? Prole? Itte cheret narrer?” “Vuol dire se avete figli. Quanti ne avete… lo devo segnare qui, su questo foglio.” “Ah, sì, un prolo e una prola. E uno in arrivo, lo segni.”
E ridete, con la vostra risata trattenuta, con gli occhi sempre tristi, che guardano tia Maddalena, vostra moglie. E mentre voi ridete io vi vedo. Adesso, qui, davanti alla finestra. E una canzone  mi fa emozionare, una canzone che dice che c’è gente che ha avuto mille cose, tutto il bene e tutto il male del mondo…
Sono qui, tiu Borì, mi vedete? Sono proprio davanti alla sezione. C’è la porta sfondata, il tetto è crollato. Dal muro è sparita pure la scritta, è rimasto solo un punto e un pezzo della lettera P.
Passavo di qui e mi sono fermato, tanto per vedere.
 “Quel che resta della mia gioventù” dice la canzone.
Quel che resta delle nostre riunioni, tiu Borì, quando parlavate voi e tutti ascoltavano. Quel che resta di quel giorno, quando mi avete abbracciato, con le lacrime della felicità. Perché avevamo vinto, avevamo vinto per la prima volta. Contro i ricchi.
Come stanno i vostri piedi? Mi sentite? Vi fanno ancora male, avete sempre quel formicolio che vi impediva di camminare? Li mettete sempre nell’acqua fredda? Rispondete, tiu Borì!
Ma forse state dormendo. Ed è meglio così. Io vi chiedo di ascoltare e di guardare, ma è meglio se continuate a dormire. Evitatevi questo spettacolo.
Vi volevo dire che qualche giorno fa sono morti quattro operai. Quattro giovani operai che erano costretti a lavorare come schiavi, come quando voi eravate giovane. Sfruttati, come quei proletari di cui tante volte mi avete parlato. Sfruttati e uccisi, tiu Borì, come quei contadini a cui i ricchi del paese violentavano le figlie e che sparivano in fondo al fiume se provavano a denunciare qualcosa.Come minatori del Sulcis, come i braccianti a mezzadria, come i muratori cottimisti.
Sono morti, arsi vivi, dentro un’acciaieria che pure il nome faceva paura. Dentro l’nferno, l’inferno come io me lo immagino. Sono morti. Mentre la sinistra parlava d’altro, tiu Borì. Sono morti, mentre il sindacato parlava una lingua che voi non capireste più. Sono morti e oggi c’è stato il funerale. E oggi si sono ricordati che la parola operaio esiste ancora.
Dormite, tiu Borì, dormite che è meglio. Quando vi svegliate, andate a Badde ‘e Iscova. Mi troverete lì. Parleremo lì, nella campagna. Delle erbe buone da mangiare. Della voce degli animali. Del nome da dare alle cose.
E se pure non ci fosse nient’altro da dire, venite lo stesso. Vi chiederò dove se ne va tutto il silenzio, a una certa ora.

dicembre 4, 2007

uno due ics

Una poesia tenera
senza te
è più che grigia.

Una poesia triste
senza te
è una scommessa persa.

Una poesia per te
senza te
è una poesia x

come fai a non capire

Quando dico amo
sono chiaro:
dico amo
senza altri infingimenti.

Direi gaffa, ancoretta
o palamito, altrimenti.