settembre 8, 2008

Prove.  Prova n.1

Le due di notte: un rumore dalla cucina, qualcosa che si infrangeva. Poi una specie di supplica soffocata e incomprensibile.
Mi alzai, era meglio andare a vedere.
Lo vidi di spalle, curvo su una sedia, avvolto in un cappotto nero.
– Ah, sei tu – mi disse. Con un gesto mi indicò l’orologio appeso al muro.
-E’ tardi, devi andare.
Esitai. Lui non si voltò.
– Sì, ora vado…mi ero appisolato… comunque ora vado- dissi.
– Bene! Torna presto, ti aspetterò qui.
Sollevò la testa e per un istante riuscii a scorgerne il viso riflesso sulla finestra. Riconobbi la figura di Antonio lo Zoppo, il ciabattino, il “mostro” del quartiere.
Varcai la soglia e corsi giù per le scale. Corsi a perdifiato, per ore, finché non trovai la strada di casa, oltre la collina. Le ombre della sera cominciavano a farsi lunghe, ma presto arrivai.
Sfinito, mi buttai sul letto e caddi in un sonno profondo.
Mi svegliò una risata che risuonava alta, oltre la parete.
Andai in cucina.
Lo vidi che leggeva, la faccia nascosta dalle pagine del quotidiano locale.
– Ah, sei tu – mi disse, senza levare lo sguardo dalle righe – non capisco come fai a dormire così tanto. Comunque ora vado. Finisco l’articolo e vado. Si parla di te. Nessuno crede alla tesi del suicidio.
Poi tacque. Oltre i fogli, mi sembrò di vedere i capelli bianchi di Tzia Carena, la terribile maghiarza.
Persi i sensi, non ricordo per quanto tempo.
Ricordo il rumore che mi svegliò, un suono di vetri rotti.
Raggiunsi il bagno con fatica, le gambe non mi reggevano.
Era lì che si radeva, la faccia rivolta contro una piastrella verde.
-Ah, sei tu – mi disse senza voltarsi – non capisco come, ma lo specchio è caduto. Ricordi dove hai messo il trapano? Devo rimettere a posto i tasselli.
Non risposi.
– Non ti ricordi eh? Certo che non ricordi! Cerca almeno di incollare i pezzi.
Rideva. Rideva, con un movimento delle spalle che mi impressionò. Era il mio vicino, Mario Muscau. Era più alto ma la faccia mi sembrò la sua, grassa e deforme. La vedevo su uno dei frammenti di vetro.
Cominciai a raccogliere i pezzi. Li sistemai sulla scrivania dello studio e cercai di assemblarli, come le tessere di un puzzle. Avevo quasi finito quando sbadatamente urtai contro un vaso. Si ruppe in mille pezzi.
Osservavo le schegge sparpagliate sul pavimento. Una mi guardava. Aveva la forma di un occhio. Un occhio verde.
L’orologio appeso alla parete segnava le due.
Qualcuno bussava alla porta.

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