gennaio 23, 2008

Se volete vi racconto di come ho ammazzato l’impiegato delle poste, tanto adesso non ho niente da fare. E poi è una storia breve, di quelle che si risolvono in fretta.

Alle poste ci andavo due volte al mese, come minimo: una volta per pagare le maledette rate della macchina e un’altra volta per spedire la solita raccomandata con l’assegno di mantenimento di mia moglie. Non ci andavo molto volentieri.
Mi capitava sempre lo stesso impiegato. Nonostante ci fossero sportelli diversi, uno che si occupava di pagamenti, un altro di informazioni, un altro di spedizioni e così via, beh non so come io venivo chiamato sempre da quel tizio arrivato dall’Abruzzo. Evidentemente lo facevano ruotare, non so, fatto sta che cambiava sportello continuamente e mi toccava sempre con lui. Questa cosa può essere anche rassicurante, stabilire una conoscenza può far comodo, in un ufficio pubblico. Ma il tipo mi attaccava bottone e io non avevo nessuna voglia di familiarizzare. Pigafetta, Pifaghitti, non mi ricordo come si chiamava, aveva sempre un sacco di battute spiritose: “Tranquillo” mi diceva, “ce ne sono da pagare solo altre novantotto!” E rideva. “Queste, invece, non finiranno mai, le ex mogli sono immortali!” E rideva. Poi aggiungeva sempre “ajò!”, così a mo’ di saluto fra amiconi.
Io non lo calcolavo neanche un po’, ché solo il cognome mi dava fastidio, mi faceva pensare alla figa secca. Stavo zitto. Lui rideva lo stesso.
Ma per questo forse l’avrei anche perdonato, il mondo è pieno di sempliciotti con l’umore sempre a palla. Il fatto è che aveva una faccia da babbeo che secerneva grasso da tutti i pori. Aveva i capelli unti e la giacca sempre spolverata di forfora. Non vedevo l’ora di concludere l’operazione, ogni volta, la vista del tipo era una tortura che si aggiungeva al martirio.
Dopo qualche mese cominciai ad incontrarlo anche fuori. Al bar della piazzetta, la sera, dopo un po’ che ero lì, arrivava anche lui. E ajò qui e ajò lì, e ajò come stai e ajò ridi che mamma ha fatto gli gnocchi. Gli offrivo qualcosa da bere e subito me ne andavo. Questo per tre o quattro volte. Avevo anche cercato di spiegargli che “ajò” aveva un significato preciso, che era una specie di incitamento, un richiamo alla velocità, al coraggio e compagnia bella. Ma era stato inutile: “Hai una sigaretta, ajò?” Me la chiedeva sempre.
Poi un giorno me lo trovo al cinema, seduto vicino. Puzzava che era una meraviglia. E anche lì rideva senza motivo alcuno. In più, quando c’era una scena forte mi tirava delle gomitate.
E’ stato il culmine. A un certo punto, nel bel mezzo della proiezione, si è alzato dicendo che doveva andare in bagno. Il suo errore è stato quello di dirmelo. Di dirmelo ridendo.
L’ho seguito.
 “Ajò, anche tu?” mi fa.
Gli ho piantato un coltello nella schiena. Poi gli ho riempito la bocca di carta igienica e gli ho infilato la testa dentro la tazza dove aveva appena pisciato.
Il finale del film era una schifezza, questo me lo ricordo ancora.

………

Beh, visto che mi avanza un po’ di tempo, posso raccontarvi anche del bovaro. Magari vi può interessare.
Si chiamava Ermanno Giuale, ma questo l’ho saputo solo dopo, quando ho visto il suo nome nei giornali. Prima non sapevo neanche che esistesse. Forse l’avevo visto qualche altra volta, sempre lì alla fiera del bestiame, ma non potrei giurarci. L’anno scorso invece, nel mese di Aprile, il 27 per l’esattezza, ho fatto proprio la sua conoscenza. Però quel giorno disse di chiamarsi Antonio Pilledda.
Che furbo che eri, Antonio Pilledda, pure il nome falso!
Esponeva una bestia da 1400 chili, quasi due metri al garrese, proprio un bell’esemplare. La portava in passerella lui stesso.
Quel toro è quel che mi serve per migliorare la razza, mi dissi. E così mi infilai nelle chiamate all’asta, fino a svenarmi. Il furbo aveva i suoi complici che fecero salire il prezzo oltre il dovuto, fino a lasciare il cerino fra le mie dita. Ma non avevo acquistato altro e non potevo tornarmene a casa a mani vuote, avevo fatto un viaggio di duecento chilometri, ero lì fin dall’alba. E poi pensavo all’invidia che avrei provocato nel mio vicino di pascolo.  Alla fine fui contento dell’acquisto, mandai a crepare l’avarizia.
Chiudemmo l’affare senza troppe discussioni, mi consegnò i documenti dell’animale e io staccai l’assegno.
“E’ tranquillo?”
“E’buono come un pezzo di pane” mi rispose.
“E’ tranquillo?” aggiunse poi, facendomi il verso con un sorrisetto del cazzo e annusando l’assegno.
“Come il tuo toro”, replicai.
Affittai un camion per il trasporto e pagai un autista del posto.
In effetti l’animale era proprio mansueto, lo caricammo senza difficoltà.
E anche quando lo liberammo nella tanca di Berrina di Sopra, continuò a restare tranquillo. Sembrava nato lì.
Ma il giorno dopo cominciò a correre come se si trovasse a un rodeo del Texas. Scalciò contro lo steccato del recinto fino a buttarlo giù. Riuscii a salvarmi per miracolo. Appena mi vide, mi puntò e venne furioso nella mia direzione. Per fortuna ero vicino alla stalla e trovai rifugio dietro una gabbia delle mucche. Vi rimasi per due ore, finché non arrivò il veterinario che ero riuscito a rintracciare con il telefono cellulare. Lo avvisai del pericolo e arrivò con una di quelle pistole che sparano aghi col sonnifero.
“E’ una bestia malata, ha qualcosa al cervello. Quando te l’hanno venduto, probabilmente era drogato.”
“Vuoi scherzare?”
“No, è proprio così, non ci resta che abbatterlo.”

In banca mi dissero che l’assegno era già stato incassato.

Ci ho impiegato quasi un anno a trovarlo. Ho girato per tutta l’isola, in lungo e in largo. Alla fine ho trovato l’informatore giusto, uno che mi ha dato le coordinate per rintracciare il tizio.
Era lì che azionava la sua mungitrice elettrica. Il rumore dei macchinari aveva coperto il rumore dei miei passi. Non si accorse di niente. Non so cosa abbia pensato quando ha sentito quella roba che gli penetrava nelle budella. Forse a una vacca impazzita. Invece erano le corna del suo toro. Gliele avevo segate. Erano l’arma della migliore vendetta.



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10 Risposte to “”

  1. RobySan said

    E’ così che si fa, per la miseria!

  2. Faula said

    Ma com’è che ci stiamo dando al pulp? 😉
    Ma sì, un po’ di sana cattiveria ci vuole contro il logorio della vita moderna…

  3. cybbolo said

    quando leggo di queste cose, ti vorrei fissare negli occhi e poi chiederti:”Amici eh?”…

  4. simple said

    vengo in pace!
    ;-p

  5. Prendaeoro said

    Bir, siamo di cattivo umore in questi giorni.
    Anch’io sto scrivendo cose truci.
    Però nelle mie più che ammazzare altri, provo a uccidere me stessa.
    Quasi quasi ti invidio.

  6. nosacher said

    mi gemello a cyb !
    però quello delle poste stava sui cogliono pure a me !

  7. Petarda said

    si dà il caso che esistano anche cavalli pazzi; so il nome di uno che visse in toscana: mucchino, perché pezzato come una vaccherella.
    però ti volevo dire che questo tuo personaggio potrebbe essere il fratello maggiore di un mio personaggio, ecco.

  8. triana said

    Mììì, che ci reisce bene il pulp a stu picciotto!! (A parte il fatto che sono poliglotta, oggi tornando da Roma in autostrada ni è venuta una nostalgia acuta della Sicilia).

    Ho sempre pensato che in fondo in fondo ogni serial killer avesse le sue buone ragioni:-))

  9. utente anonimo said

    Troppo togo o Bobbotti, mi piacciono gli assassini con motivazione ragionevole, questo mica mi ammazza ragazzette bellixedde come da cliché di film di serie x, ammazza solo teste di.

  10. utente anonimo said

    ero adrix

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