gennaio 30, 2008

Io me ne stavo per fatti miei, a leggere la cronaca di Nughes, al solito bar. Ero tutto preso dalla polemica sul carnevale, tradizione contro innovazione, Mamuthones contro Simpson.
Proprio in quel momento entra uno che non avevo mai visto da queste parti. Si ferma vicino al bancone e comincia a fissarmi. Si avvicina e mi chiede se può sedersi al mio tavolino. Ho pensato: questo è uno di quelli che soffrono di qualcosa. Mi sembra che ho pensato anche: la solitudine in questa città gioca dei brutti scherzi.
“Se proprio vuole…”
Si siede e non dice niente. Io ho continuato a leggere il giornale, al diavolo l’ospitalità barbaricina.
Poi, dopo che era passato un po’ di tempo – un bel po’, visto che ero arrivato ai risultati della seconda categoria girone F- il tipo attacca discorso. Tutto quello che mi ricordo è che parlava in modo strano. E che ci fu un breve e stravagante dialogo.

L’ho guardato in faccia. Aveva un sacco di nei. Ma non veri, erano tutti disegnati con un pennarello nero. Mi è venuta una strana nausea. Poi il terrore si è impossessato di me. Mi sono alzato di scatto e ho abbandonato il locale. Ho corso come un matto fino a casa. Ma neanche a casa mi sono sentito tanto al sicuro. Allora ho preso una camomilla. La televisione non sono riuscito a guardarla.

gennaio 28, 2008

memoria

personaggi:

Un uomo
Una donna


Un ricco appartamento, un lussuoso salotto. L’uomo e la donna indossano abiti eleganti. Seduti sul divano, guardano, immobili, un televisore spento.

L’uomo: Questa è la settimana.
La donna: Sì.
pausa
L’uomo: Questa è la settimana della memoria.
La donna: Già.
silenzio
La donna: Questa.
L’uomo: Già.
La donna: Ci dobbiamo ricordare.
L’uomo: Sì.
pausa prolungata

La donna: Questa è la settimana.
L’uomo: E’ vero.
silenzio
L’uomo: Dobbiamo ricordarci.
La donna: Sì.
silenzio
L’uomo: Che hai detto?
La donna: Niente.

Buio. Sipario.



gennaio 25, 2008

Poi c’era quel tale che ripeteva continuamente “come dire”. Lo aveva conosciuto mia moglie, credo a un convegno del suo partito o ad una di quelle conferenze di cui lei andava matta. Ci aveva fatto amicizia e alla fine l’aveva presentato pure a me. L’avrò incontrato sì e no quattro o cinque volte e fin dalla prima occasione non mi fu troppo simpatico. Sapeva tutto, aveva una spiegazione su ogni cosa e non c’era argomento per cui non avesse pronta una citazione di qualche scrittore. Tu stavi parlando di carciofi e lui ti citava il tal filosofo, dicevi che vino beviamo e lui ti parlava di D’Annunzio. Ma a me che me ne fotte di D’Annunzio?
Mia moglie diceva che era uno molto preparato, a me sembrava un fesso. E poi continuava con quel “come dire”. Lo diceva in continuazione, faceva una pausa e ce lo infilava anche quando non c’entrava una beata mazza. Anch’io dicevo un sacco di cioè all’interrogazione d’italiano, ma avevo quindici anni. Lui invece ne aveva una quarantina. Oggi il vento è…come dire…più forte; la situazione politica è…come dire…in evoluzione. Mi veniva da vomitare. Era peggio di quelli che quando ero giovane ripetevano “nel momento in cui”. Peggio degli uuumm uumm di Buttiglione durante i dibattiti televisivi. Ci avete mai fatto caso? Emette quel suono strano che non si capisce da dove provenga.
Che nausea!
Una sera mia moglie lo invitò a cena. Fin dagli antipasti non si parlò d’altro che della sua esperienza politica, della sua visione dei processi di trasformazione della società contemporanea e balle varie. E decine di come dire. Dopo dieci minuti mi rifugiai in bagno a vomitare.
No, non ce la facevo. Fu una vera tortura. Durò un’eternità.
Poi, verso l’una di notte, dopo il mio settantesimo sbadiglio, disse che forse era arrivato il momento di tornare a casa. Mia moglie disse che era ancora presto. E lui riprese con le chiacchiere. Io di nuovo in bagno.
Alla fine arrivò il momento di concludere quella magnifica serata. E lui era arrivato a piedi e non c’erano più mezzi pubblici a quell’ora e faceva freddo e forse piovigginava un po’.
“Accompagnalo tu caro.”
“Ma no, non è il caso. Una passeggiata…come dire…mi farà bene.”
“Non mi costa niente, tanto non ho sonno. Vado a mettere un giubbotto.”

In quel momento il sonno mi era davvero passato. Quel giubbotto di pelle aveva delle tasche così grandi che una pistola col silenziatore ci stava a meraviglia. Come dire vaffanculo a meraviglia.

gennaio 23, 2008

Se volete vi racconto di come ho ammazzato l’impiegato delle poste, tanto adesso non ho niente da fare. E poi è una storia breve, di quelle che si risolvono in fretta.

Alle poste ci andavo due volte al mese, come minimo: una volta per pagare le maledette rate della macchina e un’altra volta per spedire la solita raccomandata con l’assegno di mantenimento di mia moglie. Non ci andavo molto volentieri.
Mi capitava sempre lo stesso impiegato. Nonostante ci fossero sportelli diversi, uno che si occupava di pagamenti, un altro di informazioni, un altro di spedizioni e così via, beh non so come io venivo chiamato sempre da quel tizio arrivato dall’Abruzzo. Evidentemente lo facevano ruotare, non so, fatto sta che cambiava sportello continuamente e mi toccava sempre con lui. Questa cosa può essere anche rassicurante, stabilire una conoscenza può far comodo, in un ufficio pubblico. Ma il tipo mi attaccava bottone e io non avevo nessuna voglia di familiarizzare. Pigafetta, Pifaghitti, non mi ricordo come si chiamava, aveva sempre un sacco di battute spiritose: “Tranquillo” mi diceva, “ce ne sono da pagare solo altre novantotto!” E rideva. “Queste, invece, non finiranno mai, le ex mogli sono immortali!” E rideva. Poi aggiungeva sempre “ajò!”, così a mo’ di saluto fra amiconi.
Io non lo calcolavo neanche un po’, ché solo il cognome mi dava fastidio, mi faceva pensare alla figa secca. Stavo zitto. Lui rideva lo stesso.
Ma per questo forse l’avrei anche perdonato, il mondo è pieno di sempliciotti con l’umore sempre a palla. Il fatto è che aveva una faccia da babbeo che secerneva grasso da tutti i pori. Aveva i capelli unti e la giacca sempre spolverata di forfora. Non vedevo l’ora di concludere l’operazione, ogni volta, la vista del tipo era una tortura che si aggiungeva al martirio.
Dopo qualche mese cominciai ad incontrarlo anche fuori. Al bar della piazzetta, la sera, dopo un po’ che ero lì, arrivava anche lui. E ajò qui e ajò lì, e ajò come stai e ajò ridi che mamma ha fatto gli gnocchi. Gli offrivo qualcosa da bere e subito me ne andavo. Questo per tre o quattro volte. Avevo anche cercato di spiegargli che “ajò” aveva un significato preciso, che era una specie di incitamento, un richiamo alla velocità, al coraggio e compagnia bella. Ma era stato inutile: “Hai una sigaretta, ajò?” Me la chiedeva sempre.
Poi un giorno me lo trovo al cinema, seduto vicino. Puzzava che era una meraviglia. E anche lì rideva senza motivo alcuno. In più, quando c’era una scena forte mi tirava delle gomitate.
E’ stato il culmine. A un certo punto, nel bel mezzo della proiezione, si è alzato dicendo che doveva andare in bagno. Il suo errore è stato quello di dirmelo. Di dirmelo ridendo.
L’ho seguito.
 “Ajò, anche tu?” mi fa.
Gli ho piantato un coltello nella schiena. Poi gli ho riempito la bocca di carta igienica e gli ho infilato la testa dentro la tazza dove aveva appena pisciato.
Il finale del film era una schifezza, questo me lo ricordo ancora.

………

Beh, visto che mi avanza un po’ di tempo, posso raccontarvi anche del bovaro. Magari vi può interessare.
Si chiamava Ermanno Giuale, ma questo l’ho saputo solo dopo, quando ho visto il suo nome nei giornali. Prima non sapevo neanche che esistesse. Forse l’avevo visto qualche altra volta, sempre lì alla fiera del bestiame, ma non potrei giurarci. L’anno scorso invece, nel mese di Aprile, il 27 per l’esattezza, ho fatto proprio la sua conoscenza. Però quel giorno disse di chiamarsi Antonio Pilledda.
Che furbo che eri, Antonio Pilledda, pure il nome falso!
Esponeva una bestia da 1400 chili, quasi due metri al garrese, proprio un bell’esemplare. La portava in passerella lui stesso.
Quel toro è quel che mi serve per migliorare la razza, mi dissi. E così mi infilai nelle chiamate all’asta, fino a svenarmi. Il furbo aveva i suoi complici che fecero salire il prezzo oltre il dovuto, fino a lasciare il cerino fra le mie dita. Ma non avevo acquistato altro e non potevo tornarmene a casa a mani vuote, avevo fatto un viaggio di duecento chilometri, ero lì fin dall’alba. E poi pensavo all’invidia che avrei provocato nel mio vicino di pascolo.  Alla fine fui contento dell’acquisto, mandai a crepare l’avarizia.
Chiudemmo l’affare senza troppe discussioni, mi consegnò i documenti dell’animale e io staccai l’assegno.
“E’ tranquillo?”
“E’buono come un pezzo di pane” mi rispose.
“E’ tranquillo?” aggiunse poi, facendomi il verso con un sorrisetto del cazzo e annusando l’assegno.
“Come il tuo toro”, replicai.
Affittai un camion per il trasporto e pagai un autista del posto.
In effetti l’animale era proprio mansueto, lo caricammo senza difficoltà.
E anche quando lo liberammo nella tanca di Berrina di Sopra, continuò a restare tranquillo. Sembrava nato lì.
Ma il giorno dopo cominciò a correre come se si trovasse a un rodeo del Texas. Scalciò contro lo steccato del recinto fino a buttarlo giù. Riuscii a salvarmi per miracolo. Appena mi vide, mi puntò e venne furioso nella mia direzione. Per fortuna ero vicino alla stalla e trovai rifugio dietro una gabbia delle mucche. Vi rimasi per due ore, finché non arrivò il veterinario che ero riuscito a rintracciare con il telefono cellulare. Lo avvisai del pericolo e arrivò con una di quelle pistole che sparano aghi col sonnifero.
“E’ una bestia malata, ha qualcosa al cervello. Quando te l’hanno venduto, probabilmente era drogato.”
“Vuoi scherzare?”
“No, è proprio così, non ci resta che abbatterlo.”

In banca mi dissero che l’assegno era già stato incassato.

Ci ho impiegato quasi un anno a trovarlo. Ho girato per tutta l’isola, in lungo e in largo. Alla fine ho trovato l’informatore giusto, uno che mi ha dato le coordinate per rintracciare il tizio.
Era lì che azionava la sua mungitrice elettrica. Il rumore dei macchinari aveva coperto il rumore dei miei passi. Non si accorse di niente. Non so cosa abbia pensato quando ha sentito quella roba che gli penetrava nelle budella. Forse a una vacca impazzita. Invece erano le corna del suo toro. Gliele avevo segate. Erano l’arma della migliore vendetta.



gennaio 22, 2008

Poiché era una testa pensante, pensò: devo pensare un pensiero importante.
E pensò: quasi quasi mi faccio un pisolino.
Si addormentò e poco dopo sognò.
Sognò di essere una testa pensante, tanto pensante che tutti gli chiedevano un pensiero.
Ma non gli veniva.
Si vide al centro della piazza, circondato da tutti quelli che aspettavano, e ce n’eran trentatre.
E tutti, proprio tutti e trentatre, ne chiedevano uno: uno, almeno uno per me.
Ma non gli veniva.
Si sforzò, si stancò. Finché la sua testa pensante non gli cadde da un lato.
E si addormentò.
Non sognò un bel nulla, lì al centro della piazza. Neppure i leoni del vecchio.
Poi la moglie lo svegliò: cosa ne pensi di questo e quest’altro?
Non lo so, rispose lui. Te lo dirò domani, ora sono un po’ stanco di pensare.

gennaio 21, 2008

S’andada ‘e su fumu!

gennaio 20, 2008


Bave argentate su un muretto a secco…
Le parole di Polanca ancora risuonano, da quella sera in cui le ha scritte sul tovagliolo di carta.
Le ha lasciate lì, sul tavolo, a casa mia, come una cosa di poco conto da poter abbandonare fra le briciole. Poi se n’è andato, senza neanche un saluto, e le parole hanno cominciato a rotolare. Come una lattina vuota mossa dal vento, giù nella strada. A sbattere contro il muro, ogni tanto, quando il maestrale si fa più forte. Bave argentate…
Polanca non è mai stato un poeta, non ha mai scritto un verso, dice che la poesia fa male alla salute. E’ sempre stato prosaico, lui, tanto da farmi sentire ridicolo tutte le volte che ho provato a fargli leggere un mio componimento. Un giorno mi ha detto “ poesia supposta”. Un’altra volta che il lirismo per lui è la nostalgia della vecchia moneta.
Ma allora perché ha scritto quelle parole?
Decido di andare a trovarlo, tanto so dov’è. Il posto delle lumache non può che essere un luogo della nostra infanzia, Pischina ‘e fustes, il laghetto dei bastoni.
Parcheggio la macchina vicino al ponte romano, oltre non posso andare. C’è un unico sentiero per scendere a valle, un camminamento che esiste da sempre, da quando uomini e animali hanno deciso di tracciarlo proprio lì, fra le radici di cisto e le rocce di basalto che lo costeggiano. Camminarvi non è agevole, bisogna sempre stare attenti a dove mettere i piedi, ma oggi la giornata è talmente bella che dopo pochi passi mi sento felice. Il cielo è una tavola azzurra, così limpida che non puoi guardarla troppo a lungo. Si sente il rumore del torrente e qualche belato di un agnellino che forse ha perso la mamma. Dieci minuti di odori che ritornano alla superficie della memoria, dieci minuti di quella strana emozione che mi investe ogni volta che vedo le campagne di Sunis. Vado piano, assaporando la solitudine, lasciando dietro ogni malinconia.
Eccolo, il laghetto. Calmo, laggiù, col sole che vi si appoggia sopra come una foglia lunga e la terra che si schiarisce di una luce ancora più forte. Per un attimo mi sembra di vedere le barchette di legno, scivolare nell’acqua scura, con due bambini che dalla riva le incitano ad andare più svelte. La mia voce e quella di Polanca che si sovrappongono, si sfidano, si scherniscono. Io che lo invidio, perché la sua vince sempre.
La capanna che fu di suo nonno, è dietro il canneto, a un centinaio di metri, lì dove il terreno riprende a salire sull’altro versante della vallata. Una capanna circolare, una specie di piccolo nuraghe di pietre laviche con una copertura di frasche e rami di ginepro: il nostro rifugio di molti anni fa, quando di notte andavamo a pesca di trote e a discutere di filosofia.
Polanca non si accorge della mia presenza. Seduto su un sedile di pietra, con la faccia rivolta al sole, ha gli occhi chiusi e l’aria beata di chi si gode una mattina così tiepida. Non si accorge di me neppure quando sono a pochi metri da lui e per un attimo penso che si sia addormentato in quella scomoda posizione. Allora raccolgo un sassolino e lo lancio, centrando la sua scarpa.
“Ti ho visto da quando hai iniziato la discesa. Che sei venuto a fare?”
La sua voce si è fatta ancora più pacata, sembra anch’essa intorpidita dal sole.
“Ti ho portato un po’ di formaggio. E una bottiglia di vino.”
“Allora va bene…siediti.”
Si alza, si sgranchisce le ossa e con estrema lentezza, con movimenti rilassati, entra nella capanna. Poco dopo ricompare con due bicchieri, un po’ di pane carasau e un coltello a serramanico.
Con la stessa indolenza, taglia due fette di formaggio e riempie i bicchieri.
Mangiamo, senza dire più niente.
Poi, quando abbiamo finito anche l’ultimo pezzo di pane, gli chiedo: “Cosa c’è, Pola’?”
“Niente.” Stavolta mi risponde in fretta, con una nota di fastidio.
“Sei venuto qui, stai dormendo qui…l’altra sera te ne sei andato con un retropensiero tutto scuro.  Per non parlare della storia delle lumache.”
“Ho bisogno di silenzio.”
“Se vuoi non parlo più.”
“Ecco.”
Stiamo così, come inebetiti, ognuno guardando un punto fisso della campagna. Si sente solo il torrente. Poi lui, sempre al rallentatore, si alza e si dirige verso il muretto che delimita il tancato. Lo vedo che osserva qualcosa con scrupolosa attenzione. Dopo un po’ lo raggiungo, ma non dico nulla.
“Vedi, questa è una scia delle lumache. E’ un segno del loro passaggio. Fanno tutto in silenzio e lasciano solo strisce d’argento. Escono dal guscio quando gli altri dormono, fanno tutto lentamente e lasciano note luminose sui sassi. Le sto studiando. Ora che tutti urlano, ora che tutti non vedono l’ora di parlare. Ora che non abbiamo molto da sperare. Anche questa terra, ora, è un’altra. Vorrei capire un po’ di più, poi tornerò. Ma adesso lasciami solo.”
Me ne vado, dico solo: “Va bene.”
Sulla strada di ritorno mi fermo di fronte al laghetto. Getto una pietra, proprio al centro dello specchio d’acqua. Conto i cerchi: lo facevamo sempre, io e Polanca, quando eravamo ragazzi.

gennaio 16, 2008

Tragedie in due battute, dodici

Controscene

Personaggi:
La signora Metafora
Il signor Ossimoro

Una piccola stazione ferroviaria, verso sera. La banchina è quasi deserta, ci sono solamente un uomo e una donna. Guardano ripetutamente l’orologio e ogni tanto si alzano per guardare in lontananza. Ad un certo momento si sente un fischio che annuncia l’arrivo del treno. Passano tre minuti. In tutto questo tempo non accade assolutamente nulla. Poi la donna fa due passi in avanti e fissa lo sguardo in direzione di un punto imprecisato.
 
Lei:  Ecco è lui, lo vedo, è un serpente di ferro.
Lui:  E’ il rapido lento.
Lei:  Sul binario unico.
Lui (con tono risentito): Questa dovevo dirla io.
Lei:  Scusa.
 
Pausa
 
Lei:  Quante serpentine ha in pancia. Sono figlie?
Lui:  Sono molle d’acciaio.
Buio, sipario

intervallo

campane : accà nisciun’ è fessa

            
 

gennaio 14, 2008

Oggi Polanca è venuto a trovarmi e mi ha detto: “Beh ho deciso, quest’anno voglio cambiare vita.”
E io: “ Polà, oggi è quattordici, i buoni propositi si stabiliscono il primo.”
“Ma io il film l’ho visto ieri.”
“Che film?”
“Un film.”
“Vabbè,e dunque?”
“Mi dedicherò alla elicicoltura”
“Eeeh?”
“Lumache, alleverò lumache. Ho bisogno di silenzio. E di meditazione.”
“Mi sembra che tu mediti anche troppo, Polà.”

Non mi ha più risposto. E’ rimasto altri cinque minuti: si è bevuto il vino, ha guardato il mobile bianco dove tengo i bicchieri e i barattoli di olive, ha scarabocchiato qualcosa su un tovagliolo di carta.
Poi si è alzato e se n’è andato, senza aggiungere altro.
Sul tovagliolo ha lasciato scritto: Bave argentate su un muretto a secco.

gennaio 11, 2008

per rispondere all’invito di zop


Tragedie in due battute, undici

il serraglio

Personaggi:
un puma
una pantera

Un giardino zoologico, al calar del tramonto. Una luce debole filtra nella nebbia e illumina malamente la gabbia dei felini. L’atmosfera è malinconica, sottolineata da una melodia da “circo”.
Dietro le sbarre, i due animali, avvolti in una misera coperta, stanno leggendo.
Lentamente la musica sfuma. Rimane solo la fisarmonica, leggerissima.

Il puma: Cosa leggi?
La pantera: Una vecchia rivista.
Il puma: Un’anziana che ha fatto il lifting?
La pantera: Piantala!
Il puma: Con te non si può più scherzare.
Pausa

Il puma: Che roba è?
La pantera: Un pezzo che parla di libertà, di Ginzburg.
Il puma: Natalia?
La pantera: No, del fratello leone.
Il puma: Era il marito.
La pantera: Nostro fratello. Dicevo nostro fratello.

Pausa

La pantera: Tu?
Il puma: Il richiamo della foresta.
La pantera: Di nuovo? Ma non l’avevi già letto?
Il puma: Sì, ma lo sto di nuovo divorando.
La pantera: A brano a brano…
Il puma: Credi di essere spiritosa?
La pantera: Era un modo per farti sorridere, siamo pari.
Pausa
Il puma: Questi stronzi di visitatori mi chiamano la Fiera del libro.
La pantera: Meglio che la Tigre di carta.

Silenzio.

I due animali, sconsolati, si guardano. La musica, sempre lentamente, sale. Le luci si abbassano.
Sipario.