giugno 27, 2008

Quando arriva il gran caldo, come oggi, mi ritorna in testa questa storia.

Eravamo io, Gavino Palighetta e Bulgaria. No, Polanca non c’era, quell’anno ce l’aveva con la sabbia e i pappataci: “Andate pure, proprio stanotte ho sognato che uno di quelli usciva dalla sabbia  e mi pungeva. E poi c’era l’invasione dei pappataci.”  Così ci aveva detto.
“Finiscila Polà, chi devi incontrare?"
"Nessuno."
"Ma non hai voglia di vedere il mare?”
“Guardatelo voi, poi stasera mi fate un resoconto.”
Dunque ce ne stavamo lì, indrommigati dal dopo panino con pancetta e svariate birrette, sotto la pineta di Malamurì. Alle tre del pomeriggio, con un caldo che non veniva bene neanche a dirlo. Come tre ballalloi, muovendoci appena appena per cercare una posizione più comoda, sotto il cuscino di aghi di pino e asciugamano. Spostavamo solo la testa, con movimenti impercettibili, tipo gli artisti di strada che fanno le statue di cera nelle grandi città e tu gli devi dare una moneta.
Io non l’avevo mai visto un calore così da morire. Finchè stavi a mollo ancora ancora andava bene, anche se l’acqua sembrava uscita dallo scaldabagno, ma fuori sembrava che la mamma del sole esisteva davvero e che ti cuoceva l’uovo in testa. Praticamente eravamo rimasti solo noi. Noi e una coppia di tedeschi, rossi come la cipolla, che la notte avrebbero cantato di sicuro, altro che uberalles. L’altra gente se n’ era andata a casa prima di mezzogiorno e anche noi l’avremmo fatto ma eravamo senza mezzo e toccava aspettare il postale alle sette. Cercare di dormire era impossibile, non era cosa col sudore a zampillo e con la sete che sapeva di lardo. In più Bulgaria ogni dieci secondi faceva un rutto che sembrava la voce della grotta de Sa ‘Oche, e Palighetta rispondeva col suo repertorio di irrochi : sa matta, crepau,s’istrale e così via. Quell’altro rideva. Ruttava e rideva. E in più, per vendicarsi, cantava Inter merda Inter merda alè alè òò: secondo me Bulgaria non è sano in testa, come si fa a ridere e cantare con quella temperatura, che c’era da piangere c’era.
“Forse è meglio se frazziamo una canna”, faccio io, dopo un dieci minuti buoni, “almeno ci stontoniamo un altro po’ e sentiamo meno il caldo.
”Oh, mì che il fumo l’abbiamo finito stamattina! E cosa aspettavo a te se ce n’era ancora? Pistiddori che caldo, ma cosa c’è incendi?” Questo, Gavino.
“ Pezzemmerda, te lo sei girato da solo e ora cambi anche discorso, ma cosa hai mangiato pane e volpe?”
 ”Mì chi ses tontu, ma se siamo rimasti tutto il tempo in acqua, cosa facevo canne in salamoia? Che ti ho anche chiesto  se avevi mangiato pollo, che l’ultimo carciofo ti è rimasto attaccato alle dita!”
Bulgaria intanto aveva smesso di cantare e sembrava interessato alla discussione. Dopo un po’, come se fosse un predicatore mormone fa: “A comprarne di più sia, la prossima volta! E a stare più attenti.” E attacca a ridere. Da quello abbiamo capito che l’ultimo tocchetto se l’era fatto lui quando era andato a pisciare dietro una macchia di lentisco. Il pezzemerda era lui.
Insomma eravamo un po’ scimmiati e crepati dall’afa, l’unica lattina di birra rimasta sembrava piscio e di andare al baretto sulla spiaggia neanche a parlarne. Così siamo di nuovo caduti in una specie di catatonia, come dice la professoressa Dettori. Sembravamo imbalsamati, fermi come crasti e con gli occhi spalancati a guardare le pigne sopra di noi. Le pigne sono prodigiose, contengono tanti di quei pinoli che non puoi capire. Inoltre sono disegnate benissimo. Le guardavo e pensavo.
A un certo punto sento che quei rompicazzo di grilli -o forse cicale erano, boh- che non avevano mai smesso di rompere, all’improvviso stanno zitti. Sì, sento che stanno zitti o zitte, proprio così. Si può sentire anche il silenzio no? Lo dice pure una canzone antica, ora che ci penso. Il suono del silenzio.
Solo che il silenzio dei grilli o delle cicale, quando tu vuoi dormire alle tre del pomeriggio sotto la pineta di Malamurì, in genere dura solo qualche secondo. Quando ti illudi che sia finito, riattaccano subito con quella tiritera che ti martella come un motopicco. Invece, quella volta durava di più. Il silenzio, dico. Ci doveva essere qualcosa che li disturbava. O che le disturbava. E infatti sento che qualcuno sta venendo verso di noi: scricchiolio di aghi di pino sotto scarpe pesanti. Alzo la testa e vedo questo: uno, vestito di velluto pesante, col bonette in testa e con i gambali. Robba da matti – ho pensato – il sole mi sta facendo male, non si poteva agguantare nudi figuriamoci vestiti in quel modo!
E invece non era una visione. Arriva fino a due metri da noi un pastore che sembrava scappato da un documentario su Orgosolo. Si guarda intorno e con aria circospetta ci fa: “Oh, formaggio ne volette? Robba buona eh, fatta in casa.”
Era una cosa da non credere, troppo strano.
Io e Bulgaria ci guardiamo in faccia e nello stesso istante capiamo che ci sta proponendo della maria.
“E a quanto ce la dai?” chiede Palighetta, anche lui sgamando l’affare.
“Eh, già ve lo lascio a un prezzo buono, che non ve ne pentite di sicuro, se volete potete chiedere in giro, per dire. Poi, dipende anche dalla quantità, per dire.”
“Beh non è che ci abbiamo tanti soldi eh! Arriviamo sì e no a cinquanta euro, per dire” , fa timidamente Gavino.
“Tramite che per quello già ci arrangiamo, certo ve ne esce poco eh, ma almeno l’assaggio. Ajò, venite con me.”
E si dirige verso la stradina sterrata che stava a trenta metri dalla pineta. Noi dietro.
"Oh, se vi ferma la finanza dite che ve l’hanno regalato eh, che quelli stanno cominciando a segae sa matta"  ci dice, sottovoce, nel tragitto.
" Tranquillo, tranquillo, tanto viaggiamo in corriera."

Arriviamo davanti a un fuori strada che minimo minimo costava centomila euro, nuovo fiammante.
Il tipo tira fuori il telecomando e fa scattare le chiusure centralizzate. Noi eravamo un po’ in para, guardando se c’era gente nei pressi.
"A quindici ve lo posso lasciare. Perché siete voi. Lo stanno dando anche a venti e a venticinque, in costa. Una pischedda piccola forse mi è rimasta.".
Io continuavo a farmi in testa la traduzione simultanea di quel linguaggio cifrato e mi immaginavo bustine più o meno grandi di mariuana ben impacchettata. E pensavo al perfetto travestimento del tipo che nonostante l’abbigliamento sembrava non soffrire minimamente il caldo.
Gli diamo i soldi. E lui apre il cofano: un’ondata di pecorino stagionato ci investe con tutta la sua violenza, almeno cinquanta forme, ben allineate nel bagagliaio, dalle più grandi alle più piccole.
" Dev’essere per nascondere il fiago ai cani" mi suggerisce, ad un orecchio, Bulgaria.
" Eia, ista mudu però " faccio io, mentre il pastore frugava dentro l’auto.
"Ecco qua, questa pesa all’incirca tre chili e mezzo buoni, ci state anche guadagnando."
E mette in mano a Palighetta questa forma di formaggio oleoso e a odore di piedi.
" Aspettate che vi do una busta, che sennò vi sporcate. La borsa frigo ce l’avete? – "
" Sì, sì ce l’abbiamo, ma tanto ce lo facciamo fuori adesso."
Lui sale in macchina, con un sorriso soddisfatto, e noi ci ritroviamo con questo fagotto di plastica pudescio.
Eravamo incazzati come iene ma nessuno osava aprire bocca.
E cosa potevamo fare? Dirgli che avevamo capito aglio per cipolla? Io una figura di merda così non la volevo proprio fare. Pure la mano ci ha stretto, con una forza che sembrava Marieddu Tenaglia.

"Ma almeno i soldi per il pulmann ci sono rimasti? "
"Oh merda! "
"Ebbè, tanto ce lo torniamo a vendere, no?"

Ma che cazzo, perché in quest’isola succedono queste cose? Mi sembra che io imparo un azìco di inglese e mi dimetto da sardo.

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17 Risposte to “”

  1. undulant said

    ah ah, bellissimo, dal sudore a zampillo alla sete che sapeva di lardo, dal formaggio a odore dei piedi al capire aglio per cipolla. Un racconto fatto di “sensazioni forti” e con un leggero retrogusto di birra e pancetta…

  2. Prendaeoro said

    Bob, mi hai fatto molto ridere…
    lo vedi che sei troppo ggggiovane?

  3. Fantastico, mi pareva di vedervi!
    “se vi ferma la finanza dite che ve l’hanno regalato eh” 🙂

  4. lo leggo torna, e mi ribalto (nonostante la stanchezza: con l’ultimo aereo tornata sono, di quelli che non trovi nemmanco un caffé per non caderne in catatonia in superstrada)

    non viene neanche bene a dirlo, guardi

  5. cronomoto said

    in un ultimo disperato impeto di ottimismo avrei aperto la forma per vedere se dentro c’era la sorpresa

  6. Prendaeoro said

    Bob, per la precisione in Sardegna quando uno non passa la canna non si chiede se ha mangiato ma pollo, ma orullettas.

  7. Grandioso!
    Probabilmente il fatto che vi siate allontanati ha fatto credere ai teteschi (rossi come cipolla) di aver vinto la tenzone.
    Annotazione sul completo di velluto del tizio mentre voi “col sudore a zampillo”…al solo pensarci mi viene già caldo! 🙂

  8. birambai said

    -undu: sensazioni calde 🙂
    -prenda: vedi che è proprio un fatto generazionale. Ai miei tempi si diceva “puddu”.
    -camellina: se ci avessi visto non avresti detto “fantastico”
    -Dottoressa: bentorntata. E dov’era, di grazia? In uno dei suoi avventurosi viaggi?
    -Crono: l’unica sorpresa che si poteva trovare erano i vermi. Ma i tipi sono furbi, quella roba buona se la tengono per loro.
    -Tendarò: dopo la partita di ieri i teteschi conserveranno la pelle sempre bianca.

  9. MORETTE said

    MITTICCO!!!!! Film visto circa 22 anni addietro, solo un pò più a nord di Malamurì……. eppure non te lo avevo mai raccontato;-). Splendida citazione di Paul Simon, ottimo flash-back di “formaggio volette?”.
    Questo è il miglior sardesperanto che hai prodotto.

  10. zop said

    ma poi vi siete mica fumati il formaggio eh?

  11. Chaminade said

    Ma io l’avevo già letta da qualche parte !

  12. birambai said

    Zop: no, il pecorino è pericoloso, procura una forte dipendenza:)

    Chamin: forse agli albori di questo stesso blog, o su qualche sito dove bazzicavo, nel mesozoico.

  13. parolaia said

    bell’affresco caldo caldo, compare.
    chissà. magari il formaggio, tagliato da un abile chimico-farmaceutico, poteva financo *trasformaggiarsi* da pecorino in pecora, da pecora in asinello, da asinello in bue et infine da bue in maria.
    🙂

    baci
    🙂
    malos

  14. utente anonimo said

    scrivi come Soriga.
    e non è un gran complimento.

  15. #15: domani alle 5.45 dietro Sa e’ Manca. Portati i padrini.

  16. Petarda said

    me la tengo buona per il prossimo anno, nell’eventualità balzana che non avessi tanta voglia di tornare per l’ennesima volta in sardegna…

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