gennaio 20, 2008


Bave argentate su un muretto a secco…
Le parole di Polanca ancora risuonano, da quella sera in cui le ha scritte sul tovagliolo di carta.
Le ha lasciate lì, sul tavolo, a casa mia, come una cosa di poco conto da poter abbandonare fra le briciole. Poi se n’è andato, senza neanche un saluto, e le parole hanno cominciato a rotolare. Come una lattina vuota mossa dal vento, giù nella strada. A sbattere contro il muro, ogni tanto, quando il maestrale si fa più forte. Bave argentate…
Polanca non è mai stato un poeta, non ha mai scritto un verso, dice che la poesia fa male alla salute. E’ sempre stato prosaico, lui, tanto da farmi sentire ridicolo tutte le volte che ho provato a fargli leggere un mio componimento. Un giorno mi ha detto “ poesia supposta”. Un’altra volta che il lirismo per lui è la nostalgia della vecchia moneta.
Ma allora perché ha scritto quelle parole?
Decido di andare a trovarlo, tanto so dov’è. Il posto delle lumache non può che essere un luogo della nostra infanzia, Pischina ‘e fustes, il laghetto dei bastoni.
Parcheggio la macchina vicino al ponte romano, oltre non posso andare. C’è un unico sentiero per scendere a valle, un camminamento che esiste da sempre, da quando uomini e animali hanno deciso di tracciarlo proprio lì, fra le radici di cisto e le rocce di basalto che lo costeggiano. Camminarvi non è agevole, bisogna sempre stare attenti a dove mettere i piedi, ma oggi la giornata è talmente bella che dopo pochi passi mi sento felice. Il cielo è una tavola azzurra, così limpida che non puoi guardarla troppo a lungo. Si sente il rumore del torrente e qualche belato di un agnellino che forse ha perso la mamma. Dieci minuti di odori che ritornano alla superficie della memoria, dieci minuti di quella strana emozione che mi investe ogni volta che vedo le campagne di Sunis. Vado piano, assaporando la solitudine, lasciando dietro ogni malinconia.
Eccolo, il laghetto. Calmo, laggiù, col sole che vi si appoggia sopra come una foglia lunga e la terra che si schiarisce di una luce ancora più forte. Per un attimo mi sembra di vedere le barchette di legno, scivolare nell’acqua scura, con due bambini che dalla riva le incitano ad andare più svelte. La mia voce e quella di Polanca che si sovrappongono, si sfidano, si scherniscono. Io che lo invidio, perché la sua vince sempre.
La capanna che fu di suo nonno, è dietro il canneto, a un centinaio di metri, lì dove il terreno riprende a salire sull’altro versante della vallata. Una capanna circolare, una specie di piccolo nuraghe di pietre laviche con una copertura di frasche e rami di ginepro: il nostro rifugio di molti anni fa, quando di notte andavamo a pesca di trote e a discutere di filosofia.
Polanca non si accorge della mia presenza. Seduto su un sedile di pietra, con la faccia rivolta al sole, ha gli occhi chiusi e l’aria beata di chi si gode una mattina così tiepida. Non si accorge di me neppure quando sono a pochi metri da lui e per un attimo penso che si sia addormentato in quella scomoda posizione. Allora raccolgo un sassolino e lo lancio, centrando la sua scarpa.
“Ti ho visto da quando hai iniziato la discesa. Che sei venuto a fare?”
La sua voce si è fatta ancora più pacata, sembra anch’essa intorpidita dal sole.
“Ti ho portato un po’ di formaggio. E una bottiglia di vino.”
“Allora va bene…siediti.”
Si alza, si sgranchisce le ossa e con estrema lentezza, con movimenti rilassati, entra nella capanna. Poco dopo ricompare con due bicchieri, un po’ di pane carasau e un coltello a serramanico.
Con la stessa indolenza, taglia due fette di formaggio e riempie i bicchieri.
Mangiamo, senza dire più niente.
Poi, quando abbiamo finito anche l’ultimo pezzo di pane, gli chiedo: “Cosa c’è, Pola’?”
“Niente.” Stavolta mi risponde in fretta, con una nota di fastidio.
“Sei venuto qui, stai dormendo qui…l’altra sera te ne sei andato con un retropensiero tutto scuro.  Per non parlare della storia delle lumache.”
“Ho bisogno di silenzio.”
“Se vuoi non parlo più.”
“Ecco.”
Stiamo così, come inebetiti, ognuno guardando un punto fisso della campagna. Si sente solo il torrente. Poi lui, sempre al rallentatore, si alza e si dirige verso il muretto che delimita il tancato. Lo vedo che osserva qualcosa con scrupolosa attenzione. Dopo un po’ lo raggiungo, ma non dico nulla.
“Vedi, questa è una scia delle lumache. E’ un segno del loro passaggio. Fanno tutto in silenzio e lasciano solo strisce d’argento. Escono dal guscio quando gli altri dormono, fanno tutto lentamente e lasciano note luminose sui sassi. Le sto studiando. Ora che tutti urlano, ora che tutti non vedono l’ora di parlare. Ora che non abbiamo molto da sperare. Anche questa terra, ora, è un’altra. Vorrei capire un po’ di più, poi tornerò. Ma adesso lasciami solo.”
Me ne vado, dico solo: “Va bene.”
Sulla strada di ritorno mi fermo di fronte al laghetto. Getto una pietra, proprio al centro dello specchio d’acqua. Conto i cerchi: lo facevamo sempre, io e Polanca, quando eravamo ragazzi.

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4 Risposte to “”

  1. cybbolo said

    il Polanca esistenziale dà da pensare molto…

  2. birambai said

    Crono: e chi lo sa? Tutto dipenderà dalle lune di Polanca.

  3. AdRiX said

    Polanca ha ragione, tutta quiesta fretta senza costrutto e nemmeno il tempo di meditare.

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