giugno 27, 2008

Quando arriva il gran caldo, come oggi, mi ritorna in testa questa storia.

Eravamo io, Gavino Palighetta e Bulgaria. No, Polanca non c’era, quell’anno ce l’aveva con la sabbia e i pappataci: “Andate pure, proprio stanotte ho sognato che uno di quelli usciva dalla sabbia  e mi pungeva. E poi c’era l’invasione dei pappataci.”  Così ci aveva detto.
“Finiscila Polà, chi devi incontrare?"
"Nessuno."
"Ma non hai voglia di vedere il mare?”
“Guardatelo voi, poi stasera mi fate un resoconto.”
Dunque ce ne stavamo lì, indrommigati dal dopo panino con pancetta e svariate birrette, sotto la pineta di Malamurì. Alle tre del pomeriggio, con un caldo che non veniva bene neanche a dirlo. Come tre ballalloi, muovendoci appena appena per cercare una posizione più comoda, sotto il cuscino di aghi di pino e asciugamano. Spostavamo solo la testa, con movimenti impercettibili, tipo gli artisti di strada che fanno le statue di cera nelle grandi città e tu gli devi dare una moneta.
Io non l’avevo mai visto un calore così da morire. Finchè stavi a mollo ancora ancora andava bene, anche se l’acqua sembrava uscita dallo scaldabagno, ma fuori sembrava che la mamma del sole esisteva davvero e che ti cuoceva l’uovo in testa. Praticamente eravamo rimasti solo noi. Noi e una coppia di tedeschi, rossi come la cipolla, che la notte avrebbero cantato di sicuro, altro che uberalles. L’altra gente se n’ era andata a casa prima di mezzogiorno e anche noi l’avremmo fatto ma eravamo senza mezzo e toccava aspettare il postale alle sette. Cercare di dormire era impossibile, non era cosa col sudore a zampillo e con la sete che sapeva di lardo. In più Bulgaria ogni dieci secondi faceva un rutto che sembrava la voce della grotta de Sa ‘Oche, e Palighetta rispondeva col suo repertorio di irrochi : sa matta, crepau,s’istrale e così via. Quell’altro rideva. Ruttava e rideva. E in più, per vendicarsi, cantava Inter merda Inter merda alè alè òò: secondo me Bulgaria non è sano in testa, come si fa a ridere e cantare con quella temperatura, che c’era da piangere c’era.
“Forse è meglio se frazziamo una canna”, faccio io, dopo un dieci minuti buoni, “almeno ci stontoniamo un altro po’ e sentiamo meno il caldo.
”Oh, mì che il fumo l’abbiamo finito stamattina! E cosa aspettavo a te se ce n’era ancora? Pistiddori che caldo, ma cosa c’è incendi?” Questo, Gavino.
“ Pezzemmerda, te lo sei girato da solo e ora cambi anche discorso, ma cosa hai mangiato pane e volpe?”
 ”Mì chi ses tontu, ma se siamo rimasti tutto il tempo in acqua, cosa facevo canne in salamoia? Che ti ho anche chiesto  se avevi mangiato pollo, che l’ultimo carciofo ti è rimasto attaccato alle dita!”
Bulgaria intanto aveva smesso di cantare e sembrava interessato alla discussione. Dopo un po’, come se fosse un predicatore mormone fa: “A comprarne di più sia, la prossima volta! E a stare più attenti.” E attacca a ridere. Da quello abbiamo capito che l’ultimo tocchetto se l’era fatto lui quando era andato a pisciare dietro una macchia di lentisco. Il pezzemerda era lui.
Insomma eravamo un po’ scimmiati e crepati dall’afa, l’unica lattina di birra rimasta sembrava piscio e di andare al baretto sulla spiaggia neanche a parlarne. Così siamo di nuovo caduti in una specie di catatonia, come dice la professoressa Dettori. Sembravamo imbalsamati, fermi come crasti e con gli occhi spalancati a guardare le pigne sopra di noi. Le pigne sono prodigiose, contengono tanti di quei pinoli che non puoi capire. Inoltre sono disegnate benissimo. Le guardavo e pensavo.
A un certo punto sento che quei rompicazzo di grilli -o forse cicale erano, boh- che non avevano mai smesso di rompere, all’improvviso stanno zitti. Sì, sento che stanno zitti o zitte, proprio così. Si può sentire anche il silenzio no? Lo dice pure una canzone antica, ora che ci penso. Il suono del silenzio.
Solo che il silenzio dei grilli o delle cicale, quando tu vuoi dormire alle tre del pomeriggio sotto la pineta di Malamurì, in genere dura solo qualche secondo. Quando ti illudi che sia finito, riattaccano subito con quella tiritera che ti martella come un motopicco. Invece, quella volta durava di più. Il silenzio, dico. Ci doveva essere qualcosa che li disturbava. O che le disturbava. E infatti sento che qualcuno sta venendo verso di noi: scricchiolio di aghi di pino sotto scarpe pesanti. Alzo la testa e vedo questo: uno, vestito di velluto pesante, col bonette in testa e con i gambali. Robba da matti – ho pensato – il sole mi sta facendo male, non si poteva agguantare nudi figuriamoci vestiti in quel modo!
E invece non era una visione. Arriva fino a due metri da noi un pastore che sembrava scappato da un documentario su Orgosolo. Si guarda intorno e con aria circospetta ci fa: “Oh, formaggio ne volette? Robba buona eh, fatta in casa.”
Era una cosa da non credere, troppo strano.
Io e Bulgaria ci guardiamo in faccia e nello stesso istante capiamo che ci sta proponendo della maria.
“E a quanto ce la dai?” chiede Palighetta, anche lui sgamando l’affare.
“Eh, già ve lo lascio a un prezzo buono, che non ve ne pentite di sicuro, se volete potete chiedere in giro, per dire. Poi, dipende anche dalla quantità, per dire.”
“Beh non è che ci abbiamo tanti soldi eh! Arriviamo sì e no a cinquanta euro, per dire” , fa timidamente Gavino.
“Tramite che per quello già ci arrangiamo, certo ve ne esce poco eh, ma almeno l’assaggio. Ajò, venite con me.”
E si dirige verso la stradina sterrata che stava a trenta metri dalla pineta. Noi dietro.
"Oh, se vi ferma la finanza dite che ve l’hanno regalato eh, che quelli stanno cominciando a segae sa matta"  ci dice, sottovoce, nel tragitto.
" Tranquillo, tranquillo, tanto viaggiamo in corriera."

Arriviamo davanti a un fuori strada che minimo minimo costava centomila euro, nuovo fiammante.
Il tipo tira fuori il telecomando e fa scattare le chiusure centralizzate. Noi eravamo un po’ in para, guardando se c’era gente nei pressi.
"A quindici ve lo posso lasciare. Perché siete voi. Lo stanno dando anche a venti e a venticinque, in costa. Una pischedda piccola forse mi è rimasta.".
Io continuavo a farmi in testa la traduzione simultanea di quel linguaggio cifrato e mi immaginavo bustine più o meno grandi di mariuana ben impacchettata. E pensavo al perfetto travestimento del tipo che nonostante l’abbigliamento sembrava non soffrire minimamente il caldo.
Gli diamo i soldi. E lui apre il cofano: un’ondata di pecorino stagionato ci investe con tutta la sua violenza, almeno cinquanta forme, ben allineate nel bagagliaio, dalle più grandi alle più piccole.
" Dev’essere per nascondere il fiago ai cani" mi suggerisce, ad un orecchio, Bulgaria.
" Eia, ista mudu però " faccio io, mentre il pastore frugava dentro l’auto.
"Ecco qua, questa pesa all’incirca tre chili e mezzo buoni, ci state anche guadagnando."
E mette in mano a Palighetta questa forma di formaggio oleoso e a odore di piedi.
" Aspettate che vi do una busta, che sennò vi sporcate. La borsa frigo ce l’avete? – "
" Sì, sì ce l’abbiamo, ma tanto ce lo facciamo fuori adesso."
Lui sale in macchina, con un sorriso soddisfatto, e noi ci ritroviamo con questo fagotto di plastica pudescio.
Eravamo incazzati come iene ma nessuno osava aprire bocca.
E cosa potevamo fare? Dirgli che avevamo capito aglio per cipolla? Io una figura di merda così non la volevo proprio fare. Pure la mano ci ha stretto, con una forza che sembrava Marieddu Tenaglia.

"Ma almeno i soldi per il pulmann ci sono rimasti? "
"Oh merda! "
"Ebbè, tanto ce lo torniamo a vendere, no?"

Ma che cazzo, perché in quest’isola succedono queste cose? Mi sembra che io imparo un azìco di inglese e mi dimetto da sardo.

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giugno 23, 2008

Arrivava un giorno, più o meno all’inizio dell’estate, quando l’isola diventava gialla di fieno e il cielo si faceva più largo, che a Giovanni veniva voglia di andarsene a pescare. Allora dava una ripulita alle canne, riposte in cantina l’anno prima, e contava quanti ami e quanti galleggianti gli erano rimasti dentro la cassetta degli attrezzi. Poi preparava un panino col formaggio, lo sistemava dentro lo zaino assieme a una fiaschetta di vino e con calma si metteva in marcia sulla stradina sterrata che portava al laghetto montano. Giungeva sul posto dopo un’ora di camminata, sudato e boccheggiante per l’arsura e con le gambe leggermente indolenzite per la salita.
Appena vedeva la distesa piatta del lago, si sentiva contento. In quella calma, che annullava il suo mondo interiore, anche la stanchezza spariva. Nella tranquillità ovattata si allontanava da tutto, da tutti i pensieri che non fossero direttamente connessi alla contemplazione. C’erano querce e castagni, tutt’intorno, e salici piangenti che buttavano le fronde fin quasi dentro l’acqua. Si sentiva a malapena, proveniente dal fondo della gola più a nord, il leggero mormorio del torrente che alimentava il lago. Un cardellino, che aveva fatto il nido a pochi passi, cantava la sua felicità. Le libellule danzavano sul pelo dell’acqua, sembravano sfidarsi le une con le altre a chi riusciva ad abbassarsi di più senza bagnarsi le ali.
Il tempo, l’idea del tempo che Giovanni aveva sempre pensato, d’improvviso si annientava. Per alcune ore contava solo il presente, l’aria che respirava, i vermi che trovava scavando con una paletta di ferro vicino alla riva, l’ombra sotto l’acacia, la precisione dei nodi intorno agli ami, la lunghezza della lenza madre e dei finali. Nient’altro. Era naturale abbandonarsi al bisogno di solitudine che l’uomo si porta nell’anima, e Giovanni provava sempre lo stesso godimento nel farsi simile a una foglia, a un sasso, alla formica che trasportava una foglia sopra quel sasso.
Se proprio doveva ricordare qualcosa, mentre fissava il rosso del galleggiante a tre metri da lui, tornava col pensiero alle prime volte che aveva visto quei luoghi.
Ce lo portava il padre, sempre d’estate, per la pesca di frodo, qualche chilometro più a monte, lì dove il torrente formava delle pozze ricche di trote e di anguille. Ricordava i preparativi di quella giornata emozionante e piena di pericoli. La sera prima, quando si pestavano le radici velenose di certe piante della macchia mediterranea, quando i vecchi dicevano ai giovani “non toccatevi lì, se dovete andare a pisciare, prima lavatevi bene le mani.” Ricordava il percorso pieno di insidie, nell’oscurità della notte, con qualcuno che faceva da battistrada per avvertire dell’eventuale presenza della guardia forestale. Ricordava il fischio ripetuto due volte che indicava la strada libera. E poi ricordava il silenzio fra gli uomini che, dopo aver sistemato i sacchi  pieni di  "lua" sotto la corrente di una piccola cascata, si raccoglievano in un silenzio religioso, quasi un rito, a consumare una piccola cena di pane e formaggio. Seduti in cerchio, ascoltavano i rumori della notte.
Ma oltre questo ricordo, che durava pochi secondi, non c’era altro. L’attesa e la concentrazione del momento riempivano il mondo di Giovanni. Un sorriso, ogni tanto, si stampava sul suo volto come a voler ringraziare Dio per quel luogo, per la bellezza di quel luogo.
Proprio allora, però, proprio quando sorrideva, proprio nel momento in cui il reale sconfinava nella trascendenza, a tre metri di profondità le carpe cominciavano a parlare.
“Chi è questo coglione che crede di fregarci?”
“E’ sempre lo stesso, il tipo che viene tutti gli anni.”
“E’ proprio un coglione.”
“Sì.”
“Sembra pure contento.”
“E’ un poveraccio.”
“Spostiamo l’amo su quella vecchia scarpa.”
“Questo scherzo glielo abbiamo già fatto.”
“Rifacciamolo. Magari si sveglia.”

Giovanni però non si svegliava. Non ricordava che anche l’anno prima aveva pescato uno stivaletto. Stava lì, per altre due ore. Ogni tanto cambiava l’esca, si spostava di qualche metro.
Mangiava il panino, consumava il vino della fiaschetta e si concentrava di nuovo sull’odore di acqua e di terra. Poi, quando il sole cominciava a calare, guardava in direzione del suo paese. In lontananza poteva vedere le prime luci artificiali che si accendevano in mezzo alle poche case di Sunis. Allora, dopo aver salutato il lago, ritirava le canne e si metteva lentamente sulla via del ritorno. Le carpe, intanto, continuavano a ridere di gusto. Due mosche si accoppiavano spudoratamente su un rametto secco di castagno. Alcune zanzare succhiavano con voracità un po’ di sangue dal collo dell’ineffabile Giovanni.

giugno 13, 2008

Io nelle mie poesie
ci metto  sempre molte E
Nelle sere serene
le pene.
Tanto per dire.
Oppure
Settembre, andiamo. E’  tempo…
No, questa, ora che ci penso
non è mia.
Qualche volta dico anche Speme.

Io nelle mie poesie
ci metto sempre molte T.
Un tratturo.
Un trattore nel tratturo.
Alle tre.
Sì, lo so, ci sono anche molte R
ma che ci posso fare?
Non è che potevo scrivere
un tattoe nel tattuo.
Non l’avreste capita.

giugno 13, 2008

oggi non ho niente da raccontarvi. accontentatevi di questa specie di "crittoanagrafia"

Cerco rocce:  3, 6, 2, 5

giugno 12, 2008

Ieri. Non c’era nessuno che potesse condividere con me quel nuovo senso di leggerezza. Allora mi sono messo a pensare a voce alta.
“Hai visto come è bella la giornata?”
“Sì, molto bella.”
“Ora mi faccio un caffè.”
“Buona idea.”
Non mi succedeva dai tempi dell’università di parlare da solo. In quegli anni, nella stanzetta di Via Tuveri, a Gaurria, passavo molto tempo a conversare con me stesso, ma allora, nella città ostile, avevo un sacco di cose da dirmi, stavo scoprendo le avversità del mondo e dovevo confutare spesso il senso di smarrimento giovanile. Ieri, invece, il solipsismo è giunto inaspettato. Come il buio nelle serate invernali. No, meglio: come la cacca di un piccione quando stai camminando rasente a un muro e stai pensando al mistero della creazione. Solo che in quel momento era piacevole e soprattutto non puzzava di merda di piccione.
“Sì, un caffè è quello che ci vuole.”
Avrei potuto anche cantare, per come ero di buon umore. E forse ho intonato la canzone di Donna Felicità. Che non ha l’amore e glielo troveremo noi con le noci intorno al fuoco. E scommettiamo  che io so a chi darà la rosa ,  rosa e compagnia bella.
“E’ la primavera, il lungo sonno è passato”, mi son detto, convinto.
Sembrava davvero così. Sembrava che la natura mi volesse mandare un messaggio. Il sole, già alto sopra la linea frastagliata del monte Ortobene, picchiava dritto sulle vetrate esposte a oriente e inondava ogni angolo della casa. Era una luce tiepida e antica.
Forse è per questo che mentre caricavo la caffettiera i pensieri mi hanno portato a vagare nella luce delle campagne di Sunis. Mi sono fatto una corsetta in mezzo al fieno, nella tanca di Sa Mandra, proprio nell’altopiano più fertile, a nord del paese. Ho visto alberi, pecore, cavallette, nidi di cornacchie e spighe di grano che si muovevano come le onde. Insomma tutte le cose preferite di cui parlo a ripetizione.
Dopo il caffè sono rimasto seduto per cinque minuti, con lo sguardo fisso sulla tazzina vuota, a bearmi del silenzio che solo certe ore della giornata riescono a regalarti, fermo come una lucertola che si riprende la vita dopo un lungo inverno, la stessa lucertola che un secondo prima avevo lasciato sopra un cumulo di pietre nella tanca di Sunis.
Finché, repentina e potente, non mi è venuta una grande voglia di scrivere.

Ho preparato la scrivania dello studio con grande scrupolo, liberandola dagli oggetti inutili e sistemandovi le cose che mi avrebbero consentito di lavorare, per alcune ore, senza dovermi alzare dalla sedia: una bottiglia d’acqua, mezza bottiglia di whisky, una mela, un pacchetto di sigarette. E’ stato come prepararsi a un rito e tutto doveva essere in ordine: mi sono sentito come un contadino che, con una certa sacralità, si appresta alla semina del suo campo.
Ho acceso il computer e il tempo d’avvio mi è sembrato infinitamente lungo, tanto ero impaziente di cominciare. Non volevo sprecare quel momento di furore creativo, pensavo che in un solo giorno avrei potuto recuperare tutto il tempo perduto.
Quando ho aperto il programma di scrittura le mie dita hanno cominciato a scivolare velocemente sulla tastiera, le frasi a passare dalla testa allo schermo con fluidità, senza ripensamenti. D’altra parte non dovevo preoccuparmi più di tanto della rigorosità della forma. Da quando avevo scelto di scrivere racconti surreali, sapevo che ogni parola poteva tornare utile, essenziale. Anche la più banale delle espressioni -come mi aveva insegnato uno dei miei narratori preferiti- poteva contribuire alla sviluppo di una trama, a un improvviso cambio di direzione, a una imprevedibile soluzione della vicenda. L’unico sforzo che dovevo fare era quello di mantenere alta la guardia contro il pericolo che sentivo sempre in agguato: assomigliare alla gran parte degli scrittori contemporanei di racconti surreali e, più di ogni altra cosa,   ai racconti di Bobboti. E così,  dopo tre ore di lavoro, avevo quasi concluso un racconto. Avevo trovato il contesto giusto per una storia che ricreava perfettamente il mio modo di vedere le cose, senza trucchi o trovatine da quattro soldi. Una storia che affondava nell’angoscia e nel disagio di vivere. Mi mancava solamente una chiusura efficace, per ritenermi del tutto soddisfatto e non mi restava che scegliere fra due possibili soluzioni che avevo ipotizzato. Dovevo decidere il modo di far ritornare il colpevole sul luogo del delitto e, soprattutto, la forma più spettacolare per lo smascheramento finale.
Proprio in quel momento decisivo, però, dopo averlo lasciato suonare a lungo, mi sono dovuto alzare per rispondere al telefono.
“Pronto”
“Sono io”
“Polanca, com’è che mi chiami a quest’ora, qualcosa non va?
“No, tutto a posto, volevo solo salutarti, chiederti coma stai”
“Bene, oggi sto proprio bene. Il mio umore è come questa giornata di sole: luminoso. Pensa che ho ripreso a scrivere con una lena che pensavo di aver smarrito per sempre.
“Scrivere? Ma non avevi smesso?”
“Sì…cioè no. Voglio dire…lo faccio solo quando ne ho voglia, ecco, come stamattina.”
“Senti ti devo raccontare una cosa, però è un po’ lunga.”
“Ma non puoi chiamarmi più tardi, ora vorrei concludere un racconto.”
“Come vuoi, però sarebbe meglio ora.”
“Di che si tratta?”
"Al telefono non posso, dobbiamo vederci. Magari passo da te. Cinque minuti e ti lascio in pace.”
“Ma così mi fai perdere il filo, Polà, e poi…”
Aveva  già chiuso.

Dopo neanche tre minuti è lì che suona insistentemente al citofono.
“Sali.”
Ha la faccia più smunta e pallida che gli abbia mai visto e anche la sua instabilità sulle gambe mi sembra pericolosamente accentuata.
“Che ti è successo?”
“Non dormo da due giorni.”
“Che c’è?”
“E’ una cosa strana.”
“Parla, maledizione!”
“Niente, da qualche giorno, concludo tutti i solitari, le carte mi vengono sempre giuste.”
“Hai ripreso con questa stronzata dei solitari?”
“Sì, volevo fare una prova, capire se aumentava la percentuale di riuscita. E’ aumentata enormemente, fino quasi al cento per cento.”
“Sicuramente non hai mischiato bene le carte.”
“Sì, invece. E’ che la ruota della fortuna finalmente gira dalla mia parte. Vuoi giocare al lotto con me?”
“Macché fortuna, Polà! Hai appena detto che non dormi più, sei uno straccio, hai le occhiaie che sembrano domus de janas…”
“Non dormo proprio perché penso alla svolta favorevole della mia vita. Non sono preparato. Ma non è di questo che volevo parlarti.”
“E di cosa, allora?”
Diventa più serio. Si sistema una ciocca di capelli, si gratta il naso, prende un lungo respiro: tutto in modo molto teatrale. Poi riprende, con calma.
“E’ da un po’ che ci penso. Volevo dirti che è meglio se non scrivi più. Così, poco fa, quando mi hai detto che avevi ripreso, ho pensato che devo aiutarti.”
“In che senso?”
“Nel senso che i tuoi racconti del cavolo sono peggio dei miei solitari.”
“Sono noiosi?”
“Un po’ sì. Parli sempre delle stesse cose, non hai più argomenti. Sunis, la campagna, Polanca… non se ne può più.”
“Dici davvero?”
“Sì.”
“Polà, tu lo sai, se c’è una persona che non riesco ad ignorare quello sei tu.”

Mi sono avvicinato al computer e senza pensarci sopra due volte ho premuto il tasto di spegnimento. “Non vuoi salvare?”,  mi ha chiesto in inglese. “No, non voglio salvare.”

E’ andata così. Ringraziate Polanca, dunque, se non vi ammorbo con l’ennesimo racconto del cazzo.

“Vuoi un caffè?”
“Sono venuto solo per quello. Dove tieni le carte da gioco?”

giugno 7, 2008

“ La questione del galoppatoio, cosa ne pensi della questione del galoppatoio? E dell’ingresso del museo? Cosa ne pensi? E dei gruppi folk da invitare alla festa del Redentore?  E della movida al Corso Garibaldi? Anche tu Polà, cosa mi dici?”
“Sei già ubriaco”, fa Polanca, guardando Bulgaria con un’aria di compatimento.
“Non sono ubriaco! E’ che noi ci stiamo emarginando, non discutiamo mai con nessuno delle questioni fondamentali di Nughes.”
“Dovevano lasciare la gestione al gruppo Equinozio.”
“Eeeh?”
“Sì, quelli che fanno le gare dei cavalli.”
“Ma no, dovevano fare la gara d’appalto.”
“L’assessore è pronto a replicare.”
“La maggioranza si spacca.”

Si capisce che io, Polanca e a Bulgaria non siamo preparati su questo argomento. In più sta piovendo da tre giorni, la noia aumenta. Ci sentiamo soli, chiusi in casa.
A un certo punto Bulgaria si alza, si affaccia alla finestra e comincia a cantare: “Sceeende la pioggia ma che faaa…”. Batte la mano contro la coscia e si dondola come Gianni Morandi, solo che Bulgaria ha le sopracciglia che sembrano la foresta nera ed è alto poco più di un metro e quaranta.
“Piantala” dice Polanca.
“Usciamo” dico io.
“Prima finiamo il vino” dice Bulgaria, che intanto ha smesso di cantare.
Finiamo il vino. Poi nessuno parla, stiamo tutti e tre fermi nelle nostre postazioni, intorno al tavolo della cucina. Evidentemente il sentimento di esclusione ha avuto la meglio sulla voglia di uscire.
Finché Bulgaria non si alza di nuovo e comincia a nitrire e a correre per tutta la casa come un mezzosangue anglo-arabo-sardo.
“Piantala” gli ripete Polanca. Quello però non può sentire, è lì nel soggiorno che galoppa a più non posso. Dopo un po’ torna in cucina e invece di sedersi sale su una sedia.
“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento…”
“ Bulgarì, ma si può sapere che cazzo ti ha preso? Finiscila con queste stronzate” gli dico, cercando di mantenere un tono calmo. “Piuttosto vai giù a prendere un’altra bottiglia, il bar è ancora aperto.”
“No, ora non posso, ora sono nella mia fase poetica. E poi stavo pensando a noi tre. Possibile che a noi non ci prende mai l’incantamento?”
“Tu ti sei incantato anche troppo, per i miei gusti. E poi per te, se continui così, non ci sarà mai nessuna Monna Lagia” gli dice Polanca.
“Cosa c’entrano le donne, adesso? Parlavamo di cavalli” replica, Bulgaria, un po’ stizzito.
Subito dopo esce. Torna con un altro fiasco di Cannonau. Riempie i bicchieri e riattacca: “Il galoppatoio. Cosa ne pensate della questione del galoppatoio?”
“E bastaaa!”
“E’ importante, è la politica, cavolo! Nei giornali non si parla d’altro.”
“Veramente la notizia del giorno sono le ghiandaie che hanno tentato di rapinare il gioielliere.”
“Anche quella è politica”
“Sì, la politica dell’uccello.”
“Bisogna cavalcare la politica”, replica Bulgaria. E nitrisce.
Fa una breve pausa. Io e Polanca speriamo per un istante che si sia finalmente calmato. Invece riprende: “Cavalchiamo la politica!”
“Galoppatoi e cavalcanti”, ironizza Polanca.
E Bulgaria: “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento…”
Non c’è scampo. Siamo a mezzo fiasco e a la notte è ancora lunga.

giugno 5, 2008

Un poeta lo si vede da lontano, cribbio.

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