novembre 13, 2008

No, non voltarti, non guardare oltre il finestrino, continua a leggere la frase sul poggiatesta che hai davanti. Osserva le linee, l’inchiostro scolorito, l’irregolarità della scrittura.
Leva del 68 classe di ferro. Pennarello blu. Pensa a questo, guarda le parole, ripetile, cerca di scoprire se puoi farne delle altre, diverse da queste stupide. Vale, forse, pena…ecco, così. Non distrarti. Non farti conquistare dai campi, dagli alberi che vengono incontro, da questi profumi che sono sirene. Continua, stai con gli occhi fissi, rovescia il numero, vedi cosa puoi fare.

L’autobus che da Terranova portava a Nughes andava piano. Ancora più lentamente, ora che le curve dell’entroterra si facevano  strette e cominciavano gli ultimi chilometri di salita. Seduto sul sedile della terza fila, Francesco aveva i muscoli del collo indolenziti dalla tensione, dopo quasi due ore di viaggio e di tenace resistenza ai canti dell’Isola di Pietra. Si era legato da solo, con una corda immaginaria, e come un novello Odisseo era riuscito a difendersi dalle malie che volevano farlo prigioniero. Troppe volte gli era successo di cadere nell’incanto dell’altipiano di Marresa, di essere catturato dagli oleandri che costeggiavano la strada, dalla macchia verde di lentisco che a tratti copriva i costoni di granito. E ora non voleva correre quel rischio, non avrebbe sopportato la stretta di nostalgia in cui sarebbe caduto, al minimo cedimento. Perché dopo venti giorni quello stesso autobus l’avrebbe riportato indietro, verso la nave della Tirrenia, di nuovo lontano dalla sua “Itaca”. E allora, nel mare aperto, al largo di Civitavecchia, avrebbe maledetto il mondo, rivedendo sotto le palpebre i paesaggi del breve ritorno, i luoghi che non avrebbe mai voluto lasciare. Perché gli dei, come con l’eroe greco, continuavano a giocare con lui da un tempo infinito, a punirlo per una colpa che non aveva commesso. Un castigo,  dalla nascita.
“Castigau”, er bessiu castigau”, dio ha voluto così. L’aveva sentita più volte quella frase, anche se detta a mezza voce, di nascosto, in modo che lui non potesse udirla. Un castigo dell’infanzia, da quando i genitori avevano deciso di mandarlo all’istituto Sacro Cuore, a Roma, dalle suore: lì ti cureranno, figlio mio, lì ci sono i dottori bravi.
Un castigo, il gioco degli dei, una partita con il baro che imbroglia continuamente le carte.

Asso, sei, otto. Pena, 89. Forse. L’ottantanove è fra vent’anni.

Le speranze, l’illusione del ritorno a casa, le ripartenze, gli inganni. Perché i medici erano bravi, sì, gli facevano mille carezze. Ma poi lo torturavano con esperimenti che non avevano portato alcun miglioramento. Corpetti rigidi, stecche di metallo, stampelle più leggere, esercizi nuovi. E ora dentro questo gesso, da tanto di quel tempo che neppure lui si ricordava più delle sue gambe flaccide e magre.
Non voltarti, non adesso.

La madre, seduta affianco, si era addormentata e lui non l’aveva svegliata, anche se aveva sentito un gran bisogno di parlare con lei, durante tutto il viaggio. Ma era troppo stanca, aveva attraversato il mare due volte in appena due giorni, e quel filo di bava che ora le colava dalla bocca aveva mosso in Francesco un senso di tenerezza. L’avrebbe svegliata all’ingresso della città, poco prima della fermata, quando per alzarsi sulle gambe ingessate si sarebbe dovuto appoggiare a lei, prima di issarsi sulle stampelle. E poi così ,ogni tanto, poteva guardarla, osservare la strana espressione che il sonno aveva posato sulle fattezze regolari del viso, la bellezza dei lineamenti, la lucentezza dei capelli neri. Poteva, segretamente, sforzarsi di amarla di nuovo, provare a sentirsi ancora una volta suo figlio: madre perché mi hai abbandonato?
E’ per il tuo bene, figlio mio.
No, questo non è il mio bene. E’ il mio male, la mia pena. Anche se tu non lo vuoi, questa è la mia pena.

Decadrà riflessa prole ben nulla. Altre cose senza senso.

D’un tratto si ricordò che un anno prima, in un’altra breve vacanza, l’aveva maledetta. Per la storia delle bende, per quella figura tremenda che aveva fatto ridere tutti, che per tutto l’anno l’aveva sottoposto allo scherno dei compagni di collegio. Ercolino sempre in piedi, lo chiamavano.
Era successo l’estate precedente, ad Agosto. Faceva lo stesso caldo che c’era in quel momento sulla corriera.
Giocava dentro casa. Anche così, dentro la pesante armatura che doveva trascinarsi, non aveva rinunciato a divertirsi con i suoi fratellini. Giocavano a nascondino e lui si era nascosto nel bagno, dietro la lavatrice, con la faccia rivolta verso il muro per farsi più piccolo. Non si era accorto di aver spostato il tubo dello scarico e così l’acqua, anziché dentro il lavandino, era andata a finire per terra. E poi sui plantari di sughero e, piano piano, sui piedi di gesso che ne avevano assorbito una gran quantità. Dopo qualche ora il sughero si era staccato e il gesso, asciugandosi, era diventato giallognolo.

“Non possiamo rimandarlo così all’istituto.”
“No, davvero. Sa birgonza, che figura ci facciamo.”
“Pitturiamolo.”
“Ma no, si è pure sbriciolato, si vede la garza.”
“So io come fare.”
Il padre, che era muratore, era uscito di gran fretta e poco dopo era tornato a casa con un sacchetto di gesso a presa rapida, di quello che si usa nell’edilizia per opere di risanamento e di restauro.
“Prepara le bende, io comincio ad impastare.”
La madre aveva preso un lenzuolo bianco e con strappi decisi aveva ottenuto decine di strisce di stoffa lunghe due metri. In due avevano disteso Francesco sul tavolo della cucina, trasformata all’istante in una specie di sala operatoria.
“Ora, subito, prima che la malta si asciughi. Due giri. Aspetta, ci passo la spatola.”
“Ecco, così. Parti da sopra, dal ginocchio.”
“Mi sembra che non siano uguali, uno è più grosso dell’altro, aggiungiamo un’altra striscia.”
“Ora è il sinistro a essere più grosso.”
Dopo dieci minuti, al posto dei piedi, Francesco aveva due blocchi di cemento enormi e pesantissimi.
Quando lo risollevarono, non riusciva più a muoversi.
“Ma li mortaci vostra, ma che m’avete fatto, fiji de na mignotta? Che dio ve furmini!”
In romanesco, aveva urlato. Per stabilire una ulteriore distanza con quelli che non considerava più i suoi genitori. Per esprimere l’odio che provava con una forza superiore. Poi si era chiuso dentro la sua cameretta e per il resto della vacanza non aveva più parlato.

Scava le pene. Riso.

Si accorse che dentro di lui stava sorridendo.
Lei non lo sa. E forse io non so di lei.

Nughes era vicina.  Oltre la nuca dell’autista si potevano scorgere le prime case, la periferia costruita a picco sulla valle di Selùna. Ancora pochi tornanti e sarebbe stato a casa, dentro i vapori del ragù che la zia Marianna stava preparando per il suo arrivo. Al padre avrebbe rivolto un saluto tronco,  senza farsi toccare.  Ho ucciso tutti padri, ho spento la fede.
Avrebbe abbracciato i fratelli. I suoi amici sarebbero venuti a trovarlo nel pomeriggio. Anche Polanca. La notte avrebbe cercato di cancellare i ricordi, quelli che poteva.

Adesso puoi svegliarla. Ma ancora non voltarti, qui a destra c’è il bosco di lecci.

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11 Risposte to “”

  1. utente anonimo said

    splendore

    (malvi)

  2. birambai said

    Grazie malvi. Dovrei lavorarci un po’ sopra, soprattutto sul finale. Ma so già che non me ne verrà voglia.

  3. AltraBetta said

    ecce-llente, nulla da ecce-pire.
    ecce homo.
    su tutto il tentativo di rappezzare/ricostruire l’ingessatura (ma in senso lato anche “tutto” il figlio) con la malta per opere di risanamento e di restauro.
    Bellissimo pure l’abbraccio olfattivo dei vapori del ragù, che aleggia fin sul bosco di lecci.

  4. Ma quanto tempo hai impiegato per scriverlo?
    Sono certa che ne hai impiegato un bel po’. Per questo sono anche certa che troverai la voglia di lavorarci ancora sopra.
    Detesto le citazioni, ma questa qui mi scappa proprio:

    “L’ispirazione può capitare a tutti, è veloce e immediata. Ma chi ha talento è capace di star seduto davanti a un foglio di carta lunghe ore, cercando di dare una forma compiuta al dettato del suo spirito”
    W. Szymborska

  5. birambai said

    Altrabetta, non si smentisce. Nella acutezza delle osservazioni, dico. Questa cosa dell ‘ ecce homo è bellissima. Mi ci ha fatto pensare lei e in fondo è così, c’è un riferimento (volontario o inconscio, non lo so) al senso delle parole pilatesche, alla figura del figlio, di quel figlio.

    Rosa, un’ora e mezza, più o meno secondo il mio standard. Dieci minuti per correggere malamente qualcosa. Dice bene la sua Szym, è questione di talento: ad avercene.

  6. utente anonimo said

    Io non so il perchè, ma questo racconto stupendo mi ha fatto venire in mente Cesare Pavese, motivo per cui oso postare queste poche righe:

    “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di
    tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

    E poi:
    “Un paese vuol dire non essere soli,
    avere gli amici, del vino, un caffè.
    Io ormai sono della città;
    riconosco le strade
    dalle buche rimaste,
    dalle case sparite,
    dalle cose sepolte
    che appartengono a me.
    Al di là delle gialle colline c’è il
    mare,
    un mare di stoppie, non cessano mai:
    il mare non voglio più,
    ne ho visto abbastanza;
    preferisco una rampa e
    bere in silenzio, quel
    grande silenzio che è
    la vostra virtù.
    E in silenzio girare per quelle
    colline,
    le rocce scoperte, la sterilità
    (lavoro non serve più,
    non serve schiantarsi)
    e le mani tenerle
    dietro la schiena,
    non fare più nulla
    pensando al futuro.
    La sola freschezza è rimasta il
    respiro,
    la grande fatica è salire quassù.
    Ci venni una volta quassù
    e quassù son rimasto
    a rifarmi le forze,
    a cercarmi i compagni,
    a trovarmi una terra,
    a trovarmi un paese.
    Un paese vuol dire non essere soli”

    Io non lo so perchè, ma ora che sono appena tornato all’asfalto, osservo le tracce rosse dell’ abbraccio dei rovi sulle mie braccia bianche, e respiro l’odore aspro dell’olivo che si nasconde sotto le unghie nere, e rovisto il buio di una stanza senza trovarci l’odore buono del bosco baciato dall’acqua del cielo e della terra e dallo strappo di ogni partenza.
    Lo sai, frade mannu, che a volte desidero il leccio sul cemento incrostato di sale del molo di levante, a volte cerco il muschio nelle pietre dei vicoli della Marina, a volte cerco la saggezza e la poesia degli antichi padri negli sguardi assenti dei vecchi abbandonati sulle panchine di ferro tutte uguali. Eppure anche oggi, sulla cima della roccia più alta che guarda il lago, ho chiuso gli occhi per cercare nel vento una lacrima di salsedine.
    Ma non so perchè. Forse è la stessa contraddizione che ha fatto in modo che trovassi nel padre e nella madre di Francesco i miei genitori, seppure così diversi, così lontani dai suoi. Forse è stata la tenerezza di uno sguardo posato su una madre dormiente e in quel momento indifesa, la stessa tenerezza con cui vorrei ora guardare i miei, se solo potessi; ora che invece non mi rimane altro che cercarli con lo sguardo, tutte le volte senza trovarli mai, alla fine della salita di Lacos, che dopo una ripida curva, tutte le volte, mi riporta a casa.

    Ciao frade mannu. E come ogni volta, grazie.

    a.

  7. birambai said

    Frade caru, se c’è uno che deve ringraziare, quello sono io. Per la poesia di Pavese che hai riportato, prima di tutto, ché io la sapevo a memoria quando, ancora adolescente, non facevo altro che leggere le sue opere. In fondo montiferru assomiglia a monferrato, e le langhe saranno le nostre “campede”.
    grazie per le cose che scrivi. Mi illudo di ispirarti, così. Ma è un accesso di narcisismo bello e buono. Vedo (e stavolta con assoluta certezza) che quell’ufficio non ti impigrisce. cuore e cervello sono in splendida forma. E questo è quel che conta di più.

  8. utente anonimo said

    Non illuderti di ispirarmi, chè l’illusione è una speranza vana, è un desiderio lontano e inarrivabile. Sii al contrario consapevole di smuovere, e tanto, per giunta, l’aria immobile dell’indifferenza, il cielo denso e pesante dell’apatia. Il risultato è forse miserevole, la pioggia poi è sporca, il fulmine scarica invano sul terreno la sua abbagliante azzurra potenza. Le mie parole sono l’eco del tuono che vorrebbero essere e non sono. Ma sei tu a scatenare il temporale. Sai quando il mare è calmo e un istante dopo fragore di onde? Io sono la barca che ritorna a casa. I tuoi racconti il vento che la spinge.
    E boh.

    a.

  9. E’ stupendo biri. Nei tuoi scritti c’è sempre un che di epico, di sacro, di malinconico, un connubio fortissimo che rende potente il tutto, anche se parli di lievi pensieri.
    Il finale va benissimo. Solo qualche parola qua e là da ritoccare.

  10. triana said

    Ormai sei un vero scrigno. Apri a caso e trovi un tesoro:))

  11. utente anonimo said

    Mi sono commossa. Conosco l’umore per lanave che si allontana e degli odori che cambiano come i colori. Conosco l’amore profondo che rimane per il granito e il suo rumore nel vento e al tempo stesso il desiderio di fuggirne,.per poi ritornare, sempre, con antico e rinnovato amore.
    Toccante.

    p.s. il finale per me è bellissimo così.
    Sgnapis.

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