maggio 30, 2008

Era così triste, ma così triste, che a un certo punto si disse: quasi quasi divento cipolla.
Si concentrò come un asceta. E si fece cipolla.
Finì nel banco del verduraio.
Arrivò uno: “Vorrei delle cipolle.”
“Quante?”
“Non saprei.”
“Trenta?”
“No, basta una.”
Finì nel frigorifero di uno.
C’era freddo, porcomondo. E una patata marcia. Freddo e puzza di patata marcia.
Dopo un po’ di tempo che era chiusa lì dentro, pensò: quasi quasi era meglio prima. Ma non riuscì a tornare uomo triste, c’era troppa umidità. Però cominciò a germogliare, succhiando un po’ di goccioline. Così le sembrò di vivere. Male, certo, però almeno qualcosa si muoveva.
Un giorno, finalmente, uno (sempre quello) aprì il frigo. Forse cercava proprio una cipolla.
No, cercava una birra. Questo è scemo, qui non entra una birra da almeno tre mesi.
La cipolla era voltata di spalle, si era messa così per non vedere la patata marcia. Allora fece uno sforzo sovrumano (sì sì, proprio sovrumano) e si girò di fianco: voleva guardare in faccia uno.
Quello aveva tutto il naso arricciato e gli occhi come un cocker e le labbra all’ingiù e la barba di due giorni. “Cazzo, sono io!” esclamò la cipolla. E proprio mentre lo stava dicendo, vide che il tipo si stava concentrando come un poeta estemporaneo.
Dalla radio riuscì anche a sentire: ascolta si fa sera, ti parla padre Francesco Gaetano.

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maggio 28, 2008

Alle volte, lungo il percorso che mi conduce al lavoro, mi perdo. Non è che sbaglio strada, dopo vent’anni che faccio lo stesso tragitto, questo sarebbe impossibile. Però mi perdo con i pensieri, mi inoltro in sentieri inaspettati, voglio dire.
Al lavoro ci vado a piedi, tutti i giorni, dal lunedì al sabato. Esco di casa alle otto del mattino e dopo dieci minuti sono in ufficio.
Conosco ogni cosa di queste poche vie che attraverso, saprei camminarci anche ad occhi chiusi. So distinguere uno per uno i ciottoli di Via Larini; riconoscere ogni singolo anfratto di Via Tomaselli; potrei ravvisare le minime trasformazioni causate dal tempo o dall’uomo in Via dei Gerani.
Posso descrivere la fattura e il colore delle persiane, l’intonaco scrostato del Palazzo Bertelli, le inferriate arrugginite al piano terra del civico 14, le macchie di umidità sotto i cornicioni di Casa Veroni. Nello stesso tempo, potrei ripetere i numeri di targa delle auto parcheggiate. O la forma delle due parole scritte con lo spray sulla serranda del bar tabacchi, quelle che dicono che Fronteddu è un coglione.
Forse è per questo che mi perdo in altri pensieri, perché non c’è più niente che mi sia sconosciuto, niente, dentro il quartiere, che possa attirare la mia attenzione. Giusto quando nevica c’è qualcosa da osservare, ma qui non nevica quasi mai. E così i dieci minuti diventano, alle volte, un breve sogno ad occhi aperti, un desiderio irrealizzabile. Nella maggior parte dei casi, si tratta di uno spazio della fantasia che chiude le porte alla realtà tangibile dei cinquecento metri di città. Piccole fantasie senza pretese, miscugli di ricordi e speranze, qualcosa che ha a che fare, in ogni caso, con la finzione. A volte possono essere semplicemente dei numeri, dei numeri che mi ripeto all’infinito per cercare di capirne il significato profondo. In altri casi i nomi di alcuni oggetti: scrittoio, trasformatore, cornice, per esempio.
Quando sono più fortunato, però, mi accompagna la visione di una donna, una ragazza conosciuta molti anni fa, Margherita, la luce della mia vita. Margherita che un giorno mi baciò.
Ultimamente mi fa compagnia più spesso. E’ proprio bello che lei si presti così generosamente ad accompagnarmi per la via, mi fa sembrare il principio delle giornate assai più lieve, il lavoro che faccio meno noioso.
Eppure, qualche giorno fa, proprio mentre guardavo le gambe di Margherita -senza che lei se ne accorgesse, ma sperando che prima o poi capisse il mio amore- mi è successo qualcosa di inaspettato. A un certo momento, davanti al monumento di Piazza Mazzini, ho avvertito una strana sensazione che non sono riuscito a decifrare. Era un disagio, un fastidio alla nuca, improvviso, come quei ronzii che mi capita di sentire la notte sotto le coperte. Per un istante ho perso di vista le gambe di Margherita e sono tornato alla realtà. Mi sono voltato, allora, e ho guardato in direzione delle panchine che circondano il soldato di bronzo con il moschetto. C’erano i soliti quattro vecchietti che in genere stanno lì da prestissimo: niente di cambiato dall’ultima volta che li avevo salutati, mesi prima.
Ho guardato di nuovo davanti, decidendo di camminare un po’ più spedito e di tentare di riacchiappare l’immagine di Margherita, di riprendere il sogno dal punto esatto in cui si era interrotto. Ho fatto dieci passi, passi lunghi, precisi.
Ma il fastidio continuava a pesarmi.
Sono tornato indietro e ho guardato di nuovo i vecchi. C’era, in realtà, qualcosa di diverso dal solito. Non parlavano fra di loro, non si scambiavano opinioni come li avevo sempre visti fare ogni giorno, dal lunedì al sabato, alla stessa ora, alle otto e dieci minuti, in tutti quegli anni. Erano come impietriti, sembravano anche loro caduti nella immobilità eterna del soldato, guardavano dritti davanti a loro e sembravano, come me, persi nel sogno. Mi sono avvicinato.
“Buongiorno”, ho detto, con un sorriso.
Non mi hanno nemmeno guardato. Allora mi sono seduto nello spazio vuoto di una panchina, vicino al signor Adelmo. E ho lasciato passare il tempo, così, in silenzio, inseguendo le possibili rotte dei loro sguardi. Ma, per quanto mi sia sforzato, non sono riuscito a perdermi di nuovo.
Poi, dopo circa mezz’ora, finalmente Severino ha parlato.
“No, le nostre parole non contano.”
“Invece sì, contano eccome!” ho detto io. “Anzi, perché non mi raccontate una delle vostre storie?”
“Non abbiamo più storie, ce le stanno cancellando” ha detto il signor Corrado, il più vecchio dei quattro.  "Ogni mattina siamo qui, concentrati nello sforzo di recuperare qualcosa, ma quando arriviamo alla nostra gioventù c’è sempre quello lì, il Revisionista, che ci blocca.
“Già, e ci dice di tornarcene alle nostre panchine” ha aggiunto tristemente Giovanni.
“Che tanto presto non ci saremo più, al diavolo le nostra resistenza. E che Lui potrà tornare ad occuparsi di faccende ben più importanti che le nostre stupide guerre. Poi ci conduce in uno stanzone e ci lascia lì dentro.
“ Non c’è niente, nello stanzone, niente. Solo bianco” ha aggiunto Adelmo. “ Ci lascia uscire solo per qualche minuto e poi… ecco, ora dobbiamo tornare, ci sta chiamando.”

A quel punto, tutti e quattro si sono fatti silenziosi come prima. A me il senso di fastidio non era ancora passato.
Me ne sono tornato a casa, lentamente. Ho telefonato in ufficio, dicendo che mi sentivo poco bene e che non sarei andato al lavoro. Per tutto il giorno Margherita non è più tornata.

maggio 26, 2008

I fizzi pregontavano ai babbi il proite dell’assuttura nella tanca crebata, le nuvole aisettavano, attunzine, sopra le laghinze belanti di sidio. Ma non progheva.
Gli anzoneddi pedivano latte alla verveche lanza, il crabalzo rasigava anche i crasti. E tutto era grogo, anche le care dei pizzinni, gli ozzastri, le abbe del mare.
C’era  fiago di morte, nella bidda, con i puzoni nigheddi che tichirriavano in cielo per la presse di mangiare.

Allora muttirono Tia Badora, dalla bidda vicina, per fare la mazzina contro Brusore Siccagno, il demonio puzzinoso della siccità.
Tia Badora, col corro di murone e la rughitta sua di legno di salighe, arrivò a Berruìle, all’arvorino di un giobia. Non allegò con nessuno, manco con pride Basile, che era un po’ il mere di tutto, anime e trigo, decime e massargi.

Si apposentò nella piatta manna, sulla cadira di oltiggio fatta a mano, e per una die intera abbaidò verso i zassi dell’aria che parevano più ainnedda. Col corro pintava dei sinzi nel boido e narava peraule pitticche, frimme: “ru- aisè- trubà- su gò”. Ammuntata col mucadore manno, si vedevano solo le pibiriste serrate sugli occhi, faceva un azzico di timoria, come il traigolzo nelle notti d’estate. Pusti di benti e passa ore, si pesò rizza. Poderando la rughitta nella mano manca, la ammustrava in tutte le ale e gruspiava, arrennegata, irrocando contra le alture. Subito un lampo ruio sinzò l’aera e si intese un muido zigante che insordava le oricre.
Issa andò via, muda come una croca, istracca e in tristura, senza ortarsi nel cammino.
E allora cominzò a proghere, a proghere guttie beneitte, di quelle che infondono lestre. E molto.

Troppo.
 Dopo un mese la muttirono di nuovo per fare il fattuzzo contra l’abba mala.

E’ all’intrinada che Badora lompe a Berruìle.
Il cielo è nigheddo che trumento. I gutturi, in ghirio alla chiesa, sono traìni che trazano tutto, arghe e orassioni.
Con la mòida dell’abba, si sente il rosario precadorio, il pianto leno di un piseddo, una femmina che abboghina “innoromala”.
Badora non ascolta, va deretta alla piatta, sotto il cherco antigorio.
Prende tredici codule e i rampitti tenneri che trova. Un rampo lo strazza dall’arvore. Con quello pinta un chilcio per terra e dentro il chilcio assenta le prede e i chilcaggi, in manera strambeca.
Pusti, da una bertuletta cuata sotto il mucadore manno, sbaganta tutto in meso alla figura: sei carramerda muovono lestri le farranche, fino ad agattare il ledamene tondo. E, troulando le bozzitte, cercano l’uscita fra gli arreschidolzi di quella presone. Badora pompia, marmurata, e arripete una rima: “èssinde a pizzu, de grodde su fizzu, èssinde a fora, su male in bonora”.
Cola un po’di tempo, prima che un carramerda agatti la strada giusta per uscire dal chilcio. Solo allora, Badora alza gli oggi per abbaidare le nuvole. Luego smette di proghere.
La maghiarza remunisce tutto nella bertula e, impresse, s’incammina per ghirare alle làcane di domo sua.

Il manzàno a pusti, mentre all’arvèschile si reca ai cunzati suoi per assentare i danni della temporada, Bachis Barui scopre che don Basile si è infurcato. Quando vede la carena del pride, appicata con la fune alla nae manna del cherco, il massaio s’iscanza in un risito. E pompia il sole, che sta pigando dietro Monte Pitzinnu.
Alla stessa manera, nel matessi momento, più ainnedda, anche Badora pompia il sole. E s’iscanza pure issa.

C’è un calore stravanato. Troppo stravanato per l’ora che è.

maggio 23, 2008


Quando colavano i corridori del Giro, la zente di Sunis assortiva a trume alla carrela manna, allo stradone catramato. Durava una serrata d’ocro quell’ispanto di colori, la tiligherta di rode che sulava, dall’aputecaria al camposanto, ma niuno poteva mancare all’oddobio di festa.
Gimondi e Motta, Adorni e Bitossi, frimmavano il tempo. E le ucche dei vezzi si facevano tunde cheppare a quelle dei piseddi. Era come una bisione, un pessamento galano che ti rugava lestro dentro la conca, di quelle cose che se ne ghirano impresse. Ma, mancari la lestresa, un traino di allegria arrumbava nell’aria per la die intrega. E a me mi paria che arribava il berano e la lepiesa umpare.
Tando, nel vortaedìe, me ne andavo in bricichetta alla campagna di Nalbones: ero Gimondi,  e la pigata di Monte Codes era il Mortirolo.
Gli usciarei bianchi, le piante di cherco, i crasti, le ferule alte, tutti ziarravano pro me, mi trubavano per azzudarmi a binchere. Non potevo artiare i brazzi dal manubrio, con tutta le pedra e i toffi che c’erano, ma saludavo con una mòdia pitticca della conca o naravo grazie grazie, con una voghe bassa, a cuscusino, cuntento come una pasca.
A pusti della premiazione, istracco come un aino e tutto suerato, mi corcavo nell’erva alta, abbaidando il chelo. Ascoltavo il muido del rio che era lì accurzo, il sono delle abi che chircavano frori sparti, qualche sonazzo più a innedda. Mi drommivo, il più delle volte, e sonniavo. Sonniavo che il Giro tornava a colare in quel guturino di Nalbones.

maggio 21, 2008

Devi cambiare il tuo punto di vista. Sei troppo ancorato al passato. Non servono più le categorie di una volta. Il mondo è cambiato.
Mi dicono così.
Allora io ci provo, lascio perdere le ideologie, i vecchi simboli. Mi metto in testa di fare tabula rasa.  Dimentico tutto, vado, dritto per dritto, alle magnifiche sorti e progressive: sono un democratico anch’io, in fin dei conti, sono un uomo nuovo!
Guardo e riguardo. Angolazioni diverse, distanze corte e lunghe, prospettive inusuali, cambi di luce: mi sforzo, insomma. E alla fine qualcosa mi sembra di vedere, mi pare di scorgere un profilo nuovo, come dicevano tutti.
Ma se appena appena chiudo gli occhi e li riapro, mi accorgo che è un trucco. Questo "nuovo" è più vecchio di prima. Un logoro gioco.

maggio 20, 2008

Dunque, come vi dicevo, sento lo scampanellio della poesia.
Chi sarà mai a quest’ora della sera?
La poesia, mi dice.
E che vuoi?
Volevo farti notare che hai scritto “motocarro”.
Sì, ieri, guardando il cielo. L’ho visto, è colpa tua.
Avrei detto vaghe stelle
dell’Orsa.
Ma era nuvolo, perdinci. Inoltre ero di corsa.
Ah, però!
E poi…
Poi cosa?
Sono un po’ futurista.
Come, un po’?
Motocarro.

E’ rimasta prima muta come una croca (la croca è la solita lumaca), poi ha cominciato a balbettare, co-co-co co- n-

Così si è ritirata. Glielo faccio vedere io, il busillis.

maggio 19, 2008

Quando mi sveglio con la poesia in corpo, come stamattina, non posso trattenermi. Ce l’ho a profusione, sono un po’ come Gastone.
Il tempo è incerto, il cielo è coperto, ma solo a tratti.
Allora, tanto per dire, ho detto: lattiginoso. Mi è venuta così, d’emblée.
Poi ho detto anche: Il sole è una frittella, nuvole di mascarpone, un motocarro.
Che immagini, che cantore!
Adesso però ho fame.

maggio 13, 2008

Ero lì da oltre un’ora, erano quasi le tredici. Avevo sfogliato tutti i settimanali, anche quelli senza la copertina, del 2005, pieni di orecchie e con qualche pagina mancante. Mi ero chiesto a chi può venire in mente di strappare una pagina di Novellacinquemila e fregarsela, che ci si può fare con un ritaglio del genere. Farlo leggere alla vicina di casa e urlare “ vedi, avevo ragione io, il tipo era fidanzato con la tipa, ecco la prova”? Appenderselo all’armadio della camera da letto e guardarlo prima di addormentarsi? Oppure farsi venire pensieri sconci e smanettare dopo essersi chiusi a chiave dentro il bagno? Non avevo trovato alcuna risposta.
Uno sguardo anche a una rivista di cucina vegetariana e a un allegato di un quotidiano che raffigurava belle donne, rossetti, tacchi a spillo e pellicce di ermellino. Ma faceva un caldo infernale e quindi l’avevo mollato quasi subito. Allora avevo preso a smangiucchiarmi l’unghia del pollice sinistro e a cancellare i messaggi che ingombravano la memoria del cellulare. Quasi tutti, avevo lasciato solo quelli dove Maria affermava di amarmi in un modo speciale, anche se non era il modo che volevo io, e che non aveva intenzione di perdere la mia amicizia mai e poi mai. Anche dove scriveva che quella sera aveva un impegno ma avrebbe tanto voluto farsi una chiacchierata con me e… e trinta e baranta. “E compagnia bella”, se non avete voglia di tradurre i numeri o se vi sentite un po’ giovani Holden nell’anima.
Poi avevo guardato fuori dalla finestra: si vedevano solo palazzoni grigi e panni stesi, una visione sconsolante per la mia condizione che richiedeva invece prati verdi e margheritine di campo.
Insomma avevo fatto tutto ciò che normalmente si deve fare nella sala d’attesa del medico di famiglia. Eppure il tempo non passava mai. E prima di me c’erano altre quattro persone, io ero l’ultimo.
Visto che la media per ogni visita erano quindici minuti, calcolai che dovevo passare un’altra oretta seduto nello scomodissimo divanetto di vimini dal colore indefinito, tipo pelo di cane che fugge. A sudare e a rompermi i coglioni.
Non mi restava altro che mettermi a pensare. Ma non era giornata, non mi veniva niente di interessante, forse perché ero stanco fatto. E finito.
Allora cominciai a guardare gli altri pazienti che intanto continuavano a sfogliare a manetta con una specie di bulimia da giornali scaduti.
La signora seduta di fronte a me era una chiattona di centoventi chili. Indossava una dozzinale tuta da ginnastica extra large che non riusciva per niente a nascondere le sue masse adipose. Ogni tanto sorrideva, come se l’articolo che stava leggendo la riempisse di soddisfazione. Chissà perché a un certo punto me la immaginai nuda, stesa sul letto, con quello stesso sorriso. Immaginai di sdraiarmi sopra tutta quella mollezza così accogliente, di respirare piano e di contare le pecore. Sentii che mi stava venendo duro e immediatamente distolsi lo sguardo, spaventato dalla strana sensazione.
Sì, ero come agitato, il cuore mi batteva in modo irregolare e ogni dieci secondi sentivo come una stretta all’altezza dello stomaco. Ma non era lei, no, non era la donna cannone a crearmi disagio. Il principio di erezione involontaria era dovuto a quei maledetti medicinali che stavo prendendo, la tizia non aveva niente di particolare che potesse colpirmi, a parte i rotoloni di lardo e il calore che sembrava emanare dai miliardi di pori della sua enorme superficie corporea.
Così anche la vecchietta vicina al termosifone. Aveva una di quelle strane tinture che si fanno le ottantenni che frequentano l’università della terza età, i capelli viola, ma l’aspetto era quello di una nonnina minuta che avevano raggiunto la serenità della fine imminente. Una come tante altre, di quelle che si possono disegnare nelle fiabe moderne o nelle pubblicità dei biscotti.
Tanto meno poteva interessarmi il giovanotto palestrato seduto all’angolo che deformava la fantasia a rombi della sua maglia di cotone con il gonfiore dei muscoli pettorali. L’unica cosa che mi chiesi era che ci potesse fare uno così dal medico, uno che sembrava il rappresentante della salute che scoppia. Forse era davvero un rappresentante, l’informatore farmaceutico che faceva ordinatamente la fila. Non mi fu molto simpatico, se non ricordo male provai una certa invidia per la sua forma fisica e per l’abbronzatura lucida messa in risalto dagli occhiali da sole con montatura bianca che gli facevano da ferma capelli. Pensai però che fosse uno di quei citrulli che collezionano provini per trasmissioni televisive di successo. E infatti era tutto preso dalle fotografie di un settimanale che trattava solo di reality show. Dentro di me pronunciai un categorico “Pfui, sei malato!”
Dopo un po’ ripassai tutti in rassegna. Tutti leggevano o continuavano a sfogliare avidamente, nessuno pronunciava una parola o un suono di disappunto per quell’attesa snervante. Erano come morti, e io non riuscivo a capire che cosa mi stesse inquietando.
Finché il mio sguardo non si posò sul signore che mi stava affianco. Doveva essere un muratore o qualcosa del genere. Lo dedussi dal biancore della porzione di pelle che il colletto sbottonato della camicia a quadri lasciava intravedere e che faceva a pugni con il colorito bruno del viso e delle mani. Ma non fu neppure questo a colpirmi. Ciò che mi fece andare nel pallone, e che evidentemente aveva provocato la mia ansia fin da quando ero arrivato e avevo chiesto “chi è l’ultimo”, fu il suo orribile naso.
Ho sempre avuto una sorta di idiosincrasia per i nasi strani, fin da quando ero bambino. Probabilmente tutto risale a quando mi costringevano a soffiare in continuazione dentro un fazzoletto, a quando mia madre e le mie sorelle sembravano divertirsi un mondo a torturarmi le narici, soffia che ce n’è ancora, soffia più forte, soffia di nuovo! Da allora non avevo fatto altro che osservare i nasi delle persone, avevo cominciato a pensare che i nasi mi potessero parlare della felicità o dell’infelicità della gente. Quando ne vedevo uno un po’ più grosso, uno più lungo, uno più arcuato del solito dicevo: “Ecco, questo è uno che nella vita ha sofferto tanto, glielo hanno soffiato tantissimo.” La storia di Pinocchio non poteva che essere una conferma alle mie teorie, e presto mi identificai completamente col personaggio triste di Collodi.
Col passare degli anni, poi, andai sviluppando l’idea che la storia dell’umanità è in buona parte determinata dai nasi e anche Cleopatra divenne un mio mito. Per non parlare di Gogol e del suo illuminante racconto.
Ecco, ora, per l’appunto, mi sentivo come il barbiere Ivàn Jakovlèvic nel momento in cui aveva scoperto dentro il suo panino il naso dell’assessore collegiale Kovalev, sentivo lungo la schiena lo stesso brivido di orrore che doveva aver provato il povero artigiano russo. Il naso del muratore era mostruoso, era la sintesi di tutte le sofferenze umane. Deforme, enorme, repellente. Non saprei descrivervelo con precisione, tutto quello che posso dirvi è che assomigliava a una gigantesca patata di Gavoi, a un tartufo dalla superficie verrucosa: uno spettacolo indecente. Ma quello che mi fece sentire così male, tanto da farmi girare la testa e farmi venire i conati di vomito, fu la vista dei peli che fuoriuscivano dalle due cavità di cartilagine. Grosse vibrisse che spuntavano per almeno un centimetro, nere come la paura.
No, non potevo rischiare di incontrare di nuovo quell’uomo, ne sarebbe andato della mia salute mentale. Aspettai che si calmasse un po’ il capogiro, presi un lungo respiro. Poi mi alzai. Nessuno, presi com’erano dentro le pagine, mi guardò. Neppure quando estrassi la pistola dalla fondina. Forse qualcuno di loro fece in tempo a guardarmi mentre premevo ripetutamente il grilletto. Ma questo non posso saperlo.

maggio 2, 2008

Un giorno dopo l’altro
si sta facendo sempre più tardi.
Dentro la notte
l’ora senz’ombra
memoria del vuoto
oblio.
La vita è altrove:
Il quinto passo è l’addio
il lungo addio.

………………………….

Ricorda con rabbia
la bella estate
il filo dell’orizzonte
il guizzo irrivirente dell’azzurro.
Chiedi alla polvere
l’urlo e il furore
le parole per dirlo.
Un giorno questo dolore ti sarà utile.

Si chiama poesia dorsale, l’idea e stata lanciata  da questi signori.
Io ci sono arrivato, come spesso succede, attraverso quel giocoliere di zop
Insomma, prendete un po’ di libri, fotografateli, fateli parlare.

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maggio 1, 2008

img004Di getto senza virgole privo di forma parole scompigliate un vento che impazza sull’erba alta di Maggio un rubinetto che perde. Così, dietro il fumo che aleggia nella stanza i lunghi pomeriggi di palleggi con una pallina di carta e notti oscure sulle stesse righe di un libro. Una fetta di luce che filtra, ormai logora, sulla parete di lato. Reggimenti di cuori che sbandano in corsa.
All’improvviso penso all’asino di Sunis, all’asino che s’impuntava e non ne voleva sentire di andare avanti. Né avanti né indietro. Il padrone era costretto a lasciarlo lì, allora, in mezzo alla strada, in quel punto che diventava il suo mondo, l’unico mondo possibile. Immobile come una statua, mentre qualcosa si mangiava l’anima della bestia testona.
Si offre in sacrificio alla malinconia e nessuno può volergli bene, dicevo. Nessuno, dicevo. E mi sembrava di vedere le sue lacrime, prima che riprendesse la via.

Uno dei cuori si perde nei vicoli del secolo andato, andato con la saggezza di un vecchio che si ritira silenzioso e in buon ordine. Quando il mondo era ubriaco di vita, il sogno di una cosa era una magnifica mattina di dubbi. A parlare con il vecchio di rivoluzioni possibili, la storia, oppure silenziose alleanze per cercare di capire senza troppe convinzioni e senza la ragione che consola. Contadini e operai e studenti, nel buco di Via Torres comunista, nel freddo senza scampo, sperduti nell’isola sperduta, eppure nel mondo al centro del mondo.
Un altro cuore dice di Roma, Trastevere vent’anni fa, a casa di Fernanda Pivano, lei che parla di Dylan, di Gregory Corso, di Judith Malina vestita di chiffon nelle strade di Milano coperte di neve. Lei bellissima – un ricordo sopra l’altro- noi con la bocca a forma di sorpresa e un modo di pensare che già si caricava di inaspettate nostalgie. Pronti a dare battaglia, nei paesi dell’interno “ho visto, ho visto, ho visto” in chiassose feste di campagna o fra cinque spettatori non convinti. Noi sì, noi eravamo la poesia, il metro del respiro, il Santo Bronx, l’ingenuità del canto disperato, l’ebbrezza del futuro.
Un giorno che me ne andai a scoprire i luoghi dove i pastori diventarono operai, le miniere l’eldorado. Con la donna che amavo, per vedere se dietro la collina c’era l’eternità, se dai pozzi si poteva sentire una voce, raccontami dello sciopero, parlami lentamente.
Passeggiamo lungo la spiaggia, dopo, ci sono gli occhi di Santa Lucia, sotto il sole. Speriamo senza dirlo. E c’è un pescatore, nascosto sugli scogli, che getta la pastura e aspetta. Poi ci guarda e ci sorride, forse è Dio.

Un’altra fuga mi porta nel vuoto, con l’occhio del sogno, oltre il ricordo. Incapace di inventare, né avanti né indietro, come l’asino di Sunis. Qualcosa che si mangia l’anima. Senza forma.