ottobre 28, 2008


Confuso sogno di Penna

1

La forza degli occhi di Gatto
Soriano, ribelli sognatori e fuggitivi.

2

Pavese: paesi tuoi
notte d’inverno, di Pascoli
gli immediati dintorni Sereni.
L’ultimo borgo. Caproni
Cavalli, pigre divinità e pigra sorte,
Celati narratori delle pianure.

3

Rumori o voci di Manganelli
D’annunzio, il fuoco
come una bestia feroce. Bunker.

Notte infinita, cielo di Battaglia
il canto dei motori di Folgore
i cento uccelli di Guerra.

Ma cos’è quest’amore di Campanile
questioni di frontiera, di Fortini?

Chiedi alla polvere di Fante
angelo di Bellezza.
Croce e delizia di Penna
i racconti di Soldati.

4

Malavoglia di Verga.

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ottobre 25, 2008

Doveva andare a scuola di erre, ecco una buona idea. Un’idea che avevo cercato di suggerirgli più volte, quando ero riuscito a parlarci. Indirettamente, utilizzando frasi che contenessero quella stupida consonante. Una volta gli avevo pure detto: “Oggi il tempo promette trentatretrentini.”
“In che senso?” aveva detto. “Così, tanto per dire” avevo risposto.
Perché non era mica cinese, era di un paese qui vicino, tipo di Corrumannu, e da quelle parti la erre esiste eccome. Vibrante, moscia, doppia, arroidigò e compagnia bella.
Ma il signor Pinnìca era attento a tutto tranne che alla pronunzia.
Era l’amministratore del condominio, uno di quelli che stanno sempre a controllare che le cose funzionino bene, che stanno a ricordarti che c’è da versare la tale quota mensile, che forse è il caso di stabilire la data per la riunione, che non si accettano deleghe, che la spazzatura da domani passano a ritirarla alle otto.
Non so se mi capite. Uno che sa tutto ciò che succede nel palazzo e che ti vuole coinvolgere negli aggiornamenti delle tariffe e nell’andamento del prezzo del gasolio. Cortese, molto cortese. Ma con questa voglia inappagabile di fare conversazione a tutti i costi. Ogni mattina, proprio quando non hai voglia di parlare neanche col padreterno e sei in ritardo e come al solito non troverai parcheggio. Lui era lì, nell’atrio, ad aspettarti.
“Ha visto signor Bob? Anche oggi il prezzo del barile è calato di un dollaro e settantacinque. Cosa ne pensa signor Bob?”
Aveva deciso di abbreviare così il mio nome, Bob. Chissà, forse lo faceva sentire più giovane.
“Bene, molto bene, signor Pinnica.”
“Noi però il carico lo abbiamo già fatto… pultroppo.”
Ecco, diceva pultroppo. E questa è una cosa che mi fa venire un senso di nausea. E’ più forte di me. Neppure i suoi capelli unti col riporto e l’odore di cane bagnato riuscivano a schifarmi in quel modo. Per fortuna che andavo di fretta.
“La borsa di Tokio ha chiuso a meno cinque. Signor Bob.”
“Male, molto male.” E via, veloce.
“Ha visto signos Bob chi hanno nominato all’isola dei famosi?”
“Purtroppo no, purtroppo no, purtroppo no.”
“Buona giornata signos Bob.”
Signos. Questa non l’aveva ancora detta. Lieve capogiro.
Presto, in macchina, non voltarti, fai finta di niente.

Però, l’altra mattina è successo l’irreparabile.
“Ha visto? Il Milan non meritava di perdere, è tutta colpa dell’albitro.” Così mi ha urlato, alle spalle: l’albitro!
No, questo è troppo. Torno indietro.
“Senta signor Pinnìca, vorrei chiederle una cortesia.”
“Mi dica, signos Bob.”
“Vorrei chiederle in prestito un coltello.”
“Un coltello? Che deve fare?”
“Devo affettare del prosciutto e non ho un coltello adatto.”
“Va bene, signos Bob, più tardi passi pure da me.”
“No, mi serve subito.”
“Subito? Ma non stava andando a lavorare?”
“No, oggi ho degli ospiti a pranzo e devo preparare dei piatti che richiedono un po’ di tempo.”
“E li prepara così, con l’abito e la cravatta?”
“Sì, mi vengono meglio.”
“Se è così… venga, signos Bob, glielo do subito.”
Quando entriamo in casa sua, l’odore di cane bagnato è ancora più forte.
“Le va bene questo? Guardi, è un coltello dalla lama speciale.”
“Oh sì, questo va benissimo. E…senta, signor Pinnìca, non è che per caso avrebbe anche un guanto?”
“Un guanto ha detto? Certo che ce l’ho, ma che ci fa, con un guanto?”
“Sa, non vorrei sporcarmi le mani.”
“Le mani no e l’abito sì. Lei è proprio strano, signos Bob. Oggi è molto strano.”
Ecco, “strano” l’ha pronunciato bene. Per ben due volte. Forse avrebbe potuto fare dei progressi.

ottobre 21, 2008


– Hai fame?
– Un po’.
– Ti preparo qualcosa.
– Ma no, lascia stare.
– Un panino, ci metto un minuto.
– Un panino, hai detto?
– Sì, ho comprato il pane che ti piace.

Pausa

– Quando eri giovane dicevi sandwich.
– Non sono mai stata giovane.
– Oh, eccome.
– Non lo sono stata per te, ci conosciamo da così poco tempo.

Pausa

– Indossavi jeans scoloriti e una camicia bianca che ti arrivava quasi alle ginocchia. Avevi i capelli lunghi, allora. Quel giorno li portavi sciolti e la brezza che ti arrivava alle spalle  li scompigliava di continuo. La spiaggia era deserta. Ti ricordi?
In una mano avevi un libro di Pinter, lo volevi imparare a memoria, allora.
Di tanto in tanto ti fermavi per raccogliere una conchiglia, quella mattina il mare ne aveva portato a migliaia. Ti ricordi?
– Sì, mi ricordo. E’ lì che ci siamo incontrati la prima volta.
– Nella spiaggia di Corinzanas.
– Già.

Silenzio

– Chi te l’ha raccontato?
– Lui.
– Lui chi?
– Tuo marito. E venuto in studio, stamattina.
– Nel tuo studio?
– Sì. Ha qualche sospetto sulla tua fedeltà. Mi ha chiesto di indagare.
– E tu hai accettato?
– Certo, ho una mia etica professionale.

Pausa

– Ti ha parlato di me.
– Sono stato io a chiederglielo. Ho voluto che mi raccontasse tutta la vostra storia d’amore, fin dal principio. Gli ho fatto credere che era utile per capire la tua psicologia.
– Ma tu conosci meglio di tutti la mia psicologia, siamo amanti per questo.
– Siamo clandestini.
– Ma ci amiamo.
– Sì.

Pausa

– Cos’altro ti ha raccontato?
– Ha detto che sei un po’ distante, negli ultimi tempi.
– Ha detto così? Ha detto proprio distante?
– O forse ha detto distratta, non ricordo.
– Cerca di essere più preciso.
– Che importanza ha? Distante o distratta è la stessa cosa.

Pausa

– Ci metto anche la lattuga?
– No, lascia stare, ora devo andare.
– Non mi hai dato ancora un bacio.
– Hai visto l’ora? Lui sta per tornare.
– Oh gesù, hai ragione! Fai presto, esci dal retro.

Dopo qualche secondo si sente il rumore della serratura . Entra un uomo.

– Ciao tesoro.
– Ciao. Tutto bene?
– Sì, ma è stata una giornata faticosa.
– Povera stella.

– Ho fame, mi preparo un panino. Lo vuoi anche tu? Mentre tornavo mi sono fermato dal fornaio, ho comprato il pane che ti piace.
– No, lascia stare.
– Ci metto un secondo.

Pausa

– Un tempo dicevi sandwich.

ottobre 17, 2008

E’ da troppo tempo che non gioco un po’, sono in crisi d’astinenza. Allora vi lascio l’ultima serie di definizioni  che ho proposto per il Librizionario, una raccolta curata dal solito Zop.

Libroccolo: s.m.  un cavolo di libro pieno di orecchiette.

Librillo: s.m.  romanzo che si beve d’un fiato che può causare lievi stati di alterazione mentale (vds libriaco)

Librocco: s.m. testo di scarso valore dall’andatura lenta e pesante.

Librusio: s.m. romanzo dove non si capisce una mazza di ciò che dicono i personaggi.

Libronzo: s.m. libro scritto a quattro mani da Franca Rame e Tito Stagno.

Librancolo: s.m.  ermetico romanzo noir.

Librandello: s.m. opera fatta a pezzi dalla critica.

Libroncio: s.m.  raccolta di racconti malinconici che fanno venire il malumore.

Libridge: s.m. testo antico che stabilisce un ponte con il passato.

Libroglio: s.m. romanzo vincitore di un premio letterario attraverso l’alterazione del voto.

Libranda: s.f. insieme  di libri riposti in cantina. Non letti.

Libracciuolo: s.m. piccolo  volume che sta sempre su una poltrona, un divano, una sedia etc etc.

Librecht: s.m.  opera da tre soldi.

Libreton: s.m.  opera surrealista.

Librass: s.m. dialett.   testo di scarso valore detto anche liberculo.

ottobre 15, 2008

Oggi niente discussioni, neppure una chiacchiera. Polanca ha la faccia indurita da un pensiero, lo si vede. E quando è così non ci sono santi, non puoi togliergli di bocca neanche mezza parola. A stento risponde al mio saluto con un cenno  del capo pieno d’indolenza. Va bene, mi arrendo. Mi arrendo al silenzio e a questa luce delle sei e trenta che mostra le cose falsamente quiete. Eppure avrei bisogno di parlare, di capire le ragioni di questa apatia, delle inconcludenti giravolte dell’umore. “E’ un’inclinazione” penso. “E’ l’indole” mi ripeto, ricordando a un tratto la favola zen dello scorpione che punge la rana.
Mi tolgo la cravatta e il maledetto abito che oggi mi ha fatto dannare dal caldo, butto tutto sul letto. Aggiungo un po’ di disordine, come se volessi rappresentare anche visivamente la trascuratezza che sento. Poi cerco di oppormi, comincio a cantare una canzone che ho in testa da stamattina, da quando un collega, in ufficio, l’ha tirata fuori vedendo un cliente cinese: cinciuè cinciuè non beve latte ma solo te. Ma mi vergogno. Di me che canto stonato. E penso se nel mio collega c’era una qualche malizia xenofoba. No, non credo.
La doccia è una breve consolazione, la barba che ricresce così in fretta è la stanchezza. Un sopracciglio lungo, gli anni che passano.
“Stiamo invecchiando, Polà,” urlo, dal bagno, “dobbiamo darci una mossa, dobbiamo vivercela un po’ meglio”.
Non risponde, lo so che non risponde. Non risponde mai a qualcuno che gli parla distante, figuriamoci oggi.
Quando torno nel salotto, lo trovo nella stessa posizione in cui l’ho lasciato, con il mento appoggiato sul pugno, le mandibole che vanno su e giù. Passo dritto, vado in cucina.
“Si può sapere che c’è?”
Prendo una birra piccola e la divido in due bicchieri, uno per me uno per lui.
“Che hai?”
Due sigarette, una per me, una per lui.
“Che ti è successo?”

Sto per arrendermi di nuovo, butto fuori il fumo con un soffio che sembra un lamento. Mi alzo per cercare un libro da iniziare.
“A me niente.”
Mi fermo, resto così, di quinta, frugando con lo sguardo nella libreria.
“Ma oggi è una giornata strana, una specie di data simbolica. E’ come se si stesse materializzando la resa. La nostra resa.
Ci passeranno sopra con discorsi di cui sentiremo il tanfo, ci riproporranno l’impegno. Ci diranno che bisogna rimboccarsi le maniche. La televisione ci racconterà che il mondo va male, e poi continuerà a entrare dalla porta con la storia dei papi e dei pii, delle isole veline e delle diete da fare.
Ci diranno che il paese è bello, che gli italiani sono belli, che la speranza è bella, che la giustizia è bella. Che i giovani sono belli…
“Vabbè Polà, niente di nuovo.”

A questo punto è lui che si alza. Stavolta la birra va a prenderla lui.

“Saviano, oggi, ha detto che se ne va.”

ottobre 13, 2008


Andende camminu camminu app’àppidu unu soddu
accoe a Mrettina cun su fulcone a coddu…


In testa mi risuonano le voci dei bambini più coraggiosi e più stupidi di me, un gruppetto nascosto dietro la casa diroccata, prima dei campi, dove il paese finisce. O forse sono un po’ più lontani, sulla collinetta di terra rossa, non riesco a calcolare la distanza. Indovino solo che  si stanno spostando da un’altra parte, per ripetere lo stornello in una via stretta, più vicini al passaggio di Marettina. Faranno così anche oggi, l’ho fatto anch’io qualche volta.

Ho trovato un soldo mentre andavo per la mia strada.

Eccola Marettina, con le sue scope di rami sulle spalle. Eccola che avanza col suo carico di povertà, senza voltarsi al canto di scherno.
E’ scalza, come sempre, e chissà se i piedi incalliti non bruciano a quest’ora, quando le pietre del selciato si fanno roventi, al sole delle tre.
No so dove stia andando, ma prima o poi si fermerà e busserà a qualche casa. Di gente povera che aprirà la porta e le dirà di entrare, che fuori fa caldo. E lei con un cenno della testa dirà di no, non vuole disturbare e ancora deve fare un lungo giro.
 “Prendo questa, dammi questa, proprio domani devo rifare il pane e quella dell’altra volta mi si è bruciata mentre pulivo il forno.”
Allora lei poggerà l’intero carico per terra e prenderà il “fulcone” più lungo, quello dove i rametti sono legati meglio, col filo di ferro ben stretto. Lo benedirà, con una formula che nessuno è mai riuscito a capire, e lo consegnerà alla massaia. Non dirà altro. Aspetterà sull’uscio che la donna metta a posto la sua scopa e che ritorni con un pacco di pasta, con un sacchetto di fave secche. O con un pezzo di formaggio.

Ho trovato un soldo mentre camminavo per la strada.

Marettina a casa dei ricchi non ci va, che quelli non le darebbero niente, neanche un po’ d’acqua. E poi, quelli, il pane se lo fanno fare dai poveri, da altri poveri come lei. Quasi come lei. Perché lei è la più povera di tutti a Sunis, e non può comprarsi le scarpe. Ha sei bocche da sfamare e un marito con la schiena curva che non ce la fa più.
Marettina sa dove andare. Si ferma nelle case dove si fa il pane, dove c’è bisogno di lei, delle sue scope, della  formula benedetta. Che fa il pane buono da mangiare per mille anni,* ancora.
Perché l’elemosina, lei, non la vuole chiedere, no. Anche se i piedi le bruciano. Anche se i bambini, che dio li benedica, cantano le beffe, sotto il sole di Luglio.

Ho trovato un soldo nel cammino.
E Marettina sparisce, veloce. Le sue scope sembrano la coda di una stella cometa.
Una cometa di sambuco e rami secchi di ginestra. Di mirto, di alloro.

Trallallero llallero llero llero
trallallero llallero lero là.

* Da "Urlo" di A. Ginsberg

ottobre 11, 2008

li|be|rì|smo
s.m.
TS polit., econ., dottrina economica favorevole al libero scambio e contraria a qualsiasi forma di protezionismo e di intervento dello Stato. (dizionario De Mauro)

No, aspetta, si diceva così per dire. Cioè, qualche volta sì… cioè è  contraria ma non proprio contraria contraria, tipo che uno si chiude a riccio e non vuole sentire ragioni.  Diciamo che è abbastanza contraria.
" A qualsiasi forma di intervento". Mmmh, però anche qui, aspetta un attimo. E’ un quasi qualsiasi, non proprio qualsiasi qualsiasi. Forma,  anche qui…dipende dalla forma. La forma, la forma. (dizionario Polanca)

Swap
Lo swap, nella finanza, appartiene alla categoria degli strumenti derivati, e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti. (wikipedia)

Swap : onomatopea.  Suono di grande cacca che cade. (Polanca)

intermezzo n 8

ottobre 6, 2008

Va a finire che ci mettiamo a parlare del più e del meno, senza un motivo preciso. In genere questo succede quando ci stanchiamo del silenzio, quando in tv non c’è neppure uno straccio di film e si capisce che l’umore sta finendo sotto i tacchi. Non so chi dei due abbia attaccato per primo, credo che sia stato Polanca. Sì, perché quella cosa delle parole crociate la tira fuori sempre lui e mi ricordo che siamo partiti da lì.
Di quando eravamo in spiaggia e a pochi metri da noi c’era una famigliola alle prese con un cruciverba. La ragazzina leggeva le definizioni e il padre e la madre aiutavano a cercare le risposte, una cosa di società, insomma.
Sono pari in classifica.
Lazio e Inter.
Ma papà sono solo cinque lettere. La prima è una L.
Allora è Lazio. Lazio.

“Eeesu”, fa Polanca, che più o meno significa gesù mio salvaci tu. Poi prende dalla sua sacca una copia della Settimana Enigmistica e comincia a far finta di leggere una serie di definizioni, come se volesse sfidare i nostri vicini di ombrellone.
“ E’ bianca a uoscintòn, quattro lettere.”.
“C’è un aiuto?”
“No, è tutto bianco.”
Silenzio. Fingiamo di pensarci per un po’.
“Neve”
“Giusto! Neve.”
“Vola di fiore in fiore. Tre lettere, l’ultima è una E.”
“Questa è facile, Bue”.
“Ma il bue non vola!”
“Come no, il bue alato. Esiste.”
“Vabbè, ci sta.”
Pausa.
“Uno dei sette nani. Otto lettere, le prime due sono B e R.”
“Bru, bru…com’è che si chiama? Bruno…bruni…brunetta. Sì, brunetta”
“Ma perché i ministri sono sette?”
“Certo come i re di Roma.”

Io non ce la faccio più, anche perché mi accorgo che i tipi ci stanno guardando con un’aria sospettosa. Ma Polanca va avanti e tira fuori la solita, quella che ogni volta mi fa crepare:
“Sei romano, due lettere.”
“No.”
No, la seconda è una I.”
“Allora SI’”

Ecco, a quel punto eravamo scoppiati a ridere come matti, piegati in due. E anche adesso, nel divano, io non posso fare a meno di ridere di gusto.
Ma dura poco. Il nostro umore è come le montagne russe, dopo pochi secondi precipita di nuovo in chissà quali profondità. Torna il silenzio e riprendiamo a pensare a tutte le cose che non vanno.

“Cosa vedi, adesso?”
“Mio padre.”
“Tuo padre?”
“ Lo vedo, sì. Va tutti i giorni davanti ai cancelli della fabbrica chiusa. Da quando lo hanno licenziato ci va tutti i giorni, quando fa buio. Parcheggia la macchina e se ne sta lì per dieci minuti. E’ come se cercasse di sentire il rumore dei telai. O forse è la voce degli operai quella che cerca di sentire.

Silenzio.

“Polà, avevano scritto anche Attore. Ti ricordi?”
Non risponde. E’ in fuga dietro suo padre, nella piana della zona industriale, nella bruma autunnale che circonda i capannoni vuoti.
“Ti ricordi? “E’ fuggente in un film, le prime tre sono ATT.” Attore! aveva esclamato la madre, deve essere un film d’azione, c’è sempre qualcuno che scappa.”

“ Ti ricordi?”
“No, non mi ricordo.”

ottobre 1, 2008

intermezzo n 7

Ed ecco che mentre Polanca sta affettando un po’ di prosciutto, tutto intento a farlo con la massima perizia, come solo i più esperti di leppa sanno fare, ecco che Bulgaria se ne esce con questa storia che lui vuole fare teatro. Così, come se niente fosse: “Stavo pensando che voglio recitare Goldoni.”
Polanca rimane serissimo, concentrato nel suo lavoro. Io faccio finta di niente e continuo a guardare ammirato le fette sottili che cadono tutte uguali sul tagliere.
“Sì, sì, voglio proprio iniziare dai classici. Al limite, se non va bene Goldoni, faccio Moliere.”
Silenzio.
“Il talento ce l’ho, il tempo non mi manca…”
A questo punto Polanca si ferma e posa il coltello. “E che ruolo vorresti fare?”
“ Nosò gnancamì. Je nessé encor.”
“Magari un conte, no?”
“Ecco, può essere.”
“Magari ti metti una parrucca bionda e fai un conte del settecento.”.
“Sarebbe bellissimo.”
Pausa.
“Ma da quand’è che non ti guardi allo specchio, Bulgarì? Tu sei un protosardo, devi fartene una ragione. Tu andresti bene giusto con una pelle di montone. Ma in un documentario, mica a teatro.”
“Polà, guarda che io so trasformarmi, so entrare nel personaggio fino al punto di trasfigurarmi. Hai mai sentito parlare del metodo Strasberg?”
“Ma che c’entra? Bulgarì, non è che il metodo Strasberg ti fa crescere improvvisamente di statura eh! Ma non vedi che se ti fai vedere troppo in giro ti sospendono per eccesso di ribasso. Però se scrivo una sceneggiatura sui fatti de “Sa janna bassa”, ti chiamo per un provino.
“Guarda che sono più alto di Brunetta.”
Silenzio.
Guardo Polanca e mi scappa una risata.
“Ah è così?” riprende Bulgaria, mentre afferra una fetta di prosciutto, “ora ve lo faccio vedere io.”.
Sparisce per un paio di minuti. Prima di vederlo ricomparire, lo sentiamo che corre per la casa e che urla qualcosa, parole incomprensibili e suoni gutturali. Poi si presenta davanti alla porta della cucina, cavalcando una scopa, inci(n)tandola a correre di più: “trù dimmò, curre dimmò!
Si è messo la berritta di velluto e ha un’aria tutta grintosa, sembra un fantino al palio di Siena. Continua a picchiare sul manico di scopa con una mano aperta, a zampettare sul posto, imitando malamente il galoppo di un purosangue. E i suoni, di quelli che ogni tanto senti in campagna: hee, arigà, hutalabì.
Dopo un po’ sparisce di nuovo. Quando ricompare ha in testa un cappello a cilindro e indossa una giacca blù, chissà dove diavolo se l’è procurata. Stavolta sta tutto impettito, sempre cavalcando la scopa. Si muove con un ritmo  sincopato, la schiena drittissima e un’espressione serissima. “Dressage… dressage… dressage” continua a ripetere, senza guardarci.
Bulgaria è un genio.  Il prosciutto è buonissimo.

ottobre 1, 2008

intermezzo 6

Poco fa, Polanca mi ha inviato questo sms:

borsa di coccodrillo

Non credo che debba fare un regalo alla sua fidanzata. Una fidanzata la sta ancora cercando, Polanca.