giugno 12, 2008

Ieri. Non c’era nessuno che potesse condividere con me quel nuovo senso di leggerezza. Allora mi sono messo a pensare a voce alta.
“Hai visto come è bella la giornata?”
“Sì, molto bella.”
“Ora mi faccio un caffè.”
“Buona idea.”
Non mi succedeva dai tempi dell’università di parlare da solo. In quegli anni, nella stanzetta di Via Tuveri, a Gaurria, passavo molto tempo a conversare con me stesso, ma allora, nella città ostile, avevo un sacco di cose da dirmi, stavo scoprendo le avversità del mondo e dovevo confutare spesso il senso di smarrimento giovanile. Ieri, invece, il solipsismo è giunto inaspettato. Come il buio nelle serate invernali. No, meglio: come la cacca di un piccione quando stai camminando rasente a un muro e stai pensando al mistero della creazione. Solo che in quel momento era piacevole e soprattutto non puzzava di merda di piccione.
“Sì, un caffè è quello che ci vuole.”
Avrei potuto anche cantare, per come ero di buon umore. E forse ho intonato la canzone di Donna Felicità. Che non ha l’amore e glielo troveremo noi con le noci intorno al fuoco. E scommettiamo  che io so a chi darà la rosa ,  rosa e compagnia bella.
“E’ la primavera, il lungo sonno è passato”, mi son detto, convinto.
Sembrava davvero così. Sembrava che la natura mi volesse mandare un messaggio. Il sole, già alto sopra la linea frastagliata del monte Ortobene, picchiava dritto sulle vetrate esposte a oriente e inondava ogni angolo della casa. Era una luce tiepida e antica.
Forse è per questo che mentre caricavo la caffettiera i pensieri mi hanno portato a vagare nella luce delle campagne di Sunis. Mi sono fatto una corsetta in mezzo al fieno, nella tanca di Sa Mandra, proprio nell’altopiano più fertile, a nord del paese. Ho visto alberi, pecore, cavallette, nidi di cornacchie e spighe di grano che si muovevano come le onde. Insomma tutte le cose preferite di cui parlo a ripetizione.
Dopo il caffè sono rimasto seduto per cinque minuti, con lo sguardo fisso sulla tazzina vuota, a bearmi del silenzio che solo certe ore della giornata riescono a regalarti, fermo come una lucertola che si riprende la vita dopo un lungo inverno, la stessa lucertola che un secondo prima avevo lasciato sopra un cumulo di pietre nella tanca di Sunis.
Finché, repentina e potente, non mi è venuta una grande voglia di scrivere.

Ho preparato la scrivania dello studio con grande scrupolo, liberandola dagli oggetti inutili e sistemandovi le cose che mi avrebbero consentito di lavorare, per alcune ore, senza dovermi alzare dalla sedia: una bottiglia d’acqua, mezza bottiglia di whisky, una mela, un pacchetto di sigarette. E’ stato come prepararsi a un rito e tutto doveva essere in ordine: mi sono sentito come un contadino che, con una certa sacralità, si appresta alla semina del suo campo.
Ho acceso il computer e il tempo d’avvio mi è sembrato infinitamente lungo, tanto ero impaziente di cominciare. Non volevo sprecare quel momento di furore creativo, pensavo che in un solo giorno avrei potuto recuperare tutto il tempo perduto.
Quando ho aperto il programma di scrittura le mie dita hanno cominciato a scivolare velocemente sulla tastiera, le frasi a passare dalla testa allo schermo con fluidità, senza ripensamenti. D’altra parte non dovevo preoccuparmi più di tanto della rigorosità della forma. Da quando avevo scelto di scrivere racconti surreali, sapevo che ogni parola poteva tornare utile, essenziale. Anche la più banale delle espressioni -come mi aveva insegnato uno dei miei narratori preferiti- poteva contribuire alla sviluppo di una trama, a un improvviso cambio di direzione, a una imprevedibile soluzione della vicenda. L’unico sforzo che dovevo fare era quello di mantenere alta la guardia contro il pericolo che sentivo sempre in agguato: assomigliare alla gran parte degli scrittori contemporanei di racconti surreali e, più di ogni altra cosa,   ai racconti di Bobboti. E così,  dopo tre ore di lavoro, avevo quasi concluso un racconto. Avevo trovato il contesto giusto per una storia che ricreava perfettamente il mio modo di vedere le cose, senza trucchi o trovatine da quattro soldi. Una storia che affondava nell’angoscia e nel disagio di vivere. Mi mancava solamente una chiusura efficace, per ritenermi del tutto soddisfatto e non mi restava che scegliere fra due possibili soluzioni che avevo ipotizzato. Dovevo decidere il modo di far ritornare il colpevole sul luogo del delitto e, soprattutto, la forma più spettacolare per lo smascheramento finale.
Proprio in quel momento decisivo, però, dopo averlo lasciato suonare a lungo, mi sono dovuto alzare per rispondere al telefono.
“Pronto”
“Sono io”
“Polanca, com’è che mi chiami a quest’ora, qualcosa non va?
“No, tutto a posto, volevo solo salutarti, chiederti coma stai”
“Bene, oggi sto proprio bene. Il mio umore è come questa giornata di sole: luminoso. Pensa che ho ripreso a scrivere con una lena che pensavo di aver smarrito per sempre.
“Scrivere? Ma non avevi smesso?”
“Sì…cioè no. Voglio dire…lo faccio solo quando ne ho voglia, ecco, come stamattina.”
“Senti ti devo raccontare una cosa, però è un po’ lunga.”
“Ma non puoi chiamarmi più tardi, ora vorrei concludere un racconto.”
“Come vuoi, però sarebbe meglio ora.”
“Di che si tratta?”
"Al telefono non posso, dobbiamo vederci. Magari passo da te. Cinque minuti e ti lascio in pace.”
“Ma così mi fai perdere il filo, Polà, e poi…”
Aveva  già chiuso.

Dopo neanche tre minuti è lì che suona insistentemente al citofono.
“Sali.”
Ha la faccia più smunta e pallida che gli abbia mai visto e anche la sua instabilità sulle gambe mi sembra pericolosamente accentuata.
“Che ti è successo?”
“Non dormo da due giorni.”
“Che c’è?”
“E’ una cosa strana.”
“Parla, maledizione!”
“Niente, da qualche giorno, concludo tutti i solitari, le carte mi vengono sempre giuste.”
“Hai ripreso con questa stronzata dei solitari?”
“Sì, volevo fare una prova, capire se aumentava la percentuale di riuscita. E’ aumentata enormemente, fino quasi al cento per cento.”
“Sicuramente non hai mischiato bene le carte.”
“Sì, invece. E’ che la ruota della fortuna finalmente gira dalla mia parte. Vuoi giocare al lotto con me?”
“Macché fortuna, Polà! Hai appena detto che non dormi più, sei uno straccio, hai le occhiaie che sembrano domus de janas…”
“Non dormo proprio perché penso alla svolta favorevole della mia vita. Non sono preparato. Ma non è di questo che volevo parlarti.”
“E di cosa, allora?”
Diventa più serio. Si sistema una ciocca di capelli, si gratta il naso, prende un lungo respiro: tutto in modo molto teatrale. Poi riprende, con calma.
“E’ da un po’ che ci penso. Volevo dirti che è meglio se non scrivi più. Così, poco fa, quando mi hai detto che avevi ripreso, ho pensato che devo aiutarti.”
“In che senso?”
“Nel senso che i tuoi racconti del cavolo sono peggio dei miei solitari.”
“Sono noiosi?”
“Un po’ sì. Parli sempre delle stesse cose, non hai più argomenti. Sunis, la campagna, Polanca… non se ne può più.”
“Dici davvero?”
“Sì.”
“Polà, tu lo sai, se c’è una persona che non riesco ad ignorare quello sei tu.”

Mi sono avvicinato al computer e senza pensarci sopra due volte ho premuto il tasto di spegnimento. “Non vuoi salvare?”,  mi ha chiesto in inglese. “No, non voglio salvare.”

E’ andata così. Ringraziate Polanca, dunque, se non vi ammorbo con l’ennesimo racconto del cazzo.

“Vuoi un caffè?”
“Sono venuto solo per quello. Dove tieni le carte da gioco?”

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4 Risposte to “”

  1. aquatarkus said

    Mi fai morire Birambai…
    Però un bel raccontino sul perchè dei solitari che riescono sempre ce lo meritiamo.

  2. Và che bravo che sei…

    aZ

  3. bello ripassare di qui, trovo sorprese così, come questa! un caro saluto 🙂

  4. birambai said

    ossodiseppia, la vera e piacevole sorpresa è rivederti.

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