dicembre 21, 2007

Riscritture. Di un vecchio pezzo. Mi è venuto in testa, dopo aver letto un post di una giovanissima "nughese" che studia in sud america, una pischella da seguire, per tutte le promesse del suo talento. Parla del grande freddo, del film.
E anche questo piccolo racconto, in qualche modo.


Il grande freddo

Un sabato mattina, poco prima di Natale. C’è gente dappertutto. Gente che cammina svelta, che entra e esce dai negozi. Sembrano tutti nervosi, infastiditi dal freddo. Sui bordi delle strade ci sono ancora pochi cumuli di neve che resistono. Neve sporca, di quella che non vedresti mai in una cartolina e che sembra messa lì per qualche oscuro avvertimento.
Sono a Nughes. Sono venuto a salutare la nonna, a dirle buon natale. Fra qualche ora riparto, ma prima voglio fare un giro. Per i luoghi che mi riportano indietro.  Che forse mi aiutano a domare la malinconia , mi dico. Quando la neve era bianca, quando Natale era festa, quando il freddo non era così freddo, penso.

Incontro la madre di Francesco al mercato rionale. La vedo, curva su una cassetta di sardine al banco del pesce, di spalle, chiusa nel suo lutto eterno. Mi avvicino con una certa titubanza e la osservo, per qualche secondo non visto. E’ più piccola di come la ricordavo. Più nera, più triste.
– Francesco sta male – mi dice, dopo i convenevoli del saluto – e anche tu lo hai dimenticato.
Sono spiazzato dalla sua voce sommessa, dallo sguardo che mi punta sugli occhi, da quella “sarditudine” di mamma anziana che non vedevo da tempo; da quella frase così diretta che mi arriva come un pugno sullo stomaco.
Lo so che il mio compagno di banco del liceo non sta bene, che qualcosa nella sua testa ha cominciato a girare in modo strano, ma faccio finta di niente.
– Come sta male, ma non è all’università? Non stava per laurearsi?
– No, è tornato a Nughes da quasi un anno. E da quasi un anno che se ne sta chiuso nella sua stanza, non vuole vedere nessuno, neanche me. Ha smesso di studiare, dice che dopo i trent’anni non è più tempo di fare lo studente. Non so cosa faccia lì dentro, tutto il giorno. Ascolta musica , anche di notte. Poi, la mattina e il pomeriggio dorme. L’ultima volta che l’ho visto è stato un mese fa, quando è uscito a comprarsi le sigarette, all’alba. Ma è stato un caso che io fossi già sveglia, in genere esce dalla stanza quando io sono a letto. Come una “sisaia”.  Anche per mangiare o per andare al bagno. Forse se vieni tu…
In una frazione di secondo penso a Lovercraft e a un racconto di Shepard. E mi vergogno di quel pensiero così scomodo.
– Verrò. Domani passo, Tia Mallè.
La promessa mi viene fuori dalle labbra troppo in fretta per un ripensamento. Dovrò rinviare la partenza, nonna sarà contenta.

Il giorno dopo sono agitato quando suono al citofono. Cerco di mettere a fuoco le cose giuste da dire, di avere una faccia che dissimuli il senso di colpa. La signora Mallena mi fa accomodare in cucina e mi elenca tutte le cose che vuole offrirmi, i dolci fatti in casa, l’orzata, le caramelle alla menta, il bitter rosso. Alla fine è un caffè, fra poche parole. Un caffè dolcissimo, nella tazzina del servizio buono.
– E’ là, nella camera in fondo. Vai, io prego la Madonna che ti faccia entrare- mi dice, dopo uno scomodo silenzio, stringendo il rosario fra le mani.

Mi avvicino piano. Dietro la porta si sente Sara Vaughan che canta My Funny Valentine, il nostro pezzo preferito. Anni prima, quando scoprimmo il jazz, era sempre al primo posto, nella nostra classifica degli standard. Lo conoscevamo entrambi a memoria, anche se io preferivo la versione di Chet.
Sorrido, pensando che si sia accorto della mia presenza e che abbia voluto darmi il benvenuto con quelle note cariche di ricordi.
Busso. Non mi risponde. Allora lo chiamo – Francè, sono io.
Sento che manda “a palla” il volume dello stereo, oltre il consentito, fino alla stonatura. Devo aspettare almeno due minuti, prima che il brano finisca. – Francè, posso entrare?
Sento che si muove, con lentezza, strascinando ciabatte di plastica. Infila la chiave nella toppa e fa scattare la serratura.
C’è un puzzo terribile, nella stanza, un misto di sigarette, sudore e vapori di whisky stantio. Spinti dalla porta che si richiude, gomitoli di polvere danzano sul pavimento. Ci sono libri dappertutto, sulla scrivania, sulle sedie, per terra. Alcuni sono aperti, con una piega sulla pagina per tenere il segno. In un angolo, un mucchietto di calzini sporchi, vicino a due bottiglie vuote, sembra un’installazione d’arte contemporanea.
E c’è lui, Francesco, appoggiato alla soglia della finestra che guarda fuori e non si volta.
– Ciao- Ciao, senza girarsi.
– Ti sembra il modo giusto di accogliere un vecchio amico?- gli dico, con un tono di rimprovero.
A quel punto si gira e mi guarda. E’ magro da far paura, i calzoni larghi di cotone e il maglione sformato che indossa sembrano vuoti, appesi a un filo. Ha una faccia da vecchio, grigia, piena di rughe ai lati degli occhi e sulla fronte.
– Ciao- Ciao, con un indizio contenuto di piacere.
Mi accorgo che ha perso due denti e che muove in modo strano la mandibola.
-Avevo voglia di vederti, sono anni che mi chiedevo che fine avessi fatto.
Afferra una bottiglia di whisky e me la porge. Lo sguardo mi cade sul suo braccio sinistro, su alcuni segni scuri. Anche lui guarda la piega del gomito e subito, con un movimento simultaneo, ci guardiamo negli occhi. Rapidamente e senza indugiare.
– Non vuoi festeggiare l’evento?
– No, fatti una doccia e usciamo. Andiamo a farci una birra, hai bisogno di un po’ d’aria anche tu, mi pare.
– Sei venuto a fare l’assistente sociale? Guarda che non ho bisogno di soccorsi. Siediti. E parlami di te, piuttosto. Che ne è della tua vita?

Insisto, gli dico che mi piacerebbe fare una passeggiata al centro con lui, che magari potremmo incontrare i vecchi amici, che rientro così poco a Nughes, ora che è rimasta solo la nonna, e che non ho mai tempo e che stasera, invece, la voglio dedicare a noi due.
– Ecco, appunto, a noi due. Comincia a recuperare il tempo perduto. Raccontami di te.

Sposto una catasta di libri e mi siedo su un divanetto di vimini addossato alla parete. Lui rimane in piedi e mi osserva, leggermente accigliato. La poca luce che entra dalle persiane ci avverte che il sole sta tramontando.
Non so bene cosa dire. Poi, stupidamente, comincio a rendicontare la mia vanagloria:
– Dopo la laurea ho fatto un master di due anni negli Stati Uniti. Da poco ho ereditato lo studio legale di mio padre, ho quattro collaboratori e due segretarie, il lavoro va molto bene, anche se ho poche vacanze. Ho ristrutturato la vecchia casa in campagna dei nonni materni, credo che andrò a vivere lì, per un po’, dopo il matrimonio. Mi sposo con Rita. Te la ricordi Rita, la nostra compagna di classe?
– Come no, certo, Rita…la compagna Rita, Rita la rossa. C’era un certo feeling già da allora, fra voi due.
– Beh, veramente ai tempi mi odiava. Odiava tutti quelli che non erano figli di operai. Adesso è un architetto di grido, giù a Cagliari.
– Sei felice, insomma.
– Diciamo che le cose vanno bene.
– Non avevo dubbi, lo si capiva da quando eravamo ragazzini. Si vedeva, il tuo destino.
– Cosa dici? Se c’era uno su cui scommettere quello eri proprio tu. Eri tu che traducevi le versioni di greco per gli altri, che consigliavi i romanzi da leggere, che mettevi in difficoltà il professore di filosofia.
– Ma il più bravo della classe eri tu. E comunque sto parlando d’altro. Aspetta.

Si muove in direzione della scrivania e apre un cassetto. Con la mano che gli trema, vi fruga dentro, spostando un’assurda raccolta di cianfrusaglie. Infine, sfogliando un mazzo di fogli dattiloscritti, trova una fotografia.
– Guarda, parlo di questo.

Mi viene quasi da piangere. Non ricordavo quel giorno.

Eravamo in seconda, verso la fine dell’anno. Da poco avevamo deciso di costituire una specie di collettivo. Ne facevamo parte noi due, Rita e altri sei studenti di terza. Fra tutte le iniziative che intraprendemmo, quella che funzionò meglio era stata l’organizzazione di un cineforum per la scuola. Due volte al mese riuscivamo ad affittare una pellicola e proiettarla nell’aula magna, raccogliendo un piccolo incasso che doveva servire a finanziare la gita a quelli che non potevano permettersi di versare la quota a carico delle famiglie.
Il primo film della rassegna fu “Il grande freddo”. Era stata un’idea di Francesco, una sorta di auspicio alla solidarietà nel tempo, un inno all’amicizia che dura. Qualcuno ci fotografò: il poster del film, sotto la targa del liceo De Santis, e attorno tutti noi, nella stessa posa dei protagonisti, in una specie di rovesciamento della storia. Anche quella era stata un’idea di Francesco.

– Guarda bene- mi dice, mentre ancora navigo nel ricordo – vedi come il tuo sguardo è volitivo?
– Sono l’unico a guardare nell’obiettivo, tutto qua.
– No, gli altri pensano al presente, tu sei già proiettato nel futuro. O forse è il futuro che ti costringe a guardarlo.

La esamino più attentamente. Francesco ha un’espressione divertita, ma i suoi occhi sono bassi, il suo sorriso è sghembo. Come se avesse una conoscenza del mondo, del destino degli altri e del suo. Come se avesse una consapevolezza innaturale per la sua età.
Non dico più niente, gli restituisco la foto. Con molta cura la ripone fra i fogli e di nuovo nel cassetto. Mentre lo osservo, nei suoi movimenti lenti, penso alla felicità di quei tempi. E a come, ora, quella parola non possa convivere con noi, dentro la stanza.
Lui beve una lunga sorsata di whisky, io finalmente mi alzo.
– Devo andare. Promettiamoci che ci rivediamo presto, che ci incontriamo prima del mio matrimonio.
– O del mio funerale, chissà.
– Non dire stronzate.
– Nella foto siamo in nove, uno in più rispetto al poster.
– Piantala. E invece fammi un piacere, vai a salutare tua madre.
– No, non può vedermi così, ne morirebbe.
– Ne morirà comunque.

Lo abbraccio. Sento la sua amicizia, nella stretta. O forse è solo la mia.
Quando passo nella cucina, signora Mallena sta ancora pregando, seduta vicino al forno.
C’è un profumo buonissimo di basilico.
– Fermati a mangiare con me- mi dice. – Ho preparato le sardine col pomodoro fresco, sono quasi pronte. Sai come sono buone? Io non le posso mangiare, ma tu sei giovane e…
– Non posso, tia Mallè, sono in ritardo per un appuntamento, devo partire subito per Cagliari.
– E telefona, digli che arrivi più tardi.
– No, davvero non posso. Grazie lo stesso, tia Mallè.
– Allora aspetta un minuto.

Non riesco a staccare gli occhi dalle sue mani, mentre, con quella premura antica, mi prepara un cartoccio con la stagnola.

Raggiungo la strada. Da una finestra mi arriva la voce di Chet Baker. Ci sono luminarie, fili colorati, lucine che si accendono e si spengono.




Annunci

4 Risposte to “”

  1. A leggerti così mi si confondono in testa tempo della storia e tempo del racconto. Sarà perchè hai parecchi anni piu di me credo, ed è come se tu fossi un viaggiatore nel tempo, ed è come se questa fosse un’incursione nel mio futuro.

    Buon natale bobbò.

  2. triana said

    ecco vedi? Riesci a risuonare in chi ha meno anni di te e in chi ha più anni di te, come me. Quel film vale per tutti, ognuno ha il suo grande freddo, forse il nostro è più duro ancora rispetto al calore dei nostri tempi andati? E non mi dire che nel sonoro c’è Chet, che adoro, perché non riesco a farlo partire. Un abbraccio grande anche se mi fai venire il magone.

  3. birambai said

    sì, trianù, c’è Chet che (che vizio l’oulipismo) che canta. Quando arrivi?
    Io penso di giungere nel primo pomeriggio del 29.
    A prestissimo.

  4. triana said

    Arrivo domani nel primo pomeriggio. Ma porti teco anche la esimiona?
    A prestissimo, che bello!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: