febbraio 2, 2008

C’era un solo campo ma il posto era fantastico, isolato, immerso nel verde, a pochi chilometri dalla città. Per trovare posto dovevi prenotare almeno una settimana prima. Il gestore ti diceva se in quel giorno e a quella determinata ora c’era qualcuno disposto a fare una partita con te, tu passavi a casa sua, lasciavi un tuo documento e lui ti dava le chiavi dell’impianto. Per due ore potevi giocare in assoluta tranquillità, circondato dagli alberi e sovrastato da un cielo sempre azzurro. Certo, ti poteva capitare anche un avversario scalcinato ma tutti i miei amici del club avevano appeso la racchetta al chiodo già da qualche anno e io non ero ancora riuscito a domare la passione per il tennis. Perciò la nutrivo così, contro giocatori solitari e sconosciuti.
Quel giorno mi capitò un vecchietto di oltre settant’anni, un certo Amedeo, uno di quei pensionati che non si arrendono alle leggi della natura. Appena lo vidi pensai che forse aveva accompagnato un nipote, invece mi si fece incontro e tutto saltellante mi chiese: “Al meglio dei tre set?” “Vada per i tre” risposi, sforzandomi di fare buon viso alla cattiva sorte.
Ci scambiammo una stretta di mano e senza perdere altro tempo cominciammo a palleggiare.
Tirai subito due rovesci incrociati che andarono a rimbalzare all’incrocio delle linee di fondo, così, tanto per mettere le cose in chiaro e fargli capire che forse per lui era meglio la bocciofila. Per tutto il riscaldamento passò più tempo a raccogliere palline in fondo alla recinzione del campo che a colpirle con la racchetta. Ma nonostante questo continuò a sorridere, a saltellare come una cavalletta su quelle gambe magre e rugose. E dopo cinque minuti volle iniziare la partita.
“Ti lascio la battuta, io scelgo il campo.” Mi disse.
Gli rifilai quattro servizi vincenti, riuscì a malapena a toccarne una, steccandola maldestramente. Poi cominciai a farlo correre da una parte all’altra, incrociando i colpi o arrotando la palla con dei topspin che lo facevano finire quattro metri altre il campo. Infine lo irrisi con due o tre drop-shot che andarono a spegnersi a un centimetro dalla rete. Sei a zero, in meno di dieci minuti.
Amedeo però continuava a sorridere e a sgambettare, sembrava che il risultato lo interessasse ben poco.
Quel ghigno eternamente stampato e la sua contentezza da bambino al luna park, dopo un po’ mi provocarono un certo  fastidio. Forse fu per questo che cominciai a deconcentrarmi e a sbagliare qualche colpo. O forse fu il fatto che improvvisamente il vecchietto iniziò a rimandare la palla dalla mia parte. Palle sporche, colpite con movimenti scoordinati, ma che mi costrinsero, alla fine, a cedere il terzo gioco del secondo set.
Da lì in poi, come per incanto, la partita cambiò: io mi innervosii sempre di più, Amedeo si trasformò in un “pallettaro” che avrebbe fatto perdere la pazienza anche al biblico Giobbe. Cominciò a prendere le linee, a colpire il nastro a imprimere degli effetti casuali alla palla. E a fare punti, uno dietro l’altro, fino a vincere il secondo set al tie-break.
Non riuscivo a crederci. Allora mi misi a tirare delle vere e proprie bordate. Ma più forzavo e più sbagliavo. E più sbagliavo, più mi innervosivo. Riuscii a commettere otto doppi falli, a fallire le volèe più elementari, a mandare fuori tutti gli smash. A perdere sei a zero.
Non dissi nulla. Gli feci i complimenti e abbozzai un sorriso.
Nello spogliatoio, poco prima di andar via, Amedeo si avvicinò e mi diede una pacca sulla spalla. “Il vero segreto è la tenacia” mi disse, sempre con quel ghigno. “Non basta la tecnica, ci vuole tenacia e pazienza. Come nella vita.”
“Stai zitto, stupido vecchio” pensai dentro di me. E invece lui continuò, con l’aria spavalda di colui che ti ha appena dato una lezione e che vuole infierire sul tuo ego sanguinante.
Non smise neppure quando gli palesai il mio totale disinteresse con un silenzio che era più esplicito di ogni possibile replica. Non smise neanche quando finsi di telefonare a una mia amica per un altrettanto finto appuntamento serale. Continuava a parlare, a dare consigli, a pontificare sul gioco del tennis e sul significato della vita.
Riuscii a farlo tacere solo con un colpo ben assestato sulla nuca, mentre rimetteva a posto le sue racchette nel borsone. Due corde della mia Wilson si spezzarono, ma lui non emise neppure un grido. Caricarlo nella sua macchina e metterlo al posto di guida mi costò una certa fatica, nonostante pesasse solo una cinquantina di chili. Spingere l’auto fino alla scarpata fu invece un gioco da ragazzi.

Annunci

14 Risposte to “”

  1. Devo iniziare a preoccuparmi?

  2. birambai said

    perché, giochi a tennis?

  3. triana said

    la serie del serial killer (tu) è veramente spassosa e illuminante. Impossibile non solidarizzare:-))

  4. Prendaeoro said

    Oddio mi sono scese le lacrime dalle risate!
    Ero convinta che la vena noir ti fosse passata e leggevo tranquilla e serena quando zac! morto il vecchio rompiballe, sono scoppiata in una risata fragorosa!
    Grande Bir, ti adoro in questa versione!

  5. amoilmare said

    Mi hai fatto venire in mente un torneo di pallavolo di vari anni fa. La mia squadra scarsissima tecnicamente, vinse a ripetizione su squadre ben più forti fino ad arrivare in finale.. non so da cosa dipese.. fortuna, tenacia. O forse dal fatto che s’era creata tra noi un’alchimia tale da rendere possibili certe cose, ricordo solo che prendevamo il tutto con leggerezza, e ci divertivamo. Forse sta tutto là.

  6. Magosilvan said

    Per punizione la racchetta infilata dal manico su per “dove tu sai”?

  7. domani legge il marzapane dai brasiliani? forse ci sarò

  8. birambai said

    venghi venghi, dottorè.

  9. bookswebtv said

    ti sfido a una partita di tennis!
    (però palleggiamo forte e tiriam bordate fregandocene dei punti e delle linee eh?)

  10. allora…o che un si viene più dalle mie parti?

  11. cybbolo said

    in confronto a te Mc Enroe avrebbe potuto candidarsi al premio Notte di Natale per il più buono e paziente tennista dell’orbe terraqueo…

  12. zop said

    comunque i pallettari stimolano l’istinto omicida sì!

  13. aquatarkus said

    Ma il colpo alla nuca era uno smash o un rovescio?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: