settembre 27, 2008

prove. prova n 5

Lo scirocco ha portato un po’ d’Africa. Una cappa umidiccia e carica di sabbia staziona sopra la città da almeno tre giorni. Tutto è diventato appiccicoso, anche le mosche che volano pigramente dentro casa e si attaccano ai vetri. Una è caduta e continua a roteare su se stessa con le zampe all’insù, in un angolo della cucina. Pare non volersi arrendere.
Dal ventilatore arriva un inutile lamento.
Il ronzio metallico e l’abbaiare di un cane in lontananza sono gli unici rumori da ascoltare, oltre alla rabbia della mosca.
Rimango steso sul pavimento, nel punto della casa che mi sembra meno caldo. A portata di mano c’è una bottiglia di birra svanita. Poco distante la lettera di licenziamento. L’ho letta per l’ennesima volta, poco fa.
Gli occhi sbarrati, la bocca aperta, le braccia come un Cristo: sto così, a sudare e a guardare il soffitto.
E dal soffitto, nella porzione perpendicolare alle pupille, fra i puntini più scuri dell’intonaco, arriva un bambino.
“Piripicchio fa la corsa, Piripicchio fa la corsa”, canta. E corre, lungo la ferrovia, in direzione delle vigne di Sunis. Ogni tanto si ferma e appoggia l’orecchio sui binari: come nei fumetti di Zagor, vuole sentire il passo del treno ancora lontano prima di riprendere la sua corsa felice. Lo vedo che scavalca una muriccia. Lo vedo, fra le macchie di papavero, in mezzo all’erba più alta di lui, mentre incita un cavallo immaginario “trù s’eeeh, trù s’ebba niè”. Il suo corpo è un guizzo, nel sole di giugno.
“Aspetta, fermati, vengo con te!” riesco a dire, sottovoce. Invece sparisce, “non posso, non posso”.
Per un po’ rimane la distesa tinta di giallo. Le chiazze rosse. L’aria calda che galleggia in piccole onde. Più in là i covoni di fieno pronto da imballare.
Poi ricompare il soffitto, più vicino agli occhi. Bianco, adesso.
La mosca fa altri due giri. Un altro, dopo dieci secondi.

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settembre 26, 2008

settembre 26, 2008

prove.  prova n 4

 

– Datemi s’istentu. Tia Juà, ha detto mamma se potete darmi s’istentu, per favore.
– Eja, fizigheddu meu, siediti lì, adesso te lo do.

Stavo lì, seduto in cucina, ad aspettare l’oggetto che immaginavo tanto prezioso.
Intanto Tia Juanna continuava il suo lavoro. Con un piccolo pennello colorava i dolci, per farne dei frutti. La magia, sui teli candidi di lino. Distese di palline in pasta di mandorle diventavano mele, pere, ciliegie. Per gli sposi di domani.
Piccola, con le braccia muscolose a furia d’impastare, Tia Juanna sembrava una pittrice attenta alle sfumature. Girava e rigirava le sue creature, aggiungeva un po’ di rosso un po’ di giallo, non sbagliava quasi mai. Difficilmente una melina malriuscita addolciva la mia attesa: “Lè, coro ‘e ma’, mandigadila”.
Osservavo a bocca aperta la lentezza dei gesti, la stanza che si riempiva di un miracolo.
Solo dopo molto tempo mi ricordavo del compito assegnatomi dalla mamma.
– Ma s’istentu, Tia Juà, non me lo date?
– Sai una cosa? Non ricordo più dove l’ho messo. Ma domani lo ritroverò. Domani. Vieni domani.
Quando tornavo a casa, mia madre aveva finito di lavare il pavimento. E mi faceva una carezza.

Datemi “s’istentu”.

Con Roberto andavamo ad avvistare gli Ufo. Prima o poi sarebbero passati, sopra Sunis, c’erano i nuraghi a incuriosire i marziani.
Ore e ore a pancia in su, stesi sulla notte umida, a parlare poco e piano.
No, quello è un aereo, no, quella è Sirio, chissà se loro ci vedono, la Via Lattea è una strada di paglia, ma quanto stelle ci sono?
E ridere, quando il raglio di un asino rompeva d’improvviso l’incanto. E allora sì, parlare, parlare.
Parlare di Francesca che mi piace, di Valeria che ti piace, di Filippo che è partito, chissà come si sta in Germania, forse emigriamo anche noi.
I lunghi silenzi, sotto il cielo che tutto raccoglieva, sogni e cose serie, dubbi e certezze adolescenti.
In quella radura che mutava il mondo, che ti dava il diritto di perderti.
Finché il freddo, più che il sonno, ci riportava alla realtà. Spalla a spalla nei sentieri di campagna, ecco le prime case del paese. Un pugno finto: domani passa tu.

Datemi “s’istentu”.

Il tempo lento dell’attesa, il tempo vano dell’indugio.
Per guardare i formicai. Per consumare il gelato da “cinquanta”. Per sfogliare mille margherite.

settembre 22, 2008

Intermezzo n 3

Un giorno Polanca mi ha raccontato questo.

Sì, da anni lui dedicava tutte le sue pippe a Maria Antonia, la figlia del cantoniere. La vedeva, dalla finestra della sua stanza. Cioè, non che vedesse lei, vedeva la cantoniera, la cantoniera rossa. Guardava una finestra a caso e immaginava che dietro ci fosse Maria Antonia. Magari quella era la stanza dei genitori, ma per lui, in quel momento, c’era dentro Maria Antonia, la figlia giovane di Leonardo Pirangiu e Giovanna Latranca. E la vedeva talmente bene che a un certo punto era costretto a chiudere gli occhi per resistere a tanta bellezza. Poi però, anche a occhi chiusi, non resisteva. E allora cominciava a toccarsi. E più si toccava più la vedeva da vicino.
Allora si abbassava i pantaloni e, sempre guardando la cantoniera, cominciava a fare all’amore.
Lentamente, un sueggiù calmo e appassionato, in principio.
 “A sa fizza de su mere de sa contonera, a sa fizza de su mere de sa contonera” ripeteva, piano piano, con tenerezza. Non osava pronunciare il nome dell’amore suo, in quei momenti. Per questo motivo, per questo pudore,  era costretto a dire tutta la frase: alla figlia del padrone della cantoniera, alla figlia del padrone della cantoniera.
Solo che la dedica era troppo lunga, non riusciva a farcela entrare tutta, dentro il ritmo della mano che via via si faceva  veloce. Provava a scandire più svelto, ma più di tre parole non riusciva a dire. Rallentare con la mano, d’altronde, arrivati a un certo punto, gli sembrava impossibile.
Così accorciava la frase. Così, il suo desiderio, durante l’esercizio amoroso, si spostava.
Dalla figlia del padrone della cantoniera , andava  al padrone della cantoniera. Dopo un po’ solo alla cantoniera. E infine, nel momento di  maggiore furore creativo,  a una cosa astratta che si chiamava tonera.
Il piacere, ogni volta,  allungava le vocali: tooneeeraaa.

settembre 22, 2008

La sera si era fatta scura troppo in fretta. Un forte maestrale squassava le piante del giardino e i vetri delle finestre tremavano, sotto le potenti raffiche. L’estate era proprio finita.

“Andiamo a dormire anche noi” disse Marta, prendendo in mano il telecomando della tv.
“Sì, comincia a far freddo.”
“Vado a dare uno sguardo alla bambina, aveva un po’ di febbre stasera.”
“ E la vecchia?
“Lei dorme già da un po’, dovresti saperlo.”

La vecchia era la zia Ernestina, una sorella vedova di mia suocera che avevamo portato in vacanza  nella casa in campagna. Una specie di nonna per la nostra piccola, soprattutto da quando quella vera ci aveva lasciato per sempre. Avevamo dovuto insistere per portarla con noi e per tutta la settimana non aveva nascosto la sua noia, andando a dormire prestissimo e standosene al letto per quasi tutto il giorno.
Prima di chiudere le imposte diedi uno sguardo al cielo: la luna, circondata da un alone rossastro , minacciava brutto tempo. Mi sembrò anche di sentire il canto della civetta, non lontano, ma non ci feci troppo caso. Agganciai i fermi degli scuri e rimasi per un istante immobile, ad ascoltare i sibili del vento nella vallata. In fondo quel suono era piacevole.
Fu in quel preciso istante che l’urlò di Marta mi arrivò alle spalle come una coltellata. Un urlo di animale ferito, lacerante, che sembrava destinato a durare per l’eternità. Eterno mi sembrò anche il silenzio che seguì;  eterna mi parve la rigidità dei muscoli, prima di riuscire a sbloccarmi ed entrare nella cameretta di Francesca.
Marta era rigida anche lei. Fissava un punto della parete, con gli occhi sbarrati.
E’ la sùrbile, è la sùrbile, è la sùrbile…” continuava a ripetere, con voce monocorde.
Fra le sue braccia, il corpicino di nostra figlia sembrava uno straccio logoro, con la testa e le braccia che pendevano senza forza.
“Dammela! Chiama un medico!”
“E’ la surbile, è la surbile, è la surbile.”
Guardava in direzione del muro bianco.
C’era una mosca, poco sopra la spalliera del lettino, una di quelle grosse mosche che si infilano in casa con l’arrivo dei primi freddi. Era lì che Marta continuava a guardare.
“Chiama un medico, santoddio!”
“E’ la surbile, è la surbile…”
Fui io a chiamare il pronto soccorso. Mi assicurarono che in poco più di mezz’ora sarebbero arrivati.
Ma non c’era più niente da fare. La bambina, il nostro piccolo tesoro, non respirava più.
“Cattura la mosca” disse a un certo punto Francesca, uscendo dalla sua catatonia.
“Chi?”
“La mosca.”
“Non dire stronzate.”

Non avevo mai creduto a quella specie di leggenda che narrava di donne vampiro trasformate in mosche. Di streghe che succhiavano il sangue dei bambini. Avevo letto qualche racconto, in passato, ma ero stato spinto da una curiosità antropologica piuttosto che da certe credenze popolari e facili superstizioni.

“Lo farò io, allora.”

La vidi tornare dalla cucina con un vasetto di vetro. Aveva, dipinta sul volto, una determinazione che mi spaventò.
“Smettila, ti prego” la supplicai, con la voce rotta dal pianto, “vieni invece ad accarezzare tua figlia.”
Invece continuò la sua caccia. La mosca, con piccoli voli, si spostava velocemente da un punto all’altro del muro.
Alla fine però ci riuscì. Con un gesto rapido, riuscì ad intrappolare la mosca dentro il barattolo e a richiuderlo col tappo di metallo. Ora osservava l’insetto che ruotava impazzito dentro quella trasparente prigione. Ne osservava tutti i movimenti. Sembrava aspettare con ansia che smettesse di vivere.
In tutto quel trambusto anche la vecchia Ernestina si era svegliata. Mi ero scordato di lei e quando la vidi apparire dietro la porta ebbi un sussulto.
“La bambina è stata male” riuscii a dire, fra i singhiozzi.
Marta non si voltò. Continuò a osservare la sua preda, in uno stato di trance.
La vecchia rimase lì, sulla soglia. Poi, con un movimento impulsivo si precipitò alla finestra. Cercò di aprirla, ma non vi riuscì.
Quando Marta si girò, vide che la vecchia si portava le mani al collo, prima di cadere.
La mosca fece altri due giri dentro la gabbia di vetro, poi si adagiò con le zampe all’insù.
Le lacrime cominciarono a scorrere sul volto di Marta. Ora si sentivano solo i suoi singhiozzi soffocati. E il vento di maestrale, nella campagna

settembre 20, 2008

“A cosa pensi?
“A niente.”

La luna tardiva è uno spot sopra la linea del mare. Il tremolio delle stelle una danza fuori tempo .
Io e Polanca. Punti più scuri sulla sabbia. Sfidiamo la notte.

“A niente è impossibile.”
“Qualche volta è possibile.”

Mi concentro sul Gran Carro e cerco di fare il vuoto nella testa. Ma c’è troppo silenzio e la malinconia non smette di bussare. Il frullo d’ali di una civetta, fra i pini che abbiamo alle spalle, interrompe l’inutile viaggio.

“No, non ci riesco. Spiegami come fai.

Polanca non risponde. Si alza e lentamente si avvicina al bagnasciuga. Lo intravedo appena, mentre si lava la faccia con l’acqua salata. Quando torna ha un sorriso dei suoi, un po’ storto, con le labbra chiuse.

“Pensavo a noi. Mi chiedevo se un giorno ricorderemo questa notte. Ci sono migliaia di mondi e chissà se riusciremo a camminare nel nostro.  Fino alla memoria di noi stessi.”

Poi si china, afferra un sasso e lo lancia con forza verso il mare. Allora anch’io. Per dieci minuti tiriamo pietre nel buio. Contiamo i secondi che passano, prima del rumore nell’acqua.

La nostra giovinezza è cominciata così.

settembre 20, 2008

settembre 17, 2008


Intermezzo


“Quanto intende prelevare?”
“Ritirare.”
“Sì…ritirare. Quanto?”
“Tutto.”
“Tutto l’importo della pensione?”
“Tutto.”
“Ehmm…l’intero saldo o l’accredito di questo mese?”
“Tutto.”
A quel punto mi alzo, vado dall’altra parte del bancone e chiedo al “tzio” di seguirmi. In un salotto riservato, divento superprofescional. Prendo il libretto e con calma comincio lo spiegone: “Allora, guardi, questa cifra che vede qui, nell’ultimo rigo, sono i suoi risparmi. Se la confronta con la penultima, può ben vedere che il suo deposito è aumentato. Questo, questo che le sto indicando col dito, sarebbe l’ultimo bonifico che le ho appena aggiornato."
Il vecchio non guarda il dito e neppure la luna, a  quell’ora la luna non c’è.
Riprendo: "Vedo che ogni mese lei preleva… pardon… ritira l’esatto ammontare della pensione.
Pausa. Sta guardando il quadro appeso alla parete, ecco cosa sta guardando.
“ Anche questa volta? Oppure questa volta ha bisogno di ritirare una cifra più consistente?”
Altra pausa, stavolta un po’ più lunga, con  suspance.
Mi guarda in faccia, con aria sorpresa, anche un po’ scocciata: “Unu documentu meu? Unu documentu meu? Unu documentu meu?”
E comincia a cercare la carta d’identità.
“Nono nono, andat bene gai!”
Gli dico che mi ricordo benissimo di lui, che lo conosco da vent’anni.
“Chie ses?”
“Unu documentu meu?” gli chiedo, con sfacciata ironia.
Tiro fuori il portafogli e gli mostro la mia patente. La guarda con attenzione: “Boh”.
Allora ripasso dietro la trincea. Senza chiedere altro, faccio un prelevamento uguale al mese di agosto. Lui con una mano si sistema l’apparecchio acustico, con l’altra afferra il malloppo.
“Tutto?”
“Tutto.”
“Non ci voleva poi uno sforzo straordinario per intenderci! Si vede che lei è nuovo. Grazie per la sua gentilezza, comunque.”
Adesso parla un italiano perfetto, è strano. Conta le banconote. Poi fa per andarsene ma subito torna sui suoi passi.  Gonfia le gote e : "Craaa, craaa"
"Come…scusi?"
 “Ha sentito? La rana delle banche ha fatto craaaac.”
“Eeh?”
“Arrivederci”. Mi sorride.
Sorrido anch’io. “Arrivederci di tutto”.
 Ho detto proprio così, arrivederci di tutto. Mi sono confuso, vabbè.

settembre 15, 2008

prove. prova n 3
 
Tutto era giallo: le facce dei bambini, gli ulivastri, le acque del mare.
C’era odore di morte in paese, e uccelli neri che aspettavano. Non pioveva da un anno.
Allora chiamarono Tia Badora: “Liberaci dall’occhio cattivo, liberaci dal demonio Siccagno.”
Tia Badora, col corno di muflone e una piccola croce di legno, giunse a Berruìle all’alba di un giovedì.
Non parlò con nessuno, neppure con prete Basile, il padrone delle anime e del grano.
Si sistemò nella piazza, sulla seggiola di sughero. Per un giorno intero guardò lontano, oltre la linea dei monti. Col corno tracciò segni nel vuoto e disse parole piccole: ra isè trubà.
Coperta dallo scialle nero, si vedevano solo gli occhi, sembrava un bobboti.
Dopo ore si alzò. Puntò la croce a Nord e sputò con rabbia una bestemmia: “bae a sa furca!”
Subito, un lampo rosso illuminò il cielo e si udì un muggito assordante.
Lei andò via, lenta e silenziosa come una lumaca, senza mai voltarsi.
Allora cominciò a piovere. Tanto.
Troppo.

Dopo un mese la dovettero richiamare per fare la fattura dell’abbamala.

Berruìle, alle otto di sera. Il cielo è nero come il tormento. I vicoli intorno alla chiesa sono ruscelli che trascinano fango e preghiere. Si sente la litania di un rosario, il pianto di un bimbo, l’invettiva di una donna: “bae in oromala!”
Badora non ascolta.
Giunta sotto una quercia secolare, raccoglie tredici sassi e alcuni rametti. Disegna per terra un cerchio e vi dispone dentro le pietre e i legni, fino a ottenere uno strano labirinto.
Prende un sacchetto di iuta e rovescia il contenuto dentro il cerchio: sei stercorari cominciano a zampettare. Ognuno ritrova la sua palla di sterco e ognuno cerca la fuga, facendo rotolare le sfere nelle vie del labirinto. Badora guarda, immobile. Poi dice: Essinde a pizzu de grodde su fizzu essinde a fora su male in bonora”
Quando uno stercorario riesce a trovare l’uscita, Badora guarda il cielo. Improvvisamente cessa di piovere. Badora,con passo deciso, prende la via del suo villaggio.
All’alba, Bachis Barui, mentre si reca ai campi per valutare i danni dell’alluvione, vede il corpo di prete Basile che penzola dal ramo più grosso della quercia grande, impiccato. Sorride Bachis, sorride al sole che sta nascendo.
Badora è distante, ma anche lei sorride. Nella stessa direzione

settembre 8, 2008

Prove. Prova n. 2

Da casa mia vedo gli ultimi tre piani di un palazzo, nove finestre illuminate.
Dopo un po’ ne rimangono accese due. Infine solo una. Mi concentro su quella, al quarto, e mi rivedo seduto sul divano.
E’ un martedì sera come tanti altri. C’è la tv accesa, una pubblicità che conosco a memoria. Mag, accanto a me, è completamente presa dalla lettura. Sembriamo due sconosciuti nello scompartimento di un treno.
“Di cosa parla?” le chiedo.
“Di noi” mi risponde, neutra.
In quel momento capisco quanta tensione aleggi dentro il soggiorno. Come altre volte, decido di far cadere il discorso, di starmene zitto. Afferro un giornale che sta sopra il tavolino e mi metto a leggere anch’io. Ma non riesco a concentrarmi.
“Della fine?”
Mag non risponde. Si morde un labbro, si tocca nervosamente i capelli.
“Della nostra fine?” insisto.
A quel punto, con uno scatto, lei chiude il libro, si volta verso di me e mi guarda negli occhi.
“Sì, è così.”
Stavolta il colore della sua risposta è diverso. E’ deciso, non ci sono sfumature d’incertezza.
“Ci siamo” penso.
Comincio a tremare, a torturarmi con le mani la fossetta del mento. Mag riprende a leggere.
“Ok” dico, senza aggiungere altro. Indosso il cappotto ed esco.
Prima di entrare in macchina mi appoggio alla portiera e vomito la birra che ho in corpo. Per fortuna in strada non c’è nessuno, per fortuna sta piovendo.
Faccio diversi chilometri, esco dalla città, senza una destinazione precisa.
E’ quasi mezzanotte quando mi fermo alla stazione di servizio.
Dentro c’è una luce accecante, un odore di spray detergente. Una commessa sta passando una spugna sopra i tavolini. Al bancone due uomini, seduti su alti sgabelli, conversano di calcio. Ogni tanto buttano l’occhio sul culo della cameriera e ridono.
Chiedo una birra. La cassiera mi guarda con un’aria di commiserazione. Anche uno degli uomini mi guarda. Il cuore mi batte all’impazzata. Quando vedo la mia immagine riflessa nello specchio dietro le bottiglie, mi sento mancare.
In quel preciso istante la finestra di fronte viene spalancata.
Ora riesco a intravedere la sagoma di un uomo che si muove nervosamente nella stanza. Apro la mia finestra. E sento che l’uomo sta urlando qualcosa.
“Della nostra fine? Della nostra fine? Della nostra fine? Rispondimi!”
Un lungo silenzio, poi la luce si spegne.
Mi trascino fino alla camera da letto. Mag sta già dormendo. Fra le mani ha un libro aperto.