maggio 13, 2008

Ero lì da oltre un’ora, erano quasi le tredici. Avevo sfogliato tutti i settimanali, anche quelli senza la copertina, del 2005, pieni di orecchie e con qualche pagina mancante. Mi ero chiesto a chi può venire in mente di strappare una pagina di Novellacinquemila e fregarsela, che ci si può fare con un ritaglio del genere. Farlo leggere alla vicina di casa e urlare “ vedi, avevo ragione io, il tipo era fidanzato con la tipa, ecco la prova”? Appenderselo all’armadio della camera da letto e guardarlo prima di addormentarsi? Oppure farsi venire pensieri sconci e smanettare dopo essersi chiusi a chiave dentro il bagno? Non avevo trovato alcuna risposta.
Uno sguardo anche a una rivista di cucina vegetariana e a un allegato di un quotidiano che raffigurava belle donne, rossetti, tacchi a spillo e pellicce di ermellino. Ma faceva un caldo infernale e quindi l’avevo mollato quasi subito. Allora avevo preso a smangiucchiarmi l’unghia del pollice sinistro e a cancellare i messaggi che ingombravano la memoria del cellulare. Quasi tutti, avevo lasciato solo quelli dove Maria affermava di amarmi in un modo speciale, anche se non era il modo che volevo io, e che non aveva intenzione di perdere la mia amicizia mai e poi mai. Anche dove scriveva che quella sera aveva un impegno ma avrebbe tanto voluto farsi una chiacchierata con me e… e trinta e baranta. “E compagnia bella”, se non avete voglia di tradurre i numeri o se vi sentite un po’ giovani Holden nell’anima.
Poi avevo guardato fuori dalla finestra: si vedevano solo palazzoni grigi e panni stesi, una visione sconsolante per la mia condizione che richiedeva invece prati verdi e margheritine di campo.
Insomma avevo fatto tutto ciò che normalmente si deve fare nella sala d’attesa del medico di famiglia. Eppure il tempo non passava mai. E prima di me c’erano altre quattro persone, io ero l’ultimo.
Visto che la media per ogni visita erano quindici minuti, calcolai che dovevo passare un’altra oretta seduto nello scomodissimo divanetto di vimini dal colore indefinito, tipo pelo di cane che fugge. A sudare e a rompermi i coglioni.
Non mi restava altro che mettermi a pensare. Ma non era giornata, non mi veniva niente di interessante, forse perché ero stanco fatto. E finito.
Allora cominciai a guardare gli altri pazienti che intanto continuavano a sfogliare a manetta con una specie di bulimia da giornali scaduti.
La signora seduta di fronte a me era una chiattona di centoventi chili. Indossava una dozzinale tuta da ginnastica extra large che non riusciva per niente a nascondere le sue masse adipose. Ogni tanto sorrideva, come se l’articolo che stava leggendo la riempisse di soddisfazione. Chissà perché a un certo punto me la immaginai nuda, stesa sul letto, con quello stesso sorriso. Immaginai di sdraiarmi sopra tutta quella mollezza così accogliente, di respirare piano e di contare le pecore. Sentii che mi stava venendo duro e immediatamente distolsi lo sguardo, spaventato dalla strana sensazione.
Sì, ero come agitato, il cuore mi batteva in modo irregolare e ogni dieci secondi sentivo come una stretta all’altezza dello stomaco. Ma non era lei, no, non era la donna cannone a crearmi disagio. Il principio di erezione involontaria era dovuto a quei maledetti medicinali che stavo prendendo, la tizia non aveva niente di particolare che potesse colpirmi, a parte i rotoloni di lardo e il calore che sembrava emanare dai miliardi di pori della sua enorme superficie corporea.
Così anche la vecchietta vicina al termosifone. Aveva una di quelle strane tinture che si fanno le ottantenni che frequentano l’università della terza età, i capelli viola, ma l’aspetto era quello di una nonnina minuta che avevano raggiunto la serenità della fine imminente. Una come tante altre, di quelle che si possono disegnare nelle fiabe moderne o nelle pubblicità dei biscotti.
Tanto meno poteva interessarmi il giovanotto palestrato seduto all’angolo che deformava la fantasia a rombi della sua maglia di cotone con il gonfiore dei muscoli pettorali. L’unica cosa che mi chiesi era che ci potesse fare uno così dal medico, uno che sembrava il rappresentante della salute che scoppia. Forse era davvero un rappresentante, l’informatore farmaceutico che faceva ordinatamente la fila. Non mi fu molto simpatico, se non ricordo male provai una certa invidia per la sua forma fisica e per l’abbronzatura lucida messa in risalto dagli occhiali da sole con montatura bianca che gli facevano da ferma capelli. Pensai però che fosse uno di quei citrulli che collezionano provini per trasmissioni televisive di successo. E infatti era tutto preso dalle fotografie di un settimanale che trattava solo di reality show. Dentro di me pronunciai un categorico “Pfui, sei malato!”
Dopo un po’ ripassai tutti in rassegna. Tutti leggevano o continuavano a sfogliare avidamente, nessuno pronunciava una parola o un suono di disappunto per quell’attesa snervante. Erano come morti, e io non riuscivo a capire che cosa mi stesse inquietando.
Finché il mio sguardo non si posò sul signore che mi stava affianco. Doveva essere un muratore o qualcosa del genere. Lo dedussi dal biancore della porzione di pelle che il colletto sbottonato della camicia a quadri lasciava intravedere e che faceva a pugni con il colorito bruno del viso e delle mani. Ma non fu neppure questo a colpirmi. Ciò che mi fece andare nel pallone, e che evidentemente aveva provocato la mia ansia fin da quando ero arrivato e avevo chiesto “chi è l’ultimo”, fu il suo orribile naso.
Ho sempre avuto una sorta di idiosincrasia per i nasi strani, fin da quando ero bambino. Probabilmente tutto risale a quando mi costringevano a soffiare in continuazione dentro un fazzoletto, a quando mia madre e le mie sorelle sembravano divertirsi un mondo a torturarmi le narici, soffia che ce n’è ancora, soffia più forte, soffia di nuovo! Da allora non avevo fatto altro che osservare i nasi delle persone, avevo cominciato a pensare che i nasi mi potessero parlare della felicità o dell’infelicità della gente. Quando ne vedevo uno un po’ più grosso, uno più lungo, uno più arcuato del solito dicevo: “Ecco, questo è uno che nella vita ha sofferto tanto, glielo hanno soffiato tantissimo.” La storia di Pinocchio non poteva che essere una conferma alle mie teorie, e presto mi identificai completamente col personaggio triste di Collodi.
Col passare degli anni, poi, andai sviluppando l’idea che la storia dell’umanità è in buona parte determinata dai nasi e anche Cleopatra divenne un mio mito. Per non parlare di Gogol e del suo illuminante racconto.
Ecco, ora, per l’appunto, mi sentivo come il barbiere Ivàn Jakovlèvic nel momento in cui aveva scoperto dentro il suo panino il naso dell’assessore collegiale Kovalev, sentivo lungo la schiena lo stesso brivido di orrore che doveva aver provato il povero artigiano russo. Il naso del muratore era mostruoso, era la sintesi di tutte le sofferenze umane. Deforme, enorme, repellente. Non saprei descrivervelo con precisione, tutto quello che posso dirvi è che assomigliava a una gigantesca patata di Gavoi, a un tartufo dalla superficie verrucosa: uno spettacolo indecente. Ma quello che mi fece sentire così male, tanto da farmi girare la testa e farmi venire i conati di vomito, fu la vista dei peli che fuoriuscivano dalle due cavità di cartilagine. Grosse vibrisse che spuntavano per almeno un centimetro, nere come la paura.
No, non potevo rischiare di incontrare di nuovo quell’uomo, ne sarebbe andato della mia salute mentale. Aspettai che si calmasse un po’ il capogiro, presi un lungo respiro. Poi mi alzai. Nessuno, presi com’erano dentro le pagine, mi guardò. Neppure quando estrassi la pistola dalla fondina. Forse qualcuno di loro fece in tempo a guardarmi mentre premevo ripetutamente il grilletto. Ma questo non posso saperlo.

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4 Risposte to “”

  1. zop said

    sei sempre in forma! 🙂

  2. simple said

    applausi

  3. Gardenia said

    solleticante il raffronto letterario col barbiere IvĂ n Jakovlèvic …
    g*

  4. Petarda said

    sei sempre il solito: notevole!
    e forse t’interessa sapere che tanti anni fa ho visto un trinariciuto.
    fu strano, mi sembrò di entrare per un attimo in un volume illustrato dal titolo “miti e leggende”.

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