dicembre 27, 2008

La storia è questa, che ci crediate o no. E’ la storia di Filodelfo Matràccula e del paese di Fachetùe nell’anno del signore 1864.
Fachetùe era il paese più sonnolento dell’Isola del vento, pigro come una famiglia di gatti con la pancia piena di coratelle in umido. Gli abitanti erano talmente accidiosi che quando nasceva un bambino non si era mai certi della paternità: “Eh, bisogna vedere se è lui che ha fatto tutto quel lavoro con la moglie!”
“Ih, e tantu ja este una pudda!”
“E tanto già è una gallina” era l’espressione più in uso nella parlata locale. Non chiedetemi cosa volesse dire, so solamente che se a un fachetuino chiedevi il perché della sua noncuranza, raramente ti rispondeva. Oppure, se trovava l’energia per replicare, ti regalava quel motto incomprensibile.
Al trisavolo di Polanca, una volta che andò nel paese per risolvere certi affari di pascolo, capitò questo: vide un bambino seduto sull’uscio di casa, immobile, sotto il sole estivo della controra, circondato di mosche che ogni tanto si posavano sul bel faccino moccioso. “Hai le cacche di mosca sul naso, perché non le scacci e vai a giocare?” chiese il vecchio. Il bambino, tenendo fermo tutto il resto del corpo, ruotò leggermente solo gli occhi. Li puntò sui piedi dell’uomo, come se volesse misurarli per fargli un nuovo paio di cusinzos, e disse: “E come?”
“Con la manina!” suggerì il nonno.
“Ih, e tanto già è una gallina!
Il nonno non capì e per molti mesi continuò a chiedersi quale relazione potesse esistere fra una mosca, una gallina e il pensiero di un fanciullo al sole. Non trovò mai una risposta e la vana indagine, la faticosa perlustrazione dell’intricato animo umano, lo condusse presto all’esaurimento nervoso. Passò il resto dei suoi giorni nella più cupa introversione, a osservare mosche e galline e a scrivere sequenze di numeri su un quaderno a quadretti.
Il 26 Marzo di quell’anno, dopo interminabili spostamenti nell’interno dell’isola alla ricerca di storie da raccontare, giunse a Fachetùe lo studioso Filodelfo Matraccula, uno dei tanti viaggiatori irriducibili che arrivavano dal continente per documentare gli usi e i costumi nostrani. Aveva sentito parlare dell’asiu, la quieta inoperosità mista a piacere così diffusa nell’isola, e voleva scoprire come mai a Fachetùe quella condizione fosse così sviluppata e permanente.
In principio, dopo essersi sistemato in una stanza presa in affitto, si limitò ad osservare le caratteristiche fisiche degli abitanti del villaggio e a esaminarne i movimenti lenti e svogliati. Constatò che dormivano più di quindici ore al giorno e che parlavano solo quando era strettamente necessario. Nel suo taccuino da viaggiatore incallito registrò che gli uomini avevano tutti la testa grande e, affianco a questa importante scoperta, scrisse delle note dove si ipotizzava che la particolare indolenza fosse dovuta proprio al peso del cranio. Poi, dopo qualche giorno di questi importanti rilevamenti, si decise a intervistare alcuni esponenti della comunità. Si recò alla piazza principale dove gli anziani si radunavano, nel pomeriggio, a fumare i loro sigari e a contemplare il vuoto che si apriva nella vallata di fronte alle panchine. Salutò e si presentò. Come risposta ottenne un sincronico e quasi impercettibile movimento all’insù di ventiquattro grandi teste.
“Potrei farvi qualche domanda?” chiese, con malcelata titubanza. Gli anziani non risposero.
“Solo qualche domanda, semplici curiosità da soddisfare per un mio studio antropologico…”
A quel punto un fachetuino, quello che sembrava il più vecchio di tutti e che in virtù della sua veneranda età poteva essere considerato una specie di capo tribù, con estrema lentezza si levò il sigaro dalle labbra e sempre guardando il nulla disse: “ih, e tantu ja est una pudda!”
Filodelfo riuscì ad ottenere solo quella risposta. Allora cominciò a parlare. Parlò e parlò: della bellezza dell’isola, della fierezza degli abitanti, della ruvidità del carattere tanto affascinante, della natura selvaggia che così bene tempra i corpi e lo spirito degli isolani.
Parlò solo lui, finché i vecchi, ad uno ad uno, non si alzarono dalle panchine per tornarsene in silenzio alle loro abitazioni. Più tardi, con l’aiuto del dizionario, Filodelfo tradusse le poche parole che era riuscito a trascrivere. Poi trascorse il resto della notte nell’inutile tentativo di interpretarle. Ma anche lui, come il trisavolo di Polanca, non ne venne a capo. Anzi,
le parole continuarono a perseguitarlo nei giorni e nelle settimane successive di permanenza nel paesello.
Filodelfo Matraccula, però, era uno studioso dotato di grande pazienza e ostinazione e dunque, non volendosi arrendere, continuò con le sue interviste. Cercò di farsi spiegare da un capraio come si faceva a distinguere le proprie capre da quelle degli altri; a una casalinga chiese se poteva mostrargli come si faceva il pane così sottile e così buono; a un bambino domandò se potesse insegnargli il trucco per far ruotare così velocemente la trottola di legno con lo spago. Ma in tutta risposta, quando fu fortunato, ottenne sempre e solamente il detto sulla gallina. Anche col sindaco, che sembrava la persona più colta e più affabile, il tentativo di dialogo si trasformò presto in un monologo di Matraccula, tutto incentrato sull’importanza degli studi della specie umana nei suoi aspetti naturali.
“Eja” disse il sindaco, dopo venti minuti della colta disquisizione. E alla richiesta di spiegazioni sul senso della frase “ e tanto già è una gallina” il primo cittadino rispose: “e tantu ja est una pudda!”
Forse fu questa ennesima delusione che convinse lo studioso a lasciar perdere le interviste sul campo e a dedicarsi alle passeggiate nelle campagne del paese. E così, lentamente, cominciò ad abituarsi al torpore che lo circondava, a cadere pure lui nello stato di afasia su cui voleva indagare. Nel chiuso della sua stanza, tuttavia, non rinunciò a scrivere. Ogni notte, al lume di candela, buttava giù un paio di pagine di appunti. Un lavorio minuzioso che lo impegnò per qualche anno, un’attività che evidentemente gli dava la soddisfazione necessaria e che giustificava la lunga permanenza a Fachetùe. Scrisse due tomi, fra una passeggiata e l’altra. E alla fine del lavoro decise di stabilirsi definitivamente a Fachetue, a godersi il meritato riposo dopo una vita dedicata agli studi.
I due volumi  sono oggi conservati presso l’Ethnographic Museum di una importante città americana. "Schemi di comportamento nelle popolazioni dell’isola del vento, relazioni sociali e dinamiche culturali. " "Storia delle locuzioni locali: tre studi sullo sviluppo del linguaggio nel paese di Fachetùe, 1864-1888." Due volumi di ottocento pagine ciascuno.
Leggerli non mi è stato difficile. Dalla prima all’ultima riga c’è scritto, senza alcun segno d’interpunzione e senza una nota di commento, “Ih e tanto già è una gallina ih e tanto già è una gallina ih e tanto già è una gallina…”

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13 Risposte to “”

  1. AltraBetta said

    inutile cercare il pelo nell’uovo, quindi, no?
    🙂
    anche perché, perso per perso, l’affanno non giustifica se stesso…
    lineare narrazione, godibile canovaccio e significante la portata antropologica della vecchia storia.
    buon brodo, insomma.

  2. Prendaeoro said

    Bir, ecco di cosa si trattava.
    Tornata in Sardegna dopo 4 mesi in continente trascorsi a correre, produrre, comunicare, faticare, dopo poche ore a Casa il mio ritmo vitale ha iniziato a rallentare fino a condurmi alla quasi inattività.
    E’ sopraggiunto in raffreddore, affrontato con indolenza.
    Anche soffiarmi il naso era una gallina.
    Stasera parto, i prossimi giorni saranno difficilissimi.
    Ci vuole tempo per riprendere il ritmo, e per alleggerire il cuore, che ora è gonfio del sangue del distacco.
    Leggerti mi fa sempre bene.

  3. simple said

    OT: un piccolo “premio” ti attende nel mio blog, sperando che non ti dispiaccia.

  4. utente anonimo said

    Bravo Già.
    e Buon Anno

  5. AdRiX said

    Una settimana a Gallinopoli e già mi stavo trasformandomene, non era già una gallina, ma almeno una quaglia era.

  6. aquatarkus said

    Pare che Sarkozy abbia risposto allo stesso modo a qualcuno che gli domandava della sua nuova moglie.
    (auguri Bobbo’ per un 2009 peno di soddisfazioni meritate)

  7. utente anonimo said

    diertr questa roba c’è cosa, messiè

    Carriego

  8. triana said

    tast5era 50*azz5ta, be33a be33a 3a st6r5a,a4g4r5 a4g4r5 tant5 b6bb6!!!!!

  9. C’è cosa, c’è casa, c’è casu….

    bella, come sempre, questa storia.
    Buon 2009, caro Birambai

  10. birambai said

    Buon brodo, buona quaglia, buon ritmo, buon premio, casu bonu, bona bruni, buona tastiera (trianù, si capisce benissimo, hai inventato un nuovo lunguaggio!), roba buona, galline buone e buon anno a tutti.

  11. zop said

    conoscevo uno che stava scrivendo un libro in cui c’era scritto solo “il mattino ha l’oro in bocca”, poi non si è sentito bene e non l’ha finito credo… questo della gallina lo trovo più interessante. tra l’altro parlando con uno storico dell’antopologia, sembra che un tempo, sino al 1700, a Fachetùe si dicesse solo: “Ih e tanto già è un uovo!” Il detto cambiò perlappunto dopo che era nato il pulcino.

  12. Skeight said

    In realtà il bambino aveva l’auricolare del cellulare e stava rispondendo ad una domanda pertinente pulcini e galline mentre il vecchio gli parlava

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