settembre 26, 2008

prove.  prova n 4

 

– Datemi s’istentu. Tia Juà, ha detto mamma se potete darmi s’istentu, per favore.
– Eja, fizigheddu meu, siediti lì, adesso te lo do.

Stavo lì, seduto in cucina, ad aspettare l’oggetto che immaginavo tanto prezioso.
Intanto Tia Juanna continuava il suo lavoro. Con un piccolo pennello colorava i dolci, per farne dei frutti. La magia, sui teli candidi di lino. Distese di palline in pasta di mandorle diventavano mele, pere, ciliegie. Per gli sposi di domani.
Piccola, con le braccia muscolose a furia d’impastare, Tia Juanna sembrava una pittrice attenta alle sfumature. Girava e rigirava le sue creature, aggiungeva un po’ di rosso un po’ di giallo, non sbagliava quasi mai. Difficilmente una melina malriuscita addolciva la mia attesa: “Lè, coro ‘e ma’, mandigadila”.
Osservavo a bocca aperta la lentezza dei gesti, la stanza che si riempiva di un miracolo.
Solo dopo molto tempo mi ricordavo del compito assegnatomi dalla mamma.
– Ma s’istentu, Tia Juà, non me lo date?
– Sai una cosa? Non ricordo più dove l’ho messo. Ma domani lo ritroverò. Domani. Vieni domani.
Quando tornavo a casa, mia madre aveva finito di lavare il pavimento. E mi faceva una carezza.

Datemi “s’istentu”.

Con Roberto andavamo ad avvistare gli Ufo. Prima o poi sarebbero passati, sopra Sunis, c’erano i nuraghi a incuriosire i marziani.
Ore e ore a pancia in su, stesi sulla notte umida, a parlare poco e piano.
No, quello è un aereo, no, quella è Sirio, chissà se loro ci vedono, la Via Lattea è una strada di paglia, ma quanto stelle ci sono?
E ridere, quando il raglio di un asino rompeva d’improvviso l’incanto. E allora sì, parlare, parlare.
Parlare di Francesca che mi piace, di Valeria che ti piace, di Filippo che è partito, chissà come si sta in Germania, forse emigriamo anche noi.
I lunghi silenzi, sotto il cielo che tutto raccoglieva, sogni e cose serie, dubbi e certezze adolescenti.
In quella radura che mutava il mondo, che ti dava il diritto di perderti.
Finché il freddo, più che il sonno, ci riportava alla realtà. Spalla a spalla nei sentieri di campagna, ecco le prime case del paese. Un pugno finto: domani passa tu.

Datemi “s’istentu”.

Il tempo lento dell’attesa, il tempo vano dell’indugio.
Per guardare i formicai. Per consumare il gelato da “cinquanta”. Per sfogliare mille margherite.

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