maggio 26, 2008

I fizzi pregontavano ai babbi il proite dell’assuttura nella tanca crebata, le nuvole aisettavano, attunzine, sopra le laghinze belanti di sidio. Ma non progheva.
Gli anzoneddi pedivano latte alla verveche lanza, il crabalzo rasigava anche i crasti. E tutto era grogo, anche le care dei pizzinni, gli ozzastri, le abbe del mare.
C’era  fiago di morte, nella bidda, con i puzoni nigheddi che tichirriavano in cielo per la presse di mangiare.

Allora muttirono Tia Badora, dalla bidda vicina, per fare la mazzina contro Brusore Siccagno, il demonio puzzinoso della siccità.
Tia Badora, col corro di murone e la rughitta sua di legno di salighe, arrivò a Berruìle, all’arvorino di un giobia. Non allegò con nessuno, manco con pride Basile, che era un po’ il mere di tutto, anime e trigo, decime e massargi.

Si apposentò nella piatta manna, sulla cadira di oltiggio fatta a mano, e per una die intera abbaidò verso i zassi dell’aria che parevano più ainnedda. Col corro pintava dei sinzi nel boido e narava peraule pitticche, frimme: “ru- aisè- trubà- su gò”. Ammuntata col mucadore manno, si vedevano solo le pibiriste serrate sugli occhi, faceva un azzico di timoria, come il traigolzo nelle notti d’estate. Pusti di benti e passa ore, si pesò rizza. Poderando la rughitta nella mano manca, la ammustrava in tutte le ale e gruspiava, arrennegata, irrocando contra le alture. Subito un lampo ruio sinzò l’aera e si intese un muido zigante che insordava le oricre.
Issa andò via, muda come una croca, istracca e in tristura, senza ortarsi nel cammino.
E allora cominzò a proghere, a proghere guttie beneitte, di quelle che infondono lestre. E molto.

Troppo.
 Dopo un mese la muttirono di nuovo per fare il fattuzzo contra l’abba mala.

E’ all’intrinada che Badora lompe a Berruìle.
Il cielo è nigheddo che trumento. I gutturi, in ghirio alla chiesa, sono traìni che trazano tutto, arghe e orassioni.
Con la mòida dell’abba, si sente il rosario precadorio, il pianto leno di un piseddo, una femmina che abboghina “innoromala”.
Badora non ascolta, va deretta alla piatta, sotto il cherco antigorio.
Prende tredici codule e i rampitti tenneri che trova. Un rampo lo strazza dall’arvore. Con quello pinta un chilcio per terra e dentro il chilcio assenta le prede e i chilcaggi, in manera strambeca.
Pusti, da una bertuletta cuata sotto il mucadore manno, sbaganta tutto in meso alla figura: sei carramerda muovono lestri le farranche, fino ad agattare il ledamene tondo. E, troulando le bozzitte, cercano l’uscita fra gli arreschidolzi di quella presone. Badora pompia, marmurata, e arripete una rima: “èssinde a pizzu, de grodde su fizzu, èssinde a fora, su male in bonora”.
Cola un po’di tempo, prima che un carramerda agatti la strada giusta per uscire dal chilcio. Solo allora, Badora alza gli oggi per abbaidare le nuvole. Luego smette di proghere.
La maghiarza remunisce tutto nella bertula e, impresse, s’incammina per ghirare alle làcane di domo sua.

Il manzàno a pusti, mentre all’arvèschile si reca ai cunzati suoi per assentare i danni della temporada, Bachis Barui scopre che don Basile si è infurcato. Quando vede la carena del pride, appicata con la fune alla nae manna del cherco, il massaio s’iscanza in un risito. E pompia il sole, che sta pigando dietro Monte Pitzinnu.
Alla stessa manera, nel matessi momento, più ainnedda, anche Badora pompia il sole. E s’iscanza pure issa.

C’è un calore stravanato. Troppo stravanato per l’ora che è.

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8 Risposte to “”

  1. zop said

    un saluto stravonato! 😉

  2. bookswebtv said

    ma sai che è bello?

  3. birambai said

    zop, mi chiedo se si capisca qualcosa. Questa lingua inventata (che discende direttamente dal sardo, ovviamente), questa “lingua” ,dico, è fruibile?

  4. utente anonimo said

    bette bello

  5. Petarda said

    come no. carramerda si capisce.

  6. Tengo accad’e una difficultade deo che sono nuragico maureddino, figurarsi gli istrangi 🙂

  7. non osi mai più dire “fruibile” o le levo il saluto

  8. birambai said

    Dottorè, nella nuova lingua deriva da “frue” : bette buona.

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