dicembre 10, 2007

Mi sentite, tiu Borì, io vi sento, voi mi sentite? Vi do ancora del voi, non ce la faccio a usare il tu, e perdonatemi se ancora una volta vi chiamo così. Ma sembrava venuto dalla Russia apposta per voi, quel nome, per sovrapporsi al vostro, Bore. E per me siete ancora Boris.
Mi sentite? Io vi sento. E vi vedo, tiu Borì. Ogni tanto, vi vedo. Se sto troppo a lungo fermo, davanti alla finestra a guardare il nulla, quando anche il mio tempo si ferma e sembra voler tornare indietro, allora vi vedo.
Con un bastone lucido di olivastro appoggiato sulle spalle, con le braccia aperte adagiate su quel ramo reso lucido dagli anni. Come un Cristo vecchio che cammina nella salita di Via San Giorgio, così vi vedo. Arrancate, lentamente, con la testa china, immerso in chissà quali pensieri, come se portaste una croce. O con l’ombrello verde gigantesco e la cerata gialla, sotto la pioggia che non vi lascia neppure una tregua per la mungitura delle poche pecore che vi stanno aspettando, nella campagna qui vicino, a Badde ‘e Iscova, sì qui vicino. Andate, andate, tiu Borì, io vi seguo, fra un po’ vengo anch’io.
Vicino al camino, vi vedo, il camino grande di casa vostra. “Sono venuto a salutarvi, vi disturbo, tiu Borì?” “Nono, sezzidi, siediti e scaldati. E raccontami cosa è successo oggi.”
Il tesseramento sta andando bene, domenica abbiamo venduto trenta copie dell’Unità e c’è da pensare alla lista, se ne stanno occupando i compagni un po’ più grandi, stavolta vinciamo…
Ma invece ieri, ieri, tiu Borì, cosa mi raccontate di ieri.
Della fame e della guerra mi raccontate, e dei ricchi che sono rimasti ricchi anche adesso e che allora stavano dalla parte di chi la guerra la sosteneva ma a morire ci mandava quelli come noi. E delle battaglie per le riforma agraria, delle lotte dei braccianti che occupavano le terre incolte, dei pastori che reclamavano contratti più giusti per i pascoli. Della base sociale, così la chiamate voi, di Renzo Laconi e Velio Spano e Emilio Lussu. E Gramsci, ogni tanto mi fate anche il nome di Gramsci. E’ sempre la stessa cosa, mi dite, la lotta di classe, mi dite, non cambierà mai.
E io, che sto cominciando a leggere i libri importanti, vi ascolto, mentre mi scaldo le mani e mangio un pezzo di formaggio che vostra moglie mi offre. Ho appena imparato la parola proletariato e quando ve la dico, voi mi raccontate di quel tale di Bolas che all’impiegato del censimento aveva detto: “itte cosa este, cosa vuol dire questa parola? Prole? Itte cheret narrer?” “Vuol dire se avete figli. Quanti ne avete… lo devo segnare qui, su questo foglio.” “Ah, sì, un prolo e una prola. E uno in arrivo, lo segni.”
E ridete, con la vostra risata trattenuta, con gli occhi sempre tristi, che guardano tia Maddalena, vostra moglie. E mentre voi ridete io vi vedo. Adesso, qui, davanti alla finestra. E una canzone  mi fa emozionare, una canzone che dice che c’è gente che ha avuto mille cose, tutto il bene e tutto il male del mondo…
Sono qui, tiu Borì, mi vedete? Sono proprio davanti alla sezione. C’è la porta sfondata, il tetto è crollato. Dal muro è sparita pure la scritta, è rimasto solo un punto e un pezzo della lettera P.
Passavo di qui e mi sono fermato, tanto per vedere.
 “Quel che resta della mia gioventù” dice la canzone.
Quel che resta delle nostre riunioni, tiu Borì, quando parlavate voi e tutti ascoltavano. Quel che resta di quel giorno, quando mi avete abbracciato, con le lacrime della felicità. Perché avevamo vinto, avevamo vinto per la prima volta. Contro i ricchi.
Come stanno i vostri piedi? Mi sentite? Vi fanno ancora male, avete sempre quel formicolio che vi impediva di camminare? Li mettete sempre nell’acqua fredda? Rispondete, tiu Borì!
Ma forse state dormendo. Ed è meglio così. Io vi chiedo di ascoltare e di guardare, ma è meglio se continuate a dormire. Evitatevi questo spettacolo.
Vi volevo dire che qualche giorno fa sono morti quattro operai. Quattro giovani operai che erano costretti a lavorare come schiavi, come quando voi eravate giovane. Sfruttati, come quei proletari di cui tante volte mi avete parlato. Sfruttati e uccisi, tiu Borì, come quei contadini a cui i ricchi del paese violentavano le figlie e che sparivano in fondo al fiume se provavano a denunciare qualcosa.Come minatori del Sulcis, come i braccianti a mezzadria, come i muratori cottimisti.
Sono morti, arsi vivi, dentro un’acciaieria che pure il nome faceva paura. Dentro l’nferno, l’inferno come io me lo immagino. Sono morti. Mentre la sinistra parlava d’altro, tiu Borì. Sono morti, mentre il sindacato parlava una lingua che voi non capireste più. Sono morti e oggi c’è stato il funerale. E oggi si sono ricordati che la parola operaio esiste ancora.
Dormite, tiu Borì, dormite che è meglio. Quando vi svegliate, andate a Badde ‘e Iscova. Mi troverete lì. Parleremo lì, nella campagna. Delle erbe buone da mangiare. Della voce degli animali. Del nome da dare alle cose.
E se pure non ci fosse nient’altro da dire, venite lo stesso. Vi chiederò dove se ne va tutto il silenzio, a una certa ora.

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7 Risposte to “”

  1. aquatarkus said

    Fa stizza, Birambai, che il vero inferno non ci sia. Ma sarebbe bello sbatterci laggiù, a bruciare, chi non riempie gli estintori perchè è una voce da tagliare in bilancio.

    Le chiamano “morti bianche”. Ma quali morti bianche…la morte è sempre nera, come il cuore di chi fa tornare i conti sulla pelle di quei poveracci.

  2. utente anonimo said

    Qualche tempo fa, un pastore quasi cieco del mio paese, figlio di pastori e padre di ex pastori, mi disse, indicando la valle del Tirso: “i miei figli se li è inghiottiti la foschia azzurrina della piana di Ottana, che tu vedi e che io non conosco, ma immagino. Il vento, a volte, me lo trascina fin qua, l’alito acido di quella bocca pudida. A volte le nuvole piangono polvere, a volte sudore, a volte lacrime. A volte non distinguo il belato di una pecora dal grido di un uomo. E tu ti bei di questo silenzio, Alè, ma io no, perchè è un silenzio abbandonato a sè stesso. La notte continua a stare sveglia fino alla fine del giorno. La campagna si prende la rivincita sui pastori: il cisto e il lentischio si prendono i sentieri, i cinghiali le vigne, i cani ribelli le pecore. I nostri figli muoiono incatenati ai numeri di matricola, muoiono lontani da questa scheggia di sasso conficcata nei boschi di quercia. Lontani da Ardaule, da questa foglia di pietra appesa a questo sottile ramo di cielo. Lontani da questo immenso, vuoto, silenzio.”
    Questo disse, con parole sue, Tziu Mundu Piras, pastore e poeta del mondo prima del mondo, prima di salire sull’ Ape di Giosuè Carta, e raggiungere gli altri amici per l’ennesima partita a briscola, nella cantina muschiosa di qualche chinau abbandonato. E io non sapevo più se muovermi o meno, se urlare per sfidare quel silenzio, o per rispettarlo. Come è successo ieri, come quando sono morti quei quattro fratelli a Torino. Alla fine scrissi una cosa, che è bella, ma che oggi, fa male, molto male, rileggere.

    Alessio.

  3. zop said

    io mi tolgo il cappello davanti a questo post! e davanti a te.

  4. cybbolo said

    voglio condividere una notizia abbastanza fresca sempre qui a Torino.
    il personale di alcune filiali bancarie sta facendo da qualche giorno volantinaggio per protestare contro il taglio di spesa riguardante gli addetti alla sicurezza, i polismen all’entrata, per capirci.
    aspettiamoci, ordunque, prima o poi, una sanguinosa rapina con qualcuno che sbatte contro un calibro trentotto…
    e poi non si dica che non si sapeva…
    io farei qualche taglio…cesario a qualche cervello per vedere se pulsa o se è morto…
    bobbotino, a parte questo, scrivi sempre in maniera emozionante.

  5. triana said

    Mi hai fatto piangere Bobbò, come ho pianto per quelle morti, di dolore, di rabbia, di impotenza. E poi per tutte le altre, tutti i giorni, che si accumulano ogni anno. Una strage. Incidenti mortali, invalidità permanenti, morti di malattie atroci contratte sul lavoro. Stragi annunciate, calcolate, considerate ragionevoli costi umani a fronte dei profitti. Stiamo a blaterare di pacchetti sicurezza. Non ho parole. Tu invece ne hai trovate di bellissime e ti abbraccio forte per questo.

  6. non ti avevo letto.
    da lontano, con altre persone, ho vissuto questa storia e sento la stessa pena.
    e ho scritto anch’io, proprio della stessa, equivalente, sezione.

  7. anch’io ti abbraccio.
    forte.
    con le stesse parole.
    belle.

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