maggio 28, 2008

Alle volte, lungo il percorso che mi conduce al lavoro, mi perdo. Non è che sbaglio strada, dopo vent’anni che faccio lo stesso tragitto, questo sarebbe impossibile. Però mi perdo con i pensieri, mi inoltro in sentieri inaspettati, voglio dire.
Al lavoro ci vado a piedi, tutti i giorni, dal lunedì al sabato. Esco di casa alle otto del mattino e dopo dieci minuti sono in ufficio.
Conosco ogni cosa di queste poche vie che attraverso, saprei camminarci anche ad occhi chiusi. So distinguere uno per uno i ciottoli di Via Larini; riconoscere ogni singolo anfratto di Via Tomaselli; potrei ravvisare le minime trasformazioni causate dal tempo o dall’uomo in Via dei Gerani.
Posso descrivere la fattura e il colore delle persiane, l’intonaco scrostato del Palazzo Bertelli, le inferriate arrugginite al piano terra del civico 14, le macchie di umidità sotto i cornicioni di Casa Veroni. Nello stesso tempo, potrei ripetere i numeri di targa delle auto parcheggiate. O la forma delle due parole scritte con lo spray sulla serranda del bar tabacchi, quelle che dicono che Fronteddu è un coglione.
Forse è per questo che mi perdo in altri pensieri, perché non c’è più niente che mi sia sconosciuto, niente, dentro il quartiere, che possa attirare la mia attenzione. Giusto quando nevica c’è qualcosa da osservare, ma qui non nevica quasi mai. E così i dieci minuti diventano, alle volte, un breve sogno ad occhi aperti, un desiderio irrealizzabile. Nella maggior parte dei casi, si tratta di uno spazio della fantasia che chiude le porte alla realtà tangibile dei cinquecento metri di città. Piccole fantasie senza pretese, miscugli di ricordi e speranze, qualcosa che ha a che fare, in ogni caso, con la finzione. A volte possono essere semplicemente dei numeri, dei numeri che mi ripeto all’infinito per cercare di capirne il significato profondo. In altri casi i nomi di alcuni oggetti: scrittoio, trasformatore, cornice, per esempio.
Quando sono più fortunato, però, mi accompagna la visione di una donna, una ragazza conosciuta molti anni fa, Margherita, la luce della mia vita. Margherita che un giorno mi baciò.
Ultimamente mi fa compagnia più spesso. E’ proprio bello che lei si presti così generosamente ad accompagnarmi per la via, mi fa sembrare il principio delle giornate assai più lieve, il lavoro che faccio meno noioso.
Eppure, qualche giorno fa, proprio mentre guardavo le gambe di Margherita -senza che lei se ne accorgesse, ma sperando che prima o poi capisse il mio amore- mi è successo qualcosa di inaspettato. A un certo momento, davanti al monumento di Piazza Mazzini, ho avvertito una strana sensazione che non sono riuscito a decifrare. Era un disagio, un fastidio alla nuca, improvviso, come quei ronzii che mi capita di sentire la notte sotto le coperte. Per un istante ho perso di vista le gambe di Margherita e sono tornato alla realtà. Mi sono voltato, allora, e ho guardato in direzione delle panchine che circondano il soldato di bronzo con il moschetto. C’erano i soliti quattro vecchietti che in genere stanno lì da prestissimo: niente di cambiato dall’ultima volta che li avevo salutati, mesi prima.
Ho guardato di nuovo davanti, decidendo di camminare un po’ più spedito e di tentare di riacchiappare l’immagine di Margherita, di riprendere il sogno dal punto esatto in cui si era interrotto. Ho fatto dieci passi, passi lunghi, precisi.
Ma il fastidio continuava a pesarmi.
Sono tornato indietro e ho guardato di nuovo i vecchi. C’era, in realtà, qualcosa di diverso dal solito. Non parlavano fra di loro, non si scambiavano opinioni come li avevo sempre visti fare ogni giorno, dal lunedì al sabato, alla stessa ora, alle otto e dieci minuti, in tutti quegli anni. Erano come impietriti, sembravano anche loro caduti nella immobilità eterna del soldato, guardavano dritti davanti a loro e sembravano, come me, persi nel sogno. Mi sono avvicinato.
“Buongiorno”, ho detto, con un sorriso.
Non mi hanno nemmeno guardato. Allora mi sono seduto nello spazio vuoto di una panchina, vicino al signor Adelmo. E ho lasciato passare il tempo, così, in silenzio, inseguendo le possibili rotte dei loro sguardi. Ma, per quanto mi sia sforzato, non sono riuscito a perdermi di nuovo.
Poi, dopo circa mezz’ora, finalmente Severino ha parlato.
“No, le nostre parole non contano.”
“Invece sì, contano eccome!” ho detto io. “Anzi, perché non mi raccontate una delle vostre storie?”
“Non abbiamo più storie, ce le stanno cancellando” ha detto il signor Corrado, il più vecchio dei quattro.  "Ogni mattina siamo qui, concentrati nello sforzo di recuperare qualcosa, ma quando arriviamo alla nostra gioventù c’è sempre quello lì, il Revisionista, che ci blocca.
“Già, e ci dice di tornarcene alle nostre panchine” ha aggiunto tristemente Giovanni.
“Che tanto presto non ci saremo più, al diavolo le nostra resistenza. E che Lui potrà tornare ad occuparsi di faccende ben più importanti che le nostre stupide guerre. Poi ci conduce in uno stanzone e ci lascia lì dentro.
“ Non c’è niente, nello stanzone, niente. Solo bianco” ha aggiunto Adelmo. “ Ci lascia uscire solo per qualche minuto e poi… ecco, ora dobbiamo tornare, ci sta chiamando.”

A quel punto, tutti e quattro si sono fatti silenziosi come prima. A me il senso di fastidio non era ancora passato.
Me ne sono tornato a casa, lentamente. Ho telefonato in ufficio, dicendo che mi sentivo poco bene e che non sarei andato al lavoro. Per tutto il giorno Margherita non è più tornata.

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Una Risposta to “”

  1. Petarda said

    che tristezza, bobbo’.
    almeno una stanza colorata… un poco di musicoterapia… che si fa così?

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