settembre 22, 2008

La sera si era fatta scura troppo in fretta. Un forte maestrale squassava le piante del giardino e i vetri delle finestre tremavano, sotto le potenti raffiche. L’estate era proprio finita.

“Andiamo a dormire anche noi” disse Marta, prendendo in mano il telecomando della tv.
“Sì, comincia a far freddo.”
“Vado a dare uno sguardo alla bambina, aveva un po’ di febbre stasera.”
“ E la vecchia?
“Lei dorme già da un po’, dovresti saperlo.”

La vecchia era la zia Ernestina, una sorella vedova di mia suocera che avevamo portato in vacanza  nella casa in campagna. Una specie di nonna per la nostra piccola, soprattutto da quando quella vera ci aveva lasciato per sempre. Avevamo dovuto insistere per portarla con noi e per tutta la settimana non aveva nascosto la sua noia, andando a dormire prestissimo e standosene al letto per quasi tutto il giorno.
Prima di chiudere le imposte diedi uno sguardo al cielo: la luna, circondata da un alone rossastro , minacciava brutto tempo. Mi sembrò anche di sentire il canto della civetta, non lontano, ma non ci feci troppo caso. Agganciai i fermi degli scuri e rimasi per un istante immobile, ad ascoltare i sibili del vento nella vallata. In fondo quel suono era piacevole.
Fu in quel preciso istante che l’urlò di Marta mi arrivò alle spalle come una coltellata. Un urlo di animale ferito, lacerante, che sembrava destinato a durare per l’eternità. Eterno mi sembrò anche il silenzio che seguì;  eterna mi parve la rigidità dei muscoli, prima di riuscire a sbloccarmi ed entrare nella cameretta di Francesca.
Marta era rigida anche lei. Fissava un punto della parete, con gli occhi sbarrati.
E’ la sùrbile, è la sùrbile, è la sùrbile…” continuava a ripetere, con voce monocorde.
Fra le sue braccia, il corpicino di nostra figlia sembrava uno straccio logoro, con la testa e le braccia che pendevano senza forza.
“Dammela! Chiama un medico!”
“E’ la surbile, è la surbile, è la surbile.”
Guardava in direzione del muro bianco.
C’era una mosca, poco sopra la spalliera del lettino, una di quelle grosse mosche che si infilano in casa con l’arrivo dei primi freddi. Era lì che Marta continuava a guardare.
“Chiama un medico, santoddio!”
“E’ la surbile, è la surbile…”
Fui io a chiamare il pronto soccorso. Mi assicurarono che in poco più di mezz’ora sarebbero arrivati.
Ma non c’era più niente da fare. La bambina, il nostro piccolo tesoro, non respirava più.
“Cattura la mosca” disse a un certo punto Francesca, uscendo dalla sua catatonia.
“Chi?”
“La mosca.”
“Non dire stronzate.”

Non avevo mai creduto a quella specie di leggenda che narrava di donne vampiro trasformate in mosche. Di streghe che succhiavano il sangue dei bambini. Avevo letto qualche racconto, in passato, ma ero stato spinto da una curiosità antropologica piuttosto che da certe credenze popolari e facili superstizioni.

“Lo farò io, allora.”

La vidi tornare dalla cucina con un vasetto di vetro. Aveva, dipinta sul volto, una determinazione che mi spaventò.
“Smettila, ti prego” la supplicai, con la voce rotta dal pianto, “vieni invece ad accarezzare tua figlia.”
Invece continuò la sua caccia. La mosca, con piccoli voli, si spostava velocemente da un punto all’altro del muro.
Alla fine però ci riuscì. Con un gesto rapido, riuscì ad intrappolare la mosca dentro il barattolo e a richiuderlo col tappo di metallo. Ora osservava l’insetto che ruotava impazzito dentro quella trasparente prigione. Ne osservava tutti i movimenti. Sembrava aspettare con ansia che smettesse di vivere.
In tutto quel trambusto anche la vecchia Ernestina si era svegliata. Mi ero scordato di lei e quando la vidi apparire dietro la porta ebbi un sussulto.
“La bambina è stata male” riuscii a dire, fra i singhiozzi.
Marta non si voltò. Continuò a osservare la sua preda, in uno stato di trance.
La vecchia rimase lì, sulla soglia. Poi, con un movimento impulsivo si precipitò alla finestra. Cercò di aprirla, ma non vi riuscì.
Quando Marta si girò, vide che la vecchia si portava le mani al collo, prima di cadere.
La mosca fece altri due giri dentro la gabbia di vetro, poi si adagiò con le zampe all’insù.
Le lacrime cominciarono a scorrere sul volto di Marta. Ora si sentivano solo i suoi singhiozzi soffocati. E il vento di maestrale, nella campagna

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5 Risposte to “”

  1. Nelle fiabe romene la vita degli orchi sta dentro degli scarafaggi (più di uno per orco: sai, l’est è collettivista). Solo se li uccidi tutti, l’orco muore. Bel raccontino inquietante, eh! Ciao!

  2. triana said

    Madonna, che brividi!!!

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