febbraio 26, 2009

Può capitare che Polanca sia di buonumore. E che dica: “Andiamo al lunapark!”
“A Nughes c’è il lunapark?”
“No, ce lo immaginiamo.”
“Sei strano.”
“Non ci vuole nulla.”
“Bah, Polà, a volte penso che tu sia scappato da un cartone animato.”
“Io vado, tu fai come vuoi.”
“Vengo anch’io” dice Bulgaria.

Prima l’uno poi l’altro chiudono gli occhi. E subito cominciano a cantare. Butta in aria le mani… e poi lasciale anda-a-aar. Bulgaria fa anche le mosse, è un bruttissimo spettacolo.
Poi Polanca dice: “Dieci gettoni, mi dia dieci gettoni, sei gialli e quattro rossi.
“ Sono sette euro.”
“Eccone dieci, tenga pure il resto.”
“Cazzo gli hai regalato tre euro, potevi prendere altri tre gettoni!
“Non fare il taccagno, è festa anche per lui.”
“Facciamo un giro sulle seggiole volanti.”
“Va bene, però stavolta mi spingi tu, io sono più leggero.”
Altro giro, altra corsa, se fai come Simone… non puoi certo sbagliar pà- pà- pà -pà papà- papà.
“Adesso! Vaaiiii”
“Prù poleee!
“Preso. Ho preso il nastro, lo sapevo che era la mia giornata, abbiamo vinto un giro!”
“Sì, ma mi ha stufato, andiamo al pungiball.”
Quando sento “pungiball” mi viene voglia di seguirli, Bulgaria che tira le sventole è spettacolo da non perdere.
Prima però tocca a Polanca. Prende un metro di rincorsa e si scaglia con tutta la forza contro l’ovale di cuoio. Stonf. La lancetta si muove di un centimetro.
“Devo spostare il baricentro” dice, massaggiandosi le nocche e girandosi dall’altra parte per nascondere la smorfia di dolore.
“Fatti meno seghe, Polà.”
Bulgaria infila un altro gettone e il braccio di metallo si abbassa di nuovo. Poi si mette a boxare contro l’aria, girandoci intorno col suo metroecinquanta di muscoli. Lo sentiamo che discute con un bersaglio invisibile.
“ Lei la deve smettere di chiamarmi Romania, non glielo ripeto più. E il mio amico è Bobboti, non Borlotti. Questo giochetto di storpiare i nomi la rende ancora più coglione. No, no, a me non mi fa ridere neanche un po’. Unf, unf, unf.”
Poi si ferma, si concentra, stringe i denti. “Te la sei voluta, Emiglio Merda, prenditi questa frequenza!”
Tira una botta che neppure Udella ai tempi dell’europeo l’avrebbe potuta replicare. La macchinetta comincia a suonare, sembra una sirena dell’ambulanza. Stelline e donne nude si illuminano.
Polanca guarda Bulgaria con aria soddisfatta, si capisce che è orgoglioso della sua amicizia.
Più tardi, lanciando i cerchietti di legno, vinciamo due bottiglie di spumante e una bottiglia di uno strano liquore giallo. Bulgaria se ne scola la metà. “Mmmh… così così, è meglio il Vov di mamma.”

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febbraio 21, 2009

Credo che possa bastare, anche se si potrebbe continuare all’infinito. Come nelle paristorias, o i contos de foghile. In fondo non è che un esercizio ispirato a quelle storie che ascoltavo da bambino e alle mille leggende di questa terra.
I due inserti sonori. Il primo è tratto da uno spettacolo di narrazione che ho portato in scena qualche anno fa. C’è il contrabbasso di Pierluigi Manca e la chitarra di Giuseppe Chironi. Quello in fondo al racconto è un’anninnia (una ninna nanna) tradizionale cantata da Tomasella Calvisi.

Allora la storia aveva uno strano andamento, per un po’ veniva avanti e subito si allontanava; in certi momenti si perdeva in luoghi sconosciuti e poco dopo la vedevi vicinissima, come la legna che ardeva nel camino.
Si muoveva come il cane di Antonimaria, che nella storia non sapeva dove andare e sembrava ubriaco, mentre correva avanti e indietro.
Perché Antonimaria era caduto in un crepaccio e il cane non sapeva se tornare al paese a cercare aiuto o se fermarsi lì, a piangere, da solo, la morte del padrone.

E gli occhi di Andria, che raccontava la storia, si facevano per un secondo come quelli di Antonimaria, vuoti e distanti. O come quelli del cane, umidi e pieni di terrore.
E allora anche i miei occhi non sapevano più cosa guardare e fissavano la fiamma. E dentro la fiamma vedevo la mano di Antonimaria che lentamente andava a cercare qualcosa e sembrava che accarezzasse il cane. Perché Antonimaria non era morto.

“E il cane correva a perdifiato” diceva Andria. E  diceva anche che il sole stava tramontando e che non c’era molto tempo.


Si faceva fioca la sua voce, mentre ripeteva che la notte già chiedeva spazio alle poche ore di luce di Gennaio e che presto bisognava andare a dormire. Poi taceva del tutto e in quella pausa potevo sentire il lamento di un ceppo che soffiava fuori la sua umidità, il vento che rispondeva con una nota cupa dentro la canna fumaria.

A un tratto però, un rumore giungeva dalla strada e tutti, nello stesso istante, ci voltavamo verso il portone grande. Qualcuno graffiava sul legno, senza bussare.
“Chi sei?” urlava Andria.
“Sono il cane di Antonimaria, apritemi, presto!”
“Cosa vuoi a quest’ora? Non vedi che stanno per scendere le tenebre?”
“Si tratta del mio padrone, è in pericolo.”
Allora Andria si alzava e andava ad aprire.
“Cosa è successo?”
“Antonimaria… è caduto…”
Il cane non riusciva a parlare, tanto era agitato. Andria gli diceva di sedersi e di riprendere fiato.
“Raccontami bene com’è andata.”
“No, non c’è tempo di raccontarvela adesso, dobbiamo andare alle campagne di Furaentu a soccorrere il padrone. Ve lo racconterò strada facendo.”
Le ombre erano lunghe come la quaresima e magre come il corno. Faceva freddo. Bisognava allungare il passo.
Il cane, che avanzava davanti a tutti, raccontava che nel pomeriggio, lui e Antonimaria, avevano incontrato uno strano personaggio, un uomo vestito di nero, con un cappuccio che gli nascondeva parte del viso e con una bisaccia sulle spalle dalla quale spuntavano oggetti d’oro e d’argento.

 

“Chi sei? Cosa porti dentro la bisaccia?” aveva chiesto Antonimaria.
“Se mi offri un bicchiere di vino ti racconto tutto.”
“Allora Antonimaria aveva offerto il vino allo sconosciuto. E lo sconosciuto aveva cominciato a raccontare.
La storia aveva uno strano andamento, prima mi sembrava di vederla da vicino, poi si allontanava.

Cominciò col dire che si trovava in quella zona da due giorni ma che veniva da un paese lontano, dall’altra parte dell’isola. “L’ho attraversata in lungo e in largo, a piedi. E dopo sette anni, finalmente, ho trovato quello che andavo cercando.”
“E cosa cercavi?” chiese Antonimaria, con un tono poco amichevole.
“Mia moglie” rispose secco lo sconosciuto.
“Nella boscaglia di Furaentu? Hai forse sposato una donnola?” lo incalzò il mio padrone che non aveva nessuna voglia di scherzare.
“No, Billalla Filia, la donna più bella dell’isola.”
A quel punto, l’uomo fece una pausa e il suo sguardo diventò più serio. Quando per un secondo lo puntò su di me, mi sentii invadere da un senso di pietà e uno strano calore mi attraversò la schiena, dalla testa alla coda. Poi, lo sconosciuto riprese, con una voce ancora più calma e con un tono che portava dritto dritto ai campi sconfinati della nostalgia.
“E’ una delle Panas che cantano vicino al fiume qua sotto. Stanotte l’ho vista. Il vecchio aveva proprio ragione.”
“Che vecchio?” chiese Antonimaria.
“Il vecchio di Serres. Ma è una storia lunga.”
“Raccontacela lo stesso, abbiamo tutto il tempo” replicò il mio padrone.
Lo sconosciuto prese un lungo respiro, appoggiò la bisaccia per terra e con un gesto della mano ci invitò a sederci.

 “Billalla mi lasciò, sette anni fa, in una notte maledetta di Febbraio. Morì di parto, portandosi via anche il frutto del nostro amore e spegnendo per sempre la luce della mia esistenza. L’unica cosa che mi rimase era il ricordo di lei, ma anche la memoria divenne uno strazio insopportabile. Per tutto quell’inverno non feci altro che piangere. Qualcuno, fra le poche persone che incontravo, mi diceva che il tempo avrebbe lenito il dolore. Il passare dei mesi, invece, non servì a nulla. Continuavo a vedere Billalla dappertutto, fra i mobili di casa, nelle crepe di un muro, in mezzo alle nuvole. E presto la nostalgia si trasformò in una tortura immedicabile. Più mi agitavo, più mi sentivo prigioniero, dentro la ragnatela di una vita inutile.
Fu Sebastiano Solana, una sera che mi ero stordito di vino nel suo bar, a suggerirmi la strada del vecchio. “Vai a trovarlo, ti farà bene” mi disse.
Ci misi tre giorni a trovare il rifugio nascosto fra i lecci.
Titubante, bussai piano alla porticina di legno. Mi rispose una voce sicura -vieni avanti- come di uno che ti sta aspettando da tempo. Stava lì, seduto su una sedia sgangherata, intento a ravvivare il fuoco, al centro della capanna fatta di basalto e di frasche. Non sollevò neppure lo sguardo.
Era magro da far paura, mangiato dal tempo, più piccolo di come me l’ero figurato.
“Apri quell’armadio, prendine una” mi disse, mentre continuava a pestare un ciocco per staccarne le braci. Come schiusi l’anta, un profumo di mele si diffuse nell’aria. Ne scelsi una e gliela porsi.
“No, tienila tu, stringila fra le mani”.
Mi fece sedere di fronte a lui. Restammo in silenzio per alcuni minuti e per tutto quel tempo non ricordo a cosa pensai. Il vecchio teneva gli occhi chiusi, le mani gli tremavano e le sue labbra si aprivano e si richiudevano, come quelle di chi recita una preghiera muta. “Ora dammela” mi disse, a un certo punto, schiarendosi la voce con un colpo di tosse. Afferrò la melina e facendo pressione con i pollici la spaccò in due. Poi, osservando attentamente nel cuore del frutto, cominciò ad annuire, finché mi parlò, con esperta lentezza: “La potrai rivedere, ma devi andare a cercarla. E una delle Panas che cantano nell’isola.”
Mi spiegò che le donne morte di parto tornano fra i mortali con le stesse sembianze che avevano da vive, condannate a lavare i panni delle loro creature, per un tempo che varia dai due ai sette anni. Per lavare la colpa, di quella morte “impura”. Nei ruscelli, sulle rive dei torrenti, fra l’una e le tre del mattino. Lavano e cantano una ninna- nanna triste.
“La potrai vedere e ascoltare. Ma non potrai parlarle, è pericoloso.E per lei sarebbe una pena.”

“Così, mi parlò.”
Lo sconosciuto fece un’altra pausa.
“ Fu così che cominciò il mio lungo peregrinare. In questi anni l’ho cercata per tutte le valli, ho dormito di giorno e vegliato per lunghe notti, sulle rive dei fiumi. Tutte le notti, per sette lunghissimi anni. E finalmente, quando pensavo di arrendermi, stanotte ho rivisto Billalla.”

Il cane, a quel punto, interrompeva il racconto e rallentava il suo passo. Passandogli davanti, io lo guardavo negli occhi. E vedevo che luccicavano. Anche  gli occhi di Andria brillavano di una luce diversa, in quel preciso momento. E non era il riflesso del fuoco.

 Vai avanti, pensavo, prenditi il tempo per domare l’emozione, ma vai avanti, ti prego.

“Non c’è molto tempo, è già buio, e il maestrale sta rinforzando” diceva Andria.

Il cane riprendeva allora a camminare  più svelto. E il racconto ripartiva.

 

Eravamo incantati e commossi dalla storia dello sconosciuto. Ci sembrava di vederlo al cinematografo l’incontro con la sua donna, tanto era intensa la descrizione che ne faceva:

“Mentre risalivo il fiume, tenendomi un poco a monte del letto irregolare e  facendomi luce con una ferula accesa, ho sentito un canto lontano. Un’anninnia riempiva la notte. E c’era un bambino che diventava una stella e un pesce che scavava la terra e la cima di un monte che diventava un re, nei giardini dei campi di Seusè. E c’era la calma, nella voce che si mescolava nell’acqua, la malinconia dell’Isola di pietra, drommi prenda ‘e oro, drommi cuntentu ti ninnat su entu.

Quando l’ho intravista, china su un sasso, intenta a sfregare i panni, ho avuto un mancamento.  Era più bella di come la ricordavo.  Vestita di bianco, con i capelli raccolti che lasciavano vedere il collo,  pallida, nella luce della luna che le cadeva sulle spalle e sulla morbida linea del seno. L’ho osservata per un po’, dall’alto, senza farmi vedere. Mi sembrava di essere caduto dentro un sogno e per tornare alla realtà continuavo a stringere con forza le palpebre, prima di tornare a guardarla.

Poi, dimenticandomi della raccomandazione del vecchio, non ho saputo più resistere. Ho tratto dalla bisaccia una scatola di fiammiferi e la lampada a petrolio che utilizzavo solo nei casi di estremo bisogno. L’ho accesa e mi sono avvicinato alla riva del fiume: “Billalla, sono qui, sono io, fiore meu!” Lei, interrompendo il canto e sollevandosi con uno scatto, mi ha guardato, senza dire una parola. Nel suo sguardo c’era qualcosa di strano,  sembrava sorpresa e piena di paura. “Sono io, lizzu galanu, sono venuto a riprenderti.”  A quel punto, con un altro movimento repentino, Billalla ha immerso una  mano dentro l’acqua e facendo ruotare il braccio me l’ha schizzata addosso.  Ho sentito la pelle del viso bruciare, come se mi avesse lanciato dell’olio bollente. Ho fatto in tempo a vederla sparire nel nulla, poi sono svenuto per il dolore. Guardate, qui.”

Aveva scontato con precauzione un lembo del cappuccio del pastrano di orbace: un’ustione profonda gli aveva scarnificato il viso e scoperto l’osso della mandibola.

“E poi?” aveva detto a quel punto Antonimaria.

“Poi la storia si fa strana. Mi è apparso un uomo, il vecchio della capanna. Ma le cose che sono successe dopo hanno uno svolgimento particolare, senza una precisa direzione. Non credo che vi possa interessare.”

“Ci interessano. Vai avanti.”

 

“Era lui. L’uomo che mi parlava in quella specie di stanza vuota, nella quale ero finito dopo lo svenimento, era proprio il vecchio che avevo incontrato molti anni prima nella capanna di Serres. Non riuscivo a vederlo bene in faccia, aveva la testa immersa dentro una  nuvola verde che ne lasciava appena intuire i contorni. Ma la voce, la voce che mi aveva ridato la forza di sopravvivere e che mi aveva condotto fin lì, era indiscutibilmente la sua. L’avevo riascoltata dentro di me ogni giorno che Dio manda in terra, come un disco incantato per sempre, e l’avrei potuta riconoscere fra milioni di suoni: “La potrai vedere, la potrai rivedere e riascoltare”.

Ci trovavamo fra pareti altissime e sotto un soffitto tanto distante da sembrare un cielo senza stelle. O forse era proprio la volta celeste, tutto quel nero che vedevo. La stanza era larga dieci metri e lunga almeno il doppio. Il vecchio stava dalla parte opposta alla mia, addossato al muro. Ogni tanto muoveva la mano sinistra, come se volesse scacciare la nuvola che lo circondava. Con l’altra si stringeva una coscia, così come fanno i vecchi quando sentono i dolori dell’artrosi.

“ Non dovevi parlarle,” continuava a ripetermi, “non dovevi parlarle. Ora la sua condanna ricomincerà daccapo, ora dovrà lavare i panni per altri sette anni. Per questo ha reagito così. Però ti  ha riconosciuto e ti ama ancora. Avrebbe potuto ucciderti, altrimenti. O trasformati in uno dei ciottoli rossi che stanno sull’argine del fiume. Non la potrai più rivedere, non riuscirai più a trovarla, ora. A meno che…”

“ A meno che?”

“A meno che tu non riesca a trovare il tesoro dei  monaci cistercensi.”

“Un tesoro?”

“Sì. E’a breve distanza da qui, fra i ruderi dell’abbazia. I monaci francesi erano padroni di questo territorio, un tempo. Quando ci fu la peste, otto secoli fa,  dovettero andar via in tutta fretta e nascosero i loro tesori. Pensavano di tornare sull’isola. Invece l’epidemia durò molto più tempo del previsto e così rimasero in Francia. E le loro ricchezze sotto terra,  ben nascoste e difese dalle mosche machedde. Finora nessuno è riuscito a scovarle e chi c’è andato vicino è stato aggredito e ucciso da quegli orribili insetti.”

“E se lo trovo potrò rivedere Billalla?”

“Forse. La libererai comunque dalla maledizione del non riposo. Si dice che fra gli oggetti nascosti dai monaci uno di essi, e solo uno, contenga il potere della quiete. Dovrai scoprire qual è e affidarlo alle acque di un fiume.”

“Ci proverò. Sono pronto a dare la vita, pur di aiutarla.”

“Il monastero si trova due chilometri più a Nord, vicino al crepaccio di Furrulongu.

Che la fortuna sia con te.”

 

Mi sono svegliato in uno stato di totale confusione, con la testa pesante e con il cuore stretto in una morsa. In compenso, il dolore della bruciatura era totalmente scomparso, come per incanto. Il timido chiarore dell’alba cominciava a posarsi sul costone roccioso di fronte. Dalla posizione supina in cui mi ero ritrovato, potevo ammirarne tutta la solennità.  Nel silenzio del giorno che nasceva, udivo solo i lievi rumori provocati da qualche pesce che risaliva alla superficie del fiume alla ricerca di cibo. Tutto questo acuiva il  senso  di smarrimento. Ma non c’era tempo da perdere, dovevo reagire. Dovevo andare alla ricerca del tesoro.  

Con fatica ho risalito il pendio scosceso, puntando verso Nord, e in meno di dieci minuti ero su un altopiano coperto da una boscaglia fittissima, invaso da rovi che rendevano difficile il passaggio. Con il falcetto mi sono dovuto più volte aprire la strada.

Dopo tre ore, con le mani sanguinanti e le gambe ormai insensibili per lo sforzo, ho finalmente avvistato il crepaccio di Furrulongu. E dopo una perlustrazione durata mezz’ora, ecco finalmente i ruderi del monastero.

Non c’è stato bisogno di esplorare a lungo fra le macerie: un ronzio fortissimo arrivava alla mia sinistra, da dietro un muro di pietra con una piccola apertura, una specie di finestrella.

Mi ci sono affacciato: davanti a me un orribile spettacolo, l’orrore più grande che avessi mai provato.

Migliaia di insetti giganti, grandi come noci e coperti di una peluria bianca, volavano a una breve altezza dal suolo, cozzando fra loro e lottando aspramente. Quando i più tenaci riuscivano ad avere il sopravvento sugli altri, si posavano sulla preda che si stavano contendendo: il corpo di un uomo, in avanzato stato di putrefazione, quasi del tutto coperto da altre centinaia di mosche e da un groviglio brulicante di larve bianche. Poco più avanti, vicino alle fondamenta di quello che un tempo era stato un  refettorio,  alcuni scheletri umani, adagiati sull’erba, riflettevano la luce del sole.

Paralizzato dal terrore e nauseato dal tanfo, sono rimasto immobile, senza muovere un muscolo, respirando appena. Per alcuni minuti mi sono sentito perso. Al frastuono delle mosche si sovrapponeva il ritmo impazzito del cuore.

Non so se definire pazzia o lucidità quello che ho fatto dopo. Forse era un modo istintivo di scacciare la paura. Fatto sta che a un certo punto ho cominciato a cantare. Una nenia, un antica nenia che molte volte avevo sentito da bambino e che tutti, in paese, consideravano magica. La cantilena che ipnotizzava le api.

Beeeella bella bella bella bella bè. Beella bella bella bella bella bè…

 

Il cane, allora, si perdeva dentro quel canto. Andria rimaneva silenzioso. E io, di nuovo, mi perdevo dentro una lingua del fuoco. La storia si allontanava ancora una volta. Fra i suoni e le voci, c’era Maria Pipiola.




Cadeva l’ultimo pugno di terra, l’addio cominciava a farsi riposo e memoria. Poi ancora il suono dei passi, nella salita che dal cimitero riportava a casa. Alcuni finivano dentro una bettola. O in una cantina. Per un bicchiere di vino rosso, un caffé, un rosolio. Per il bene dell’anima in viaggio.

Poi il silenzio, nella bruma del tardo pomeriggio che avvolgeva il paese.

Solo allora Andria mi riconduceva nei sentieri della campagna di Furaentu: “Vai avanti, se vuoi che salviamo il tuo padrone.”

 Il sole era ormai tramontato. Gli alberi intorno a noi, col passare dei minuti, diventavano sagome scure e minacciose.

Il cane si risvegliava: “Siamo quasi arrivati, il crepaccio è poco lontano.”

“Vai più veloce. E continua a raccontare.”

Allora il cane diceva che lo sconosciuto era riuscito a sconfiggere le mosche machedde.

“Col canto di Maria Pipiola?” chiedeva, Andria, al cane.

“Proprio così!” rispondeva l’animale, riprendendo a scuotere la coda.

 

“Proprio così, con quella stessa cantilena che sentivo da piccolo” diceva lo sconosciuto, con un sorriso smorzato.

“E poi che hai fatto?”

“Quando ho sentito che il ronzio era quasi del tutto cessato, mi sono riaffacciato oltre il muro del refettorio. Le mosche avevano smesso la lotta e si erano tutte posate sopra il cadavere. Formavano, ora, una specie di palla pelosa, animata dal lento movimento di migliaia di zampe. Con molta cautela, ho scavalcato la finestrella, stringendo un fazzoletto intorno al naso. Avevo ancora una buona riserva di petrolio, dentro la tanica di rifornimento per la lampada. L’ho scaricato tutto sul cumulo mefitico. E gli ho dato fuoco. Ci sono voluti dieci minuti, prima che le fiamme smettessero di sfrigolare. A quel punto ho preso la vanga che la povera vittima aveva abbandonato a pochi metri di distanza e ho cominciato a scavare: volevo seppellire quei coraggiosi che mi avevano preceduto negli anni, volevo dare a tutti loro una degna sepoltura.

Ero quasi a un metro di profondità, quando ho sentito che qualcosa di più duro mi impediva di allargare la fossa. Ma ho fatto ricorso alle ultime energie che mi rimanevano, per assestare altri colpi di pala. E dopo un minuto, quando ormai pensavo di arrendermi, ecco che la sagoma di una cassa di legno prendeva forma sotto il mio sguardo. A quella vista mi sono tornate le forze e ho continuato a scavare come un forsennato. Mi sentivo rincuorato: su posidu, il tesoro che cercavo, era venuto alla luce per caso, come se gli dei mi avessero voluto aiutare nella difficile impresa.

La cassa era lunga quasi un metro e larga non meno di settanta centimetri. Cercare di tirarla fuori era impossibile, per sollevare quel peso non sarebbero bastate le braccia di dieci uomini. Per fortuna il legno era marcio in diversi punti, e così far saltare il coperchio è stato più facile di quanto avevo sperato. Il cuore, ancora una volta, mi è salito in gola.  Non vi dico lo stupore, di fronte a tanta ricchezza. C’era un’enorme quantità d’oggetti d’oro: monete, anelli, catene, crocefissi, navicelle.  E altri d’argento: candelabri, coppe, turiboli, ornamenti sacri. Tutti finemente lavorati, alcuni ornati di pietre preziose. Ho raccolto quanto ho potuto, ho riempito la bisaccia fino al peso limite che avrei potuto trasportare. Gli altri oggetti sono nascosti ancora lì, a poca distanza, in un punto che potrò ritrovare facilmente. Poi ho sepolto i cadaveri, per ognuno di loro ho costruito una croce di rami secchi e l’ho conficcata sulla terra umida. Non ho detto preghiere, non le so dire. Sono andato via col cuore pieno di fiducia.

Questo è tutto. Quando ho incontrato voi stavo cercando il sentiero che riporta al fiume. Voglio salvare Billalla.

 “Potresti non avere con te l’oggetto che la salverà.”

Nelle parole di Antonimaria c’era uno slancio di solidarietà. Non avevo mai visto il mio padrone così preoccupato per le sorti di uno sconosciuto.

“Non potrò mai scoprirlo se non ci proverò. Forse ci vorrà molto tempo, potrò abbandonare alla corrente del fiume un oggetto per volta.  Sarà un tempo che mi farà vivere.”

“Potrebbe anche farti morire. Sei ridotto uno straccio, dovresti riposare un po’.”

“E’ quello che cerco da sette anni.”

Senza aggiungere altro, lo sconosciuto si è alzato. Ha stretto la mano ad Antonimaria, ringraziandolo per il vino. A me ha riservato una carezza sulla testa, di quelle che nessuno mi fa, a parte il padrone.

Poi si è caricato la bisaccia sulle spalle, ha salutato un’ultima volta e si è messo in marcia.

Antonimaria mi ha guardato. Io ho guardato lui. Sono sicuro che in quel momento il mio cuore di cane e il suo cuore di vecchio pesavano di più.

Siamo rimasti così, come dentro una fotografia. Poi Antonimaria mi ha ordinato di continuare la ricerca del passaggio dei cinghiali. Ho fatto un breve giro, annusando il terreno. E dopo pochi metri  ho trovato,  fra i rami di un arbusto, una navicella d’oro. Ho richiamato l’attenzione del padrone.

“E’ dello sconosciuto, l’ha perduta, dobbiamo restituirla.”

 

Allora Antonimaria afferrava la navicella e si metteva a correre. Correva piano perché era vecchio. Ma correva veloce, perché voleva raggiungere lo sconosciuto. E inciampava in una radice di ginepro. E cadeva. E rotolava. E cascava giù, in fondo al crepaccio.

 

“L’ho visto sparire in un momento. Sembrava che se l’avesse inghiottito la montagna. Non sapevo cosa fare.  Non sapevo se rimanere lì, a piangere la morte di Antonimaria, o se tornare in paese a chiedere aiuto. Sono venuto da voi. Solo voi, Andrì, potevate aiutarmi.

Ma siamo arrivati… ecco il dirupo.”

“In quale punto è caduto?” chiedeva Andria.

“Lì, dieci metri più avanti.”

“Bisognerà fare molta attenzione. Voi aspettatemi qui.”

 

 Prendeva una corda, Andria, e se la legava alla vita. Poi annodava l’altro capo al tronco di una quercia. E lo vedevamo eclissarsi dentro la voragine. C’era poca luce. La luna spariva e riappariva, fra le gli schermi intermittenti di nuvole spinte dal maestrale. E io avevo paura. E anche il cane era nervoso. Ma allora, proprio quando le tenebre si facevano più fitte e si sentiva solo il vento che batteva sulle fronde delle piante, appariva una luce. La luce di una ferula che disegnava cerchi nel buio. “Figlio d’un cane!” urlava un uomo, a breve distanza. “Ti sembra questo il modo di dimostrare la tua fedeltà? Abbandonare il padrone nel momento del bisogno?”

Era Antonimaria. Avanzava zoppicando, aveva una gamba malamente fasciata con una stecca di legno e una camicia strappata.

Allora il cane gli saltava addosso e lo riempiva di feste, leccandogli il viso e le mani. E io lo salutavo e ridevo insieme a lui. E poi tiravamo la corda e anche Andria, poco dopo, era assieme a noi, a rallegrarsi e augurare un’altra  sventura così dopo altri cent’anni.

“Ma chi diavolo ti ha tirato su?” chiedeva Andria.

“Accendiamo un fuoco, ora. E offrimi un bicchiere di vino. Ti racconterò com’è andata.”

Andria accendeva il fuoco.

“E’ stato uno sconosciuto a salvarmi, uno che avevamo incontrato nel pomeriggio.  Gli era cascato il coltello e mentre lo inseguivo per restituirglielo sono scivolato e…”

“Il coltello?”

“Sì, la leppa, una bellissima leppa col manico di corno. E’ stato il cane a trovarla. Anche se infedele, Pensapodè è sveglio. E’ il cane più sveglio  che io abbia mai conosciuto, gli manca solo la parola.”

Io e Andria ci guardavamo, nell’oscurità appena rischiarata dal fuoco. Pensapodè abbaiava felice.

“Non sono caduto fino in fondo. Una mano divina ha fatto sì che il mio volo si sia fermato dopo pochi metri, su uno spuntone di roccia. Sono rimasto incastrato per quasi un’ora,  finché lo sconosciuto, che era tornato indietro a cercare il suo oggetto prezioso, non ha sentito la mia invocazione di aiuto ed è venuto a tirarmi su con una corda. Mi ha fasciato la gamba con la sua camicia e mi ha portato sulle spalle fin qui. Mi ha regalato il suo pastrano e se n’è andato.  Ha detto che aveva una cosa importante da fare, che doveva arrivare al fiume prima del tramonto.  Sapevo che prima o poi sareste arrivati voi, che Dio vi benedica.”

“Mangia, ora!” diceva, Andria, porgendogli una fetta di pane e un pezzo di formaggio.”

Mangiavamo tutti. Anche il cane riceveva la sua parte di cena. Ora non parlava più nessuno. La luna brillava di più, più in alto. Il vento si calmava del tutto. E in quel silenzio, da un punto lontano, amplificata dalle pareti di granito che ci circondavano, arrivava all’improvviso un canto.

Una donna cantava una ninna nanna. Un uomo rispondeva,  “a boghe ‘e notte”, con dei versi d’amore.

Allora, io mi addormentavo. Allora,  Billalla, mia nonna, la moglie di Andria, mi prendeva in braccio e mi accompagnava al letto e mi rimboccava le coperte. “Drommi, fiore meu” mi diceva, “dormi, ché fuori la notte è cattiva.”

febbraio 19, 2009

vedi sopra

febbraio 7, 2009

Millu!

febbraio 7, 2009

Allora la storia aveva uno strano andamento, per un po’ veniva avanti e subito si allontanava; in certi momenti si perdeva in luoghi sconosciuti e poco dopo la vedevi vicinissima, come la legna che ardeva nel camino.
Si muoveva come il cane di Antonimaria, che nella storia non sapeva dove andare e sembrava ubriaco, mentre correva avanti e indietro.
Perché Antonimaria era caduto in un crepaccio e il cane non sapeva se tornare al paese a cercare aiuto o se fermarsi lì, a piangere, da solo, la morte del padrone.
E gli occhi di Andria, che raccontava la storia, si facevano per un secondo come quelli di Antonimaria, vuoti e distanti. O come quelli del cane, umidi e pieni di terrore.
E allora anche i miei occhi non sapevano più cosa guardare e fissavano la fiamma. E dentro la fiamma vedevo la mano di Antonimaria che lentamente andava a cercare qualcosa e sembrava che accarezzasse il cane. Perché Antonimaria non era morto.
“E il cane correva a perdifiato” diceva Andria. E diceva anche che il sole stava tramontando e che non c’era molto tempo.

Si faceva fioca la sua voce, mentre ripeteva che la notte stava già chiedendo spazio alle poche ore di luce di Gennaio e che presto bisognava andare a dormire. Poi taceva del tutto e in quella pausa potevo sentire il lamento di un ceppo che soffiava fuori la sua umidità. Il vento che rispondeva con una nota cupa dentro la canna fumaria.
A un tratto però un rumore giungeva dalla strada e tutti, nello stesso istante, ci voltavamo verso il portone grande. Qualcuno graffiava sul legno, senza bussare.
“Chi sei?” urlava Andria.
“Sono il cane di Antonimaria, apritemi, presto!”
“Cosa vuoi a quest’ora? Non vedi che stanno per scendere le tenebre?”
“Si tratta del mio padrone, è in pericolo.”
Allora Andria si alzava e andava ad aprire.
“Cosa è successo?”
“Antonimaria… è caduto…”
Il cane non riusciva a parlare, tanto era agitato. Andria gli diceva di sedersi e di riprendere fiato.
“Raccontami bene com’è andata.”
“No, non c’è tempo di raccontarvela adesso, dobbiamo andare alle campagne di Furaentu a soccorrere il padrone. Ve lo racconterò strada facendo.”
Le ombre erano lunghe come la quaresima e magre come il corno. Faceva freddo. Bisognava allungare il passo.
Il cane, che avanzava davanti a tutti, raccontava che nel pomeriggio, lui e Antonimaria, avevano incontrato uno strano personaggio, un uomo vestito di nero, con un cappuccio che gli nascondeva parte del viso e con una bisaccia sulle spalle dalla quale spuntavano oggetti d’oro e d’argento.

“Chi sei? Cosa porti dentro la bisaccia?” aveva chiesto Antonimaria.
“Se mi offri un bicchiere di vino ti racconto tutto.”
“Allora Antonimaria aveva offerto il vino allo sconosciuto. E lo sconosciuto aveva cominciato a raccontare.
La storia aveva uno strano andamento, prima mi sembrava di vederla da vicino, poi si allontanava.

Cominciò col dire che si trovava in quella zona da due giorni ma che veniva da un paese lontano, dall’altra parte dell’isola. “L’ho attraversata in lungo e in largo, a piedi. E dopo sette anni, finalmente, ho trovato quello che andavo cercando.”
“E cosa cercavi?” chiese Antonimaria, con un tono poco amichevole.
“Mia moglie” rispose secco lo sconosciuto.
“Nella boscaglia di Furaentu? Hai forse sposato una donnola?” lo incalzò il mio padrone che non aveva nessuna voglia di scherzare.
“No, Billalla Filia, la donna più bella dell’isola.”
A quel punto, l’uomo fece una pausa e il suo sguardo diventò più serio. Quando per un secondo lo puntò su di me, mi sentii invadere da un senso di pietà e uno strano calore mi attraversò la schiena, dalla testa alla coda. Poi, lo sconosciuto riprese, con una voce ancora più calma e con un tono che portava dritto dritto ai campi sconfinati della nostalgia.
“E’ una delle Panas che cantano vicino al fiume qua sotto. Stanotte l’ho vista. Il vecchio aveva proprio ragione.”
“Che vecchio?” chiese Antonimaria.
“Il vecchio di Serres. Ma è una storia lunga.”
“Raccontacela lo stesso, abbiamo tutto il tempo” replicò il mio padrone.
Lo sconosciuto prese un lungo respiro, appoggiò la bisaccia per terra e con un gesto della mano ci invitò a sederci.
“Billalla mi lasciò, sette anni fa, in una notte maledetta di Febbraio. Morì di parto, portandosi via anche il frutto del nostro amore e spegnendo per sempre la luce della mia esistenza. L’unica cosa che mi rimase era il ricordo di lei, ma anche la memoria divenne uno strazio insopportabile. Per tutto quell’inverno non feci altro che piangere. Qualcuno, fra le poche persone che vedevo, mi diceva che il tempo avrebbe lenito il dolore. Il passare dei mesi, invece, non servì a nulla. Continuavo a vedere Billalla dappertutto, fra i mobili di casa, nelle crepe di un muro, in mezzo alle nuvole. E presto la nostalgia si trasformò in una tortura immedicabile. Più mi agitavo, più mi sentivo prigioniero, dentro la ragnatela di una vita inutile.
Fu Sebastiano Solana, una sera che mi ero stordito di vino nel suo bar, a suggerirmi la strada del vecchio. “Vai a trovarlo, ti farà bene” mi disse.
Ci misi tre giorni a trovare il rifugio nascosto fra i lecci.
Titubante, bussai piano alla porticina di legno. Mi rispose una voce sicura -vieni avanti- come di uno che ti sta aspettando da tempo. Stava lì, seduto su una sedia sgangherata, intento a ravvivare il fuoco, al centro della capanna fatta di basalto e di frasche. Non sollevò neppure lo sguardo.
Era magro da far paura, mangiato dal tempo, più piccolo di come me l’ero figurato.
“Apri quell’armadio, prendine una” mi disse, mentre continuava a pestare un ciocco per staccarne le braci. Come schiusi l’anta, un profumo di mele si diffuse nell’aria. Ne scelsi una e gliela porsi.
“No, tienila tu, stringila fra le mani”.
Mi fece sedere di fronte a lui. Restammo in silenzio per molti minuti e per tutto quel tempo non ricordo a cosa pensai. Il vecchio teneva gli occhi chiusi, le mani gli tremavano e le sue labbra si aprivano e si richiudevano, come quelle di chi recita una preghiera muta. “Ora dammela” mi disse, a un certo punto, schiarendosi la voce con un colpo di tosse. Afferrò la melina e facendo pressione con i pollici la spaccò in due. Poi, osservando attentamente nel cuore del frutto, cominciò ad annuire, finché mi parlò, con esperta lentezza: “La potrai rivedere, ma devi andare a cercarla. E una delle Panas che cantano nell’isola.”
Mi spiegò che le donne morte di parto tornano fra i mortali con le stesse sembianze che avevano da vive, condannate a lavare i panni delle loro creature, per un tempo che varia dai due ai sette anni. Per lavare la colpa, di quella morte “impura”. Nei ruscelli, sulle rive dei torrenti, fra l’una e le tre del mattino. Lavano e cantano una ninna- nanna triste.
“La potrai vedere e ascoltare. Ma non potrai parlarle, è pericoloso.E per lei sarebbe una pena.” Così, mi parlò.”
Lo sconosciuto fece un’altra pausa.
“ Fu così che cominciò il mio lungo peregrinare. In questi anni l’ho cercata per tutte le valli, ho dormito di giorno e vegliato per lunghe notti, sulle rive dei fiumi. Tutte le notti, per sette lunghissimi anni. E finalmente, quando pensavo di arrendermi, stanotte ho rivisto Billalla.”

Il cane, a quel punto, interrompeva il racconto e rallentava il suo passo. Passandogli davanti, io lo guardavo negli occhi. E vedevo che luccicavano. Anche gli occhi di Andria brillavano di una luce diversa, in quel preciso momento. E non era il riflesso del fuoco.
Vai avanti, pensavo, prenditi il tempo per domare l’emozione, ma vai avanti, ti prego.
“Non c’è molto tempo, è già buio, e il maestrale sta rinforzando” diceva Andria.
Il cane riprendeva allora a camminare più svelto. E il racconto ripartiva.

Eravamo incantati e commossi dalla storia dello sconosciuto. Ci sembrava di vederlo al cinematografo l’incontro con la sua donna, tanto era intensa la descrizione che ne faceva:
“Mentre risalivo il fiume, tenendomi un poco a monte del letto irregolare e facendomi luce con una ferula accesa, ho sentito un canto lontano. Un’anninnia riempiva la notte. E c’era un bambino che diventava una stella e un pesce che scavava la terra e la cima di un monte che diventava un re, nei giardini dei campi di Seusè. E c’era la calma, nella voce che si mescolava nell’acqua, la malinconia dell’Isola di pietra, drommi prenda ‘e oro, drommi cuntentu ti ninnat su entu.
Quando l’ho intravista, china su un sasso, intenta a sfregare i panni, ho avuto un mancamento. Era più bella di come la ricordavo. Vestita di bianco, con i capelli raccolti che lasciavano vedere il collo, pallida, nella luce della luna che le cadeva sulle spalle e sulla morbida linea del seno. L’ho osservata per un po’, dall’alto, senza farmi vedere. Mi sembrava di essere caduto dentro un sogno e per tornare alla realtà continuavo a stringere con forza le palpebre, prima di tornare a guardarla.
Poi, dimenticandomi della raccomandazione del vecchio, non ho saputo più resistere. Ho tratto dalla bisaccia una scatola di fiammiferi e la lampada a petrolio che utilizzavo solo nei casi di estremo bisogno. L’ho accesa e mi sono avvicinato alla riva del fiume: “Billalla, sono qui, sono io, fiore meu!” Lei, interrompendo il canto e sollevandosi con uno scatto, mi ha guardato, senza dire una parola. Nel suo sguardo c’era qualcosa di strano, sembrava sorpresa e piena di paura. “Sono io, lizzu galanu, sono venuto a riprenderti.” A quel punto, con un altro movimento repentino, Billalla ha immerso una mano dentro l’acqua e facendo ruotare il braccio me l’ha schizzata addosso. Ho sentito la pelle del viso bruciare, come se mi avesse lanciato dell’olio bollente. Ho fatto in tempo a vederla sparire nel nulla, poi sono svenuto per il dolore. Guardate, qui.”
Aveva scontato con precauzione un lembo del cappuccio del pastrano di orbace: un’ustione profonda gli aveva scarnificato il viso e scoperto l’osso della mandibola.
“E poi?” aveva detto a quel punto Antonimaria.
“Poi la storia si fa strana. Mi è apparso un uomo, il vecchio della capanna. Ma le cose che sono successe dopo hanno uno svolgimento particolare, senza una precisa direzione. Non credo che vi possa interessare.”
“Ci interessano. Vai avanti.”

“Era lui. L’uomo che mi parlava in quella specie di stanza vuota nella quale ero finito dopo lo svenimento, era proprio il vecchio che avevo incontrato molti anni prima nella capanna di Serres. Non riuscivo a vederlo bene in faccia, aveva la testa immersa in una specie di nuvola verde che ne lasciava appena intuire i contorni. Ma la voce, la voce che mi aveva ridato la forza di sopravvivere e che mi aveva condotto fin lì, era indiscutibilmente la sua. L’avevo riascoltata dentro di me ogni giorno, come un disco incantato per sempre, e l’avrei potuta riconoscere fra milioni di suoni: "La potrai vedere, la potrai rivedere e riascoltare.
Ci trovavamo fra pareti altissime e sotto un soffitto tanto distante da sembrare un cielo senza stelle. O forse era proprio la volta celeste, tutto quel nero che vedevo. La stanza era larga almeno dieci metri e lunga il doppio. Il vecchio stava dalla parte opposta alla mia, addossato al muro. Ogni tanto muoveva la mano sinistra, come se volesse scacciare la nuvola che lo circondava. Con l’altra si stringeva una coscia, così come fanno i vecchi quando sentono i dolori dell’artrosi.
“ Non dovevi parlarle,” continuava a ripetermi, “non dovevi parlarle. Ora la sua condanna ricomincerà daccapo, dovrà lavare i panni per altri sette anni. Per questo ha reagito così. Però ti ha riconosciuto e ti ama ancora. Avrebbe potuto ucciderti, altrimenti. O trasformati in uno dei ciottoli rossi che stanno sull’argine del fiume. Non la potrai più rivedere, non riuscirai più a trovarla, ora. A meno che…”
“ A meno che?”
“A meno che tu non riesca a trovare il tesoro dei monaci cistercensi.”
“Un tesoro?”
“Sì. E’a breve distanza da qui, fra i ruderi dell’abbazia. I monaci francesi erano padroni di questo territorio, un tempo. Quando ci fu la peste, otto secoli fa, dovettero andar via in tutta fretta e nascosero qui i loro tesori. Pensavano di tornare sull’isola. Invece l’epidemia durò molto più tempo del previsto e così rimasero in Francia. E le loro ricchezze sotto terra. Ben nascoste e difese dalle mosche machedde. Finora nessuno è riuscito a scovarle e chi c’è andato vicino è stato aggredito e ucciso da quegli orribili insetti.”
“E se lo trovo potrò rivedere Billalla?”
“Forse. La libererai comunque dalla maledizione del non riposo.”
“Ci proverò. Sono pronto a dare la vita, pur di aiutarla.”
“Il monastero si trova due chilometri più a Nord, vicino al crepaccio di Furrulongu.
Che la fortuna sia con te.”

Mi sono svegliato in uno stato di totale confusione, con la testa pesante e con il cuore stretto in una morsa. In compenso, il dolore della bruciatura era totalmente scomparso, come per incanto. Il timido chiarore dell’alba cominciava a posarsi sul costone roccioso di fronte. Dalla posizione supina in cui mi ero ritrovato, potevo ammirarne tutta la solennità. Nel silenzio del giorno che nasceva, udivo solo i lievi rumori provocati da qualche pesce che risaliva alla superficie del fiume nella ricerca di cibo. Tutto questo acuiva il senso di smarrimento profondo. Ma non c’era tempo da perdere, dovevo reagire. Dovevo andare alla ricerca del tesoro.
Con molta fatica ho risalito il pendio scosceso, puntando verso Nord, e in meno di dieci minuti ero su un altopiano coperto da una boscaglia fittissima, invaso da rovi che rendevano difficile il passaggio. Con il falcetto mi sono dovuto più volte aprire la strada. Dopo tre ore, con le mani sanguinanti e le gambe ormai insensibili per lo sforzo, ho finalmente avvistato il crepaccio di Furrulongu. E dopo una perlustrazione durata mezz’ora, ecco finalmente i ruderi del monastero.
Non c’è stato bisogno di esplorare a lungo fra le macerie: un ronzio fortissimo arrivava alla mia sinistra, dietro un muro di pietra con una piccola apertura, una specie di finestrella.
Mi ci sono affacciato. Davanti a me un orribile spettacolo, l’orrore più grande che avessi mai provato.
Migliaia di insetti giganti, grandi come noci e coperti di una peluria bianca, volavano a una breve altezza dal suolo, sbattendo fra loro e lottando aspramente. Quando i più tenaci riuscivano ad avere il sopravvento sugli altri, si posavano sulla preda che si stavano contendendo: il corpo di un uomo, in avanzato stato di putrefazione, quasi del tutto coperto da altre centinaia di mosche e da un groviglio brulicante di larve bianche. Poco più avanti, vicino alle fondamenta di quello che un tempo era stato un refettorio, alcuni scheletri umani, adagiati sull’erba, riflettevano la luce del sole.
Paralizzato dal terrore e nauseato dal tanfo, sono rimasto immobile, senza muovere un muscolo, respirando appena. Per alcuni minuti mi sono sentito perso. Al frastuono delle mosche si sovrapponeva il ritmo impazzito del cuore.
Non so se definire pazzia o lucidità quello che ho fatto dopo. Fatto sta che a un certo punto ho cominciato a cantare. Una nenia, un’ antica nenia che molte volte avevo sentito da bambino e che tutti, in paese, consideravano magica. La cantilena che ipnotizzava le api.
Beeeella bella bella bella bella bè. Beella bella bella bella bella bè….

Il cane, allora, si perdeva dentro quel canto. Andria rimaneva silenzioso. E io, di nuovo, mi perdevo dentro una lingua del fuoco. La storia si allontanava ancora una volta, fra i suoni e le voci. C’era Maria Pipiola.

…  continua


febbraio 5, 2009


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