ottobre 15, 2008

Oggi niente discussioni, neppure una chiacchiera. Polanca ha la faccia indurita da un pensiero, lo si vede. E quando è così non ci sono santi, non puoi togliergli di bocca neanche mezza parola. A stento risponde al mio saluto con un cenno  del capo pieno d’indolenza. Va bene, mi arrendo. Mi arrendo al silenzio e a questa luce delle sei e trenta che mostra le cose falsamente quiete. Eppure avrei bisogno di parlare, di capire le ragioni di questa apatia, delle inconcludenti giravolte dell’umore. “E’ un’inclinazione” penso. “E’ l’indole” mi ripeto, ricordando a un tratto la favola zen dello scorpione che punge la rana.
Mi tolgo la cravatta e il maledetto abito che oggi mi ha fatto dannare dal caldo, butto tutto sul letto. Aggiungo un po’ di disordine, come se volessi rappresentare anche visivamente la trascuratezza che sento. Poi cerco di oppormi, comincio a cantare una canzone che ho in testa da stamattina, da quando un collega, in ufficio, l’ha tirata fuori vedendo un cliente cinese: cinciuè cinciuè non beve latte ma solo te. Ma mi vergogno. Di me che canto stonato. E penso se nel mio collega c’era una qualche malizia xenofoba. No, non credo.
La doccia è una breve consolazione, la barba che ricresce così in fretta è la stanchezza. Un sopracciglio lungo, gli anni che passano.
“Stiamo invecchiando, Polà,” urlo, dal bagno, “dobbiamo darci una mossa, dobbiamo vivercela un po’ meglio”.
Non risponde, lo so che non risponde. Non risponde mai a qualcuno che gli parla distante, figuriamoci oggi.
Quando torno nel salotto, lo trovo nella stessa posizione in cui l’ho lasciato, con il mento appoggiato sul pugno, le mandibole che vanno su e giù. Passo dritto, vado in cucina.
“Si può sapere che c’è?”
Prendo una birra piccola e la divido in due bicchieri, uno per me uno per lui.
“Che hai?”
Due sigarette, una per me, una per lui.
“Che ti è successo?”

Sto per arrendermi di nuovo, butto fuori il fumo con un soffio che sembra un lamento. Mi alzo per cercare un libro da iniziare.
“A me niente.”
Mi fermo, resto così, di quinta, frugando con lo sguardo nella libreria.
“Ma oggi è una giornata strana, una specie di data simbolica. E’ come se si stesse materializzando la resa. La nostra resa.
Ci passeranno sopra con discorsi di cui sentiremo il tanfo, ci riproporranno l’impegno. Ci diranno che bisogna rimboccarsi le maniche. La televisione ci racconterà che il mondo va male, e poi continuerà a entrare dalla porta con la storia dei papi e dei pii, delle isole veline e delle diete da fare.
Ci diranno che il paese è bello, che gli italiani sono belli, che la speranza è bella, che la giustizia è bella. Che i giovani sono belli…
“Vabbè Polà, niente di nuovo.”

A questo punto è lui che si alza. Stavolta la birra va a prenderla lui.

“Saviano, oggi, ha detto che se ne va.”

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8 Risposte to “”

  1. Sisi, Italiani brava gente!
    Chissà perché quando mi viene in mente questa frase, ripenso sempre a Mago Silvan…
    Ah gli illusionisti di una volta non ci sono più!!!
    O forse sono le illusioni che ormai si sono estinte del tutto?

    In tal caso…non voglio più sapere niente di come è andata realmente a Ustica o di chi ha truccato le elezioni americane.

    “Ora che non ho più le mie illusioni, che me ne frega della verità?”

    Un saluto a Saviano che se ne va…(ma dove cavolo va???)

    Mah

  2. utente anonimo said

    mi piaccion sempre assaissimo le cose che scrivi.
    non so perché ma i tuoi duetti con polà mi fan venire in mente sherlock holmes e watson, con qualche grado (sia di temperatura che alcolico) in più

    cubber

  3. e.l.e.n.a. said

    e con quello ha detto tutto.

    il tuo è un bellissimo modo per dire una bruttissima cosa.

  4. Mi sembra il circo di Fellini: nani, cortigiane, giocolieri e saltimbanchi. E in mezzo, qualche ammaestratore di foche.
    Mentre , a farla vedere ai prepotenti, i pochi fieri animali rimasti, bastonati come sono, cercano asilo in altri paesi.
    La savana è grande, ed è luogo libero e sicuro.

    Elis

  5. cristina13 said

    polanca è un saggio, a lui basta dire poco.

  6. AltraBetta said

    Eggià, dispiace.
    Però fin dall’inizio Saviano ci teneva (ad essere un’icona), quindi direi che il cerchio si chiude nella consapevolezza del simbolo (e del singolo) che accetta senza paura financo il martirio dell’esilio, ovvero incarna il ruolo scelto fino alle più estreme conseguenze.
    Io non sarei mai capace d’altrettanta coerenza, nemmeno rinascessi da Giovanna D’arco: quindi plauso e ammirazione all’ultimo combattente integerrimo e a noi l’umiliazione della resa (da esorcizzare con una nuova fiction – già allo studio – sulla battaglia di Caporetto…)
    Un plauso anche all’adorabile saggezza naif del buon Polanca
    🙂

  7. MariellaT said

    (il cuore di polanca è sintonizzato col mio).

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