giugno 23, 2008

Arrivava un giorno, più o meno all’inizio dell’estate, quando l’isola diventava gialla di fieno e il cielo si faceva più largo, che a Giovanni veniva voglia di andarsene a pescare. Allora dava una ripulita alle canne, riposte in cantina l’anno prima, e contava quanti ami e quanti galleggianti gli erano rimasti dentro la cassetta degli attrezzi. Poi preparava un panino col formaggio, lo sistemava dentro lo zaino assieme a una fiaschetta di vino e con calma si metteva in marcia sulla stradina sterrata che portava al laghetto montano. Giungeva sul posto dopo un’ora di camminata, sudato e boccheggiante per l’arsura e con le gambe leggermente indolenzite per la salita.
Appena vedeva la distesa piatta del lago, si sentiva contento. In quella calma, che annullava il suo mondo interiore, anche la stanchezza spariva. Nella tranquillità ovattata si allontanava da tutto, da tutti i pensieri che non fossero direttamente connessi alla contemplazione. C’erano querce e castagni, tutt’intorno, e salici piangenti che buttavano le fronde fin quasi dentro l’acqua. Si sentiva a malapena, proveniente dal fondo della gola più a nord, il leggero mormorio del torrente che alimentava il lago. Un cardellino, che aveva fatto il nido a pochi passi, cantava la sua felicità. Le libellule danzavano sul pelo dell’acqua, sembravano sfidarsi le une con le altre a chi riusciva ad abbassarsi di più senza bagnarsi le ali.
Il tempo, l’idea del tempo che Giovanni aveva sempre pensato, d’improvviso si annientava. Per alcune ore contava solo il presente, l’aria che respirava, i vermi che trovava scavando con una paletta di ferro vicino alla riva, l’ombra sotto l’acacia, la precisione dei nodi intorno agli ami, la lunghezza della lenza madre e dei finali. Nient’altro. Era naturale abbandonarsi al bisogno di solitudine che l’uomo si porta nell’anima, e Giovanni provava sempre lo stesso godimento nel farsi simile a una foglia, a un sasso, alla formica che trasportava una foglia sopra quel sasso.
Se proprio doveva ricordare qualcosa, mentre fissava il rosso del galleggiante a tre metri da lui, tornava col pensiero alle prime volte che aveva visto quei luoghi.
Ce lo portava il padre, sempre d’estate, per la pesca di frodo, qualche chilometro più a monte, lì dove il torrente formava delle pozze ricche di trote e di anguille. Ricordava i preparativi di quella giornata emozionante e piena di pericoli. La sera prima, quando si pestavano le radici velenose di certe piante della macchia mediterranea, quando i vecchi dicevano ai giovani “non toccatevi lì, se dovete andare a pisciare, prima lavatevi bene le mani.” Ricordava il percorso pieno di insidie, nell’oscurità della notte, con qualcuno che faceva da battistrada per avvertire dell’eventuale presenza della guardia forestale. Ricordava il fischio ripetuto due volte che indicava la strada libera. E poi ricordava il silenzio fra gli uomini che, dopo aver sistemato i sacchi  pieni di  "lua" sotto la corrente di una piccola cascata, si raccoglievano in un silenzio religioso, quasi un rito, a consumare una piccola cena di pane e formaggio. Seduti in cerchio, ascoltavano i rumori della notte.
Ma oltre questo ricordo, che durava pochi secondi, non c’era altro. L’attesa e la concentrazione del momento riempivano il mondo di Giovanni. Un sorriso, ogni tanto, si stampava sul suo volto come a voler ringraziare Dio per quel luogo, per la bellezza di quel luogo.
Proprio allora, però, proprio quando sorrideva, proprio nel momento in cui il reale sconfinava nella trascendenza, a tre metri di profondità le carpe cominciavano a parlare.
“Chi è questo coglione che crede di fregarci?”
“E’ sempre lo stesso, il tipo che viene tutti gli anni.”
“E’ proprio un coglione.”
“Sì.”
“Sembra pure contento.”
“E’ un poveraccio.”
“Spostiamo l’amo su quella vecchia scarpa.”
“Questo scherzo glielo abbiamo già fatto.”
“Rifacciamolo. Magari si sveglia.”

Giovanni però non si svegliava. Non ricordava che anche l’anno prima aveva pescato uno stivaletto. Stava lì, per altre due ore. Ogni tanto cambiava l’esca, si spostava di qualche metro.
Mangiava il panino, consumava il vino della fiaschetta e si concentrava di nuovo sull’odore di acqua e di terra. Poi, quando il sole cominciava a calare, guardava in direzione del suo paese. In lontananza poteva vedere le prime luci artificiali che si accendevano in mezzo alle poche case di Sunis. Allora, dopo aver salutato il lago, ritirava le canne e si metteva lentamente sulla via del ritorno. Le carpe, intanto, continuavano a ridere di gusto. Due mosche si accoppiavano spudoratamente su un rametto secco di castagno. Alcune zanzare succhiavano con voracità un po’ di sangue dal collo dell’ineffabile Giovanni.

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