novembre 21, 2008


C’era una donna che cantava un’aria d’opera, una furtiva lagrima, proprio all’angolo della strada, a due isolati da qui. Andavo di fretta, anche se il vento opponeva una certa resistenza al mio passo, non vedevo l’ora di rivederti. Avresti dovuto essere lì per capire la voglia che avevo di rivederti. Non sto dicendo che tanto non ci crederai , o qualcosa del genere, ma il vento era proprio forte. Così forte che mi entrava in bocca e faceva lo stesso suono che fanno le bottiglie vuote quando ci soffi dentro, una roba da non credere. Quella donna aveva proprio una bella voce, non so perché cantava, forse era triste e voleva farlo sapere ai vicini. Mi sono fermato qualche secondo a sentirla. Ascoltavo un po’ lei e un po’ il suono della mia bocca: di più non chiedo, non chiedo, fiiuuu fiuuuu. Un bell’abbinamento, giuro. Poi, però, è arrivato un tipo, uno che andava a tutta velocità, che mi veniva incontro come un razzo spinto dal maestrale alle spalle. Allora ho dovuto chiudere la bocca e guardare per terra.
E’ così che ho visto il mulinello di foglie secche. Proprio sotto il mio sguardo, giravano che era una meraviglia, sembravano delle ballerine su un palco. Insomma capisci che tutta quella roba, il canto, la bocca come se fosse una bottiglia, le foglie che giocavano, mi hanno fatto venire una gran voglia di dedicarti una poesia.
E quando sono finalmente arrivato a casa ti ho detto che nel petto avevo una poesia. Per te, deve essere il vento, ti ho detto. Mi hai guardato come guardi un calzino sporco, con quella stessa espressione che hai quando lo prendi con la punta delle dita per buttarlo in lavatrice. Poi mi hai voltato le spalle e te ne sei andata ancheggiando, lasciandomi lì come un cachi schiacciato. Ci sono rimasto male, molto male, non so se puoi capirmi. E non so neanche come spiegartelo. Hai presente una caramella alla menta? Di quelle rettangolari con la carta trasparente che comprava sempre mia nonna? Che è rimasta al caldo e un po’ si è sciolta? Ecco così.
Cielo, si può, si può morir, si può morir, d’amor.

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novembre 13, 2008

No, non voltarti, non guardare oltre il finestrino, continua a leggere la frase sul poggiatesta che hai davanti. Osserva le linee, l’inchiostro scolorito, l’irregolarità della scrittura.
Leva del 68 classe di ferro. Pennarello blu. Pensa a questo, guarda le parole, ripetile, cerca di scoprire se puoi farne delle altre, diverse da queste stupide. Vale, forse, pena…ecco, così. Non distrarti. Non farti conquistare dai campi, dagli alberi che vengono incontro, da questi profumi che sono sirene. Continua, stai con gli occhi fissi, rovescia il numero, vedi cosa puoi fare.

L’autobus che da Terranova portava a Nughes andava piano. Ancora più lentamente, ora che le curve dell’entroterra si facevano  strette e cominciavano gli ultimi chilometri di salita. Seduto sul sedile della terza fila, Francesco aveva i muscoli del collo indolenziti dalla tensione, dopo quasi due ore di viaggio e di tenace resistenza ai canti dell’Isola di Pietra. Si era legato da solo, con una corda immaginaria, e come un novello Odisseo era riuscito a difendersi dalle malie che volevano farlo prigioniero. Troppe volte gli era successo di cadere nell’incanto dell’altipiano di Marresa, di essere catturato dagli oleandri che costeggiavano la strada, dalla macchia verde di lentisco che a tratti copriva i costoni di granito. E ora non voleva correre quel rischio, non avrebbe sopportato la stretta di nostalgia in cui sarebbe caduto, al minimo cedimento. Perché dopo venti giorni quello stesso autobus l’avrebbe riportato indietro, verso la nave della Tirrenia, di nuovo lontano dalla sua “Itaca”. E allora, nel mare aperto, al largo di Civitavecchia, avrebbe maledetto il mondo, rivedendo sotto le palpebre i paesaggi del breve ritorno, i luoghi che non avrebbe mai voluto lasciare. Perché gli dei, come con l’eroe greco, continuavano a giocare con lui da un tempo infinito, a punirlo per una colpa che non aveva commesso. Un castigo,  dalla nascita.
“Castigau”, er bessiu castigau”, dio ha voluto così. L’aveva sentita più volte quella frase, anche se detta a mezza voce, di nascosto, in modo che lui non potesse udirla. Un castigo dell’infanzia, da quando i genitori avevano deciso di mandarlo all’istituto Sacro Cuore, a Roma, dalle suore: lì ti cureranno, figlio mio, lì ci sono i dottori bravi.
Un castigo, il gioco degli dei, una partita con il baro che imbroglia continuamente le carte.

Asso, sei, otto. Pena, 89. Forse. L’ottantanove è fra vent’anni.

Le speranze, l’illusione del ritorno a casa, le ripartenze, gli inganni. Perché i medici erano bravi, sì, gli facevano mille carezze. Ma poi lo torturavano con esperimenti che non avevano portato alcun miglioramento. Corpetti rigidi, stecche di metallo, stampelle più leggere, esercizi nuovi. E ora dentro questo gesso, da tanto di quel tempo che neppure lui si ricordava più delle sue gambe flaccide e magre.
Non voltarti, non adesso.

La madre, seduta affianco, si era addormentata e lui non l’aveva svegliata, anche se aveva sentito un gran bisogno di parlare con lei, durante tutto il viaggio. Ma era troppo stanca, aveva attraversato il mare due volte in appena due giorni, e quel filo di bava che ora le colava dalla bocca aveva mosso in Francesco un senso di tenerezza. L’avrebbe svegliata all’ingresso della città, poco prima della fermata, quando per alzarsi sulle gambe ingessate si sarebbe dovuto appoggiare a lei, prima di issarsi sulle stampelle. E poi così ,ogni tanto, poteva guardarla, osservare la strana espressione che il sonno aveva posato sulle fattezze regolari del viso, la bellezza dei lineamenti, la lucentezza dei capelli neri. Poteva, segretamente, sforzarsi di amarla di nuovo, provare a sentirsi ancora una volta suo figlio: madre perché mi hai abbandonato?
E’ per il tuo bene, figlio mio.
No, questo non è il mio bene. E’ il mio male, la mia pena. Anche se tu non lo vuoi, questa è la mia pena.

Decadrà riflessa prole ben nulla. Altre cose senza senso.

D’un tratto si ricordò che un anno prima, in un’altra breve vacanza, l’aveva maledetta. Per la storia delle bende, per quella figura tremenda che aveva fatto ridere tutti, che per tutto l’anno l’aveva sottoposto allo scherno dei compagni di collegio. Ercolino sempre in piedi, lo chiamavano.
Era successo l’estate precedente, ad Agosto. Faceva lo stesso caldo che c’era in quel momento sulla corriera.
Giocava dentro casa. Anche così, dentro la pesante armatura che doveva trascinarsi, non aveva rinunciato a divertirsi con i suoi fratellini. Giocavano a nascondino e lui si era nascosto nel bagno, dietro la lavatrice, con la faccia rivolta verso il muro per farsi più piccolo. Non si era accorto di aver spostato il tubo dello scarico e così l’acqua, anziché dentro il lavandino, era andata a finire per terra. E poi sui plantari di sughero e, piano piano, sui piedi di gesso che ne avevano assorbito una gran quantità. Dopo qualche ora il sughero si era staccato e il gesso, asciugandosi, era diventato giallognolo.

“Non possiamo rimandarlo così all’istituto.”
“No, davvero. Sa birgonza, che figura ci facciamo.”
“Pitturiamolo.”
“Ma no, si è pure sbriciolato, si vede la garza.”
“So io come fare.”
Il padre, che era muratore, era uscito di gran fretta e poco dopo era tornato a casa con un sacchetto di gesso a presa rapida, di quello che si usa nell’edilizia per opere di risanamento e di restauro.
“Prepara le bende, io comincio ad impastare.”
La madre aveva preso un lenzuolo bianco e con strappi decisi aveva ottenuto decine di strisce di stoffa lunghe due metri. In due avevano disteso Francesco sul tavolo della cucina, trasformata all’istante in una specie di sala operatoria.
“Ora, subito, prima che la malta si asciughi. Due giri. Aspetta, ci passo la spatola.”
“Ecco, così. Parti da sopra, dal ginocchio.”
“Mi sembra che non siano uguali, uno è più grosso dell’altro, aggiungiamo un’altra striscia.”
“Ora è il sinistro a essere più grosso.”
Dopo dieci minuti, al posto dei piedi, Francesco aveva due blocchi di cemento enormi e pesantissimi.
Quando lo risollevarono, non riusciva più a muoversi.
“Ma li mortaci vostra, ma che m’avete fatto, fiji de na mignotta? Che dio ve furmini!”
In romanesco, aveva urlato. Per stabilire una ulteriore distanza con quelli che non considerava più i suoi genitori. Per esprimere l’odio che provava con una forza superiore. Poi si era chiuso dentro la sua cameretta e per il resto della vacanza non aveva più parlato.

Scava le pene. Riso.

Si accorse che dentro di lui stava sorridendo.
Lei non lo sa. E forse io non so di lei.

Nughes era vicina.  Oltre la nuca dell’autista si potevano scorgere le prime case, la periferia costruita a picco sulla valle di Selùna. Ancora pochi tornanti e sarebbe stato a casa, dentro i vapori del ragù che la zia Marianna stava preparando per il suo arrivo. Al padre avrebbe rivolto un saluto tronco,  senza farsi toccare.  Ho ucciso tutti padri, ho spento la fede.
Avrebbe abbracciato i fratelli. I suoi amici sarebbero venuti a trovarlo nel pomeriggio. Anche Polanca. La notte avrebbe cercato di cancellare i ricordi, quelli che poteva.

Adesso puoi svegliarla. Ma ancora non voltarti, qui a destra c’è il bosco di lecci.

novembre 10, 2008

Nughes è il nome che ho dato al luogo che abito. Ma da queste parti Nughes vuol dire anche nuvole.
E così chiamiamo anche le noci. Gherigli bianchi, di quelli appena sbucciati, quando il frutto non è ancora secco. Quante volte in questo cielo, in primavera.
Poi ci sono le Nuvole di Aristofane: il teatro, la parodia, la satira di costume. Cose che amo.
E le Nuvole di De Andrè, allora? Certo, con l’introduzione piena di sarditudine. Vanno, vengono…
Dove? E cosa sono? Chiedetelo a Pasolini. O a Totò. O a Modugno. Anzi ascoltatevi la canzone, datemi retta.
Ancora. C’è il Messico e le nuvole, tanto per restare in tema , per dire di altri due che me le hanno cantate bene bene.
Per dire Lessico e nuvole, i giochi , Bartezzaghi, le mie manie.

C’è, infine, ma che bellezza, Blog&Nuvole, un luogo dove qualcuno ti  dice: vuoi giocare? Alla morra? Anche, però ci devi raccontare una storia. Io mi sono fermato. Ho raccontato una storia, quella di Tia Badora la maghiarza. Questa storia è piaciuta e qualcuno la illustrerà.
Con altri 34 autori e non so quanti artisti- illustratori-pittori (gente brava, bella gente, de gabbale)gioco a sa murra. E uno si potrebbe chiedere: che ci fai Bobboti? Non lo so, ancora non lo so.
Insomma fatevi un giro anche voi, da quelle parti.

novembre 5, 2008

intermezzo n 8

Era da almeno cinque mesi che non vedevamo Bulgaria. L’ultima volta era stato quando ci aveva detto che voleva fare Goldoni, non so se ve lo ricordate. Quella sera che per dimostrare il suo valore d’attore eclettico aveva cavalcato una scopa, prima come un giovane fantino della Barbagia e poi come un nobile esperto di dressage. E aveva riempito la casa di suoni strani e di galoppate. Era talmente concentrato nella parte, quel giorno, così determinato, che neppure Polanca era riuscito a fargli cambiare idea. “O Goldoni o Moliere!” aveva detto, forse avete ancora presente la scena. Comunque se non vi ricordate non fa nulla.
Da quel giorno era sparito.
 “E’ partito” ci aveva detto la mamma, “ dove non lo so, mi parlava in veneziano e in francese…itte n’isco deo de venezianu. E voi non lo sapete?”   No.
Dopo qualche tempo avevamo saputo che era emigrato nel continente. Che si era messo a lavorare per potersi iscrivere a una scuola di recitazione. Lavori saltuari e faticosi, dalle parti della padania,
raccoglitore di frutta, portapizza, portabombole, taglialegna, mungitore, passegiatore di cani, pulitore di canali e via discorrendo. Poi non avevamo più avuto notizie, il suo cellulare era rimasto sempre spento e lui non si era mai degnato di farci uno squillo. Finché, l’altra sera, la sorpresa: “Pronto, sono io, sto passando a salutarvi.”

“Chi era?” mi chiede Polanca.
“Bulgaria. E’ tornato. Sta venendo qua.”
“Fantastico. Gli scovolini sono sempre nel bagno?”
“Sono dove li hai messi tu, Polà, sempre vicini alla scopa, in cerchio.”
“Bene. Non farti venire la ridarella, cerca di resistere un po’.”

Dopo qualche minuto Bulgaria è da noi. Saluti e abbracci, guarda che ci devi raccontare tutto, datemi un bicchiere d’acqua, che vino vuoi, salute, a kent’annos, socmelben… eccetera eccetera.

“Sei tornato finalmente. Era ora che ti decidessi a riparare al danno.”
“Che danno?
“Non fare finta di non capire, Bulgarì, lo sai benissimo: la cavalla, i puledrini.”
“Toglietegli il vino, presto!”
“E’ una cosa seria, stai al tema, per favore. Hai creato un mare di disagio, una valle di lacrime, ora comportati da uomo.”
“Fate presto, ho detto! Accorrete, mettete dei fiori nel suo cannonau.
“Falla finita.”
“ Polà, ma si può sapere di che diavolo stai parlando?”
“Stammi bene a sentire: ti ricordi l’ultima volta che sei stato qui? Quel giorno che eri tutto preso dalla tua arte drammatica? Che hai cavalcato da una parte all’altra e poi ti sei messo un cappello a cilindro?”
“Sì. E allora?”
“E ti ricordi cosa facevi per far correre più veloce l’animale?”
“Lo frustavo?”
“No, Bulgarì, il frustino non ce l’avevi, ma picchiavi forte con la mano aperta. Ti ricordi?
“Sì, per incintare la cavalla a correre più forte, so bene come fare nel rettilineo finale”
“Ecco, l’hai detto, per incintarla. L’hai incintata anche troppo, caro Bulgaria. Hai fatto danno, quella sera.”

Non riesco più a trattenere la risata. Già mi immagino la scena seguente. E’ dalla primavera scorsa che aspettiamo il momento. Da quando Polanca, un pomeriggio, era rientrato a casa con cinque scovolini, di quelli che si usano per pulire l’interno delle bottiglie. “Che roba è?” avevo chiesto. “Sono i puledrini di Bulgaria, il frutto della passione con la scopa.”
Era stato Gieffe, su Mastru, ad accorgersi di quella enne in più nel verbo di Bulgaria. Era stato lui a suggerirci lo scherzo, a inventarsi la gravidanza e il parto della scopa.

Per non farmi vedere, simulo degli accessi di tosse, fingo di cercare qualcosa sotto il tavolo.
“Vieni con me” dice a un certo punto Polanca.
Si alzano, barcollanti e serissimi. Li seguo fino al bagno.
“Li vedi? Quelli sono i tuoi figli.”
“Voglio la prova del DNA.”
“Sono tuoi, prenditi cura di loro.”
“Sono troppo alti per essere figli miei. Più di un metro al garrese, è impossibile.”
“Hanno preso dalla madre.”

Bulgaria, dopo un po’ sembra commuoversi. Si china sugli scovolini e comincia ad accarezzarli. “Belle bestie, belle bestie davvero. Amici miei, grazie per averli allevati cosi bene. Vi farò partecipi delle nostre fortune, non ci dimenticheremo di voi.”
“Che intendi dire?”
“Quando vinceremo i Derby.”
“Fra tre anni.”
“Due e mezzo. Sono dei campioni, si vede.”

Li accarezza ancora un po’. Li prende e se li stringe a sé. Poi dice: “Bisogna cominciare subito con gli allenamenti.”
Li sistema, tutti sulla stessa linea delle prime mattonelle del soggiorno. Davanti ci piazza il manico della scopa che stavolta è diventata la gabbia di partenza. O il canapo del palio, forse.
“Via!”
E spinge gli scovolini, prima l’uno poi l’altro, gridando di gioia.
Io e Polanca, seduti sulle tribune del divano, cominciamo a fare le scommesse.

novembre 3, 2008

La riscrivo, anche quest’anno, in questo giorno. Per ricordare.

Una canzone soffocata
giù da qualche parte
in quest’aria muta di Novembre
nell’ora che rabbuia i vicoli
e addensa veloce la sera.
Una mezz’ora di campane
gli operai che lasciano il cantiere
muti anch’essi
senza il “futuro Aprile” che dicevi.

Con te “in luce”, rincaso
col rimpianto ancora ingenuo
di ogni passato.

Sarà che ho visto i morti
ieri
e i racconti di tavole imbandite
un giorno almeno, a casa
cose buone, solo a loro
la tovaglia di cotone e un poco di tepore.

Sarà che il calendario mi ricorda.

L’ospedale
Ero ancora bambino, un “Gennariello”
che niente sapeva, se non di figurine.
Tutto era nuovo, recente mi era il mondo
e un chirurgo aveva aperto la mia carne.
E rideva rideva una mattina,
brandendo un giornale come un manganello
urlando la notizia
che qualcuno aveva chiuso
con uccellacci ed uccellini.
Nella corsia, mostruosamente calma,
urlava lo strillone infame.

Così ridevano le streghe nelle fiabe,
i ricchi alle sventure dei servi,
le mosche grasse nei granai
di contadini secchi.

Una smorfia d’animale riaprì la mia ferita
e piansi,
come piangono i fanciulli di dolore e di paura.
Non sapevo niente, se non di figurine…

Una cicatrice
di quel bisturi di boia
a eterna memoria
come una brutta scultura
all’idroscalo grigio.
.

Sarà che non ho più le tue bandiere belle
sarà che Pilade è sconfitto.
O forse il freddo, la pioggia
fuori tempo la canzone
che si spegne nel livido quartiere.
Sarà Novembre, i primi.
Il due il tre. Settantacinque.

novembre 1, 2008

Casi come questi

– Non usare quel tono con me.
– Che tono?
– Lo sai bene, il tuo.
– Si dice accusatorio, cristosanto, accusatorio!
– Vabbè, hai capito.

– Sei davvero singolare.
– Senti chi parla.
– Un caso senza precedenti, ecco cosa sei.

– Sai che ti dico: rosam, rosam, rosam.
– Che soggetto… ma vaffanculo, va.