febbraio 7, 2009

Allora la storia aveva uno strano andamento, per un po’ veniva avanti e subito si allontanava; in certi momenti si perdeva in luoghi sconosciuti e poco dopo la vedevi vicinissima, come la legna che ardeva nel camino.
Si muoveva come il cane di Antonimaria, che nella storia non sapeva dove andare e sembrava ubriaco, mentre correva avanti e indietro.
Perché Antonimaria era caduto in un crepaccio e il cane non sapeva se tornare al paese a cercare aiuto o se fermarsi lì, a piangere, da solo, la morte del padrone.
E gli occhi di Andria, che raccontava la storia, si facevano per un secondo come quelli di Antonimaria, vuoti e distanti. O come quelli del cane, umidi e pieni di terrore.
E allora anche i miei occhi non sapevano più cosa guardare e fissavano la fiamma. E dentro la fiamma vedevo la mano di Antonimaria che lentamente andava a cercare qualcosa e sembrava che accarezzasse il cane. Perché Antonimaria non era morto.
“E il cane correva a perdifiato” diceva Andria. E diceva anche che il sole stava tramontando e che non c’era molto tempo.

Si faceva fioca la sua voce, mentre ripeteva che la notte stava già chiedendo spazio alle poche ore di luce di Gennaio e che presto bisognava andare a dormire. Poi taceva del tutto e in quella pausa potevo sentire il lamento di un ceppo che soffiava fuori la sua umidità. Il vento che rispondeva con una nota cupa dentro la canna fumaria.
A un tratto però un rumore giungeva dalla strada e tutti, nello stesso istante, ci voltavamo verso il portone grande. Qualcuno graffiava sul legno, senza bussare.
“Chi sei?” urlava Andria.
“Sono il cane di Antonimaria, apritemi, presto!”
“Cosa vuoi a quest’ora? Non vedi che stanno per scendere le tenebre?”
“Si tratta del mio padrone, è in pericolo.”
Allora Andria si alzava e andava ad aprire.
“Cosa è successo?”
“Antonimaria… è caduto…”
Il cane non riusciva a parlare, tanto era agitato. Andria gli diceva di sedersi e di riprendere fiato.
“Raccontami bene com’è andata.”
“No, non c’è tempo di raccontarvela adesso, dobbiamo andare alle campagne di Furaentu a soccorrere il padrone. Ve lo racconterò strada facendo.”
Le ombre erano lunghe come la quaresima e magre come il corno. Faceva freddo. Bisognava allungare il passo.
Il cane, che avanzava davanti a tutti, raccontava che nel pomeriggio, lui e Antonimaria, avevano incontrato uno strano personaggio, un uomo vestito di nero, con un cappuccio che gli nascondeva parte del viso e con una bisaccia sulle spalle dalla quale spuntavano oggetti d’oro e d’argento.

“Chi sei? Cosa porti dentro la bisaccia?” aveva chiesto Antonimaria.
“Se mi offri un bicchiere di vino ti racconto tutto.”
“Allora Antonimaria aveva offerto il vino allo sconosciuto. E lo sconosciuto aveva cominciato a raccontare.
La storia aveva uno strano andamento, prima mi sembrava di vederla da vicino, poi si allontanava.

Cominciò col dire che si trovava in quella zona da due giorni ma che veniva da un paese lontano, dall’altra parte dell’isola. “L’ho attraversata in lungo e in largo, a piedi. E dopo sette anni, finalmente, ho trovato quello che andavo cercando.”
“E cosa cercavi?” chiese Antonimaria, con un tono poco amichevole.
“Mia moglie” rispose secco lo sconosciuto.
“Nella boscaglia di Furaentu? Hai forse sposato una donnola?” lo incalzò il mio padrone che non aveva nessuna voglia di scherzare.
“No, Billalla Filia, la donna più bella dell’isola.”
A quel punto, l’uomo fece una pausa e il suo sguardo diventò più serio. Quando per un secondo lo puntò su di me, mi sentii invadere da un senso di pietà e uno strano calore mi attraversò la schiena, dalla testa alla coda. Poi, lo sconosciuto riprese, con una voce ancora più calma e con un tono che portava dritto dritto ai campi sconfinati della nostalgia.
“E’ una delle Panas che cantano vicino al fiume qua sotto. Stanotte l’ho vista. Il vecchio aveva proprio ragione.”
“Che vecchio?” chiese Antonimaria.
“Il vecchio di Serres. Ma è una storia lunga.”
“Raccontacela lo stesso, abbiamo tutto il tempo” replicò il mio padrone.
Lo sconosciuto prese un lungo respiro, appoggiò la bisaccia per terra e con un gesto della mano ci invitò a sederci.
“Billalla mi lasciò, sette anni fa, in una notte maledetta di Febbraio. Morì di parto, portandosi via anche il frutto del nostro amore e spegnendo per sempre la luce della mia esistenza. L’unica cosa che mi rimase era il ricordo di lei, ma anche la memoria divenne uno strazio insopportabile. Per tutto quell’inverno non feci altro che piangere. Qualcuno, fra le poche persone che vedevo, mi diceva che il tempo avrebbe lenito il dolore. Il passare dei mesi, invece, non servì a nulla. Continuavo a vedere Billalla dappertutto, fra i mobili di casa, nelle crepe di un muro, in mezzo alle nuvole. E presto la nostalgia si trasformò in una tortura immedicabile. Più mi agitavo, più mi sentivo prigioniero, dentro la ragnatela di una vita inutile.
Fu Sebastiano Solana, una sera che mi ero stordito di vino nel suo bar, a suggerirmi la strada del vecchio. “Vai a trovarlo, ti farà bene” mi disse.
Ci misi tre giorni a trovare il rifugio nascosto fra i lecci.
Titubante, bussai piano alla porticina di legno. Mi rispose una voce sicura -vieni avanti- come di uno che ti sta aspettando da tempo. Stava lì, seduto su una sedia sgangherata, intento a ravvivare il fuoco, al centro della capanna fatta di basalto e di frasche. Non sollevò neppure lo sguardo.
Era magro da far paura, mangiato dal tempo, più piccolo di come me l’ero figurato.
“Apri quell’armadio, prendine una” mi disse, mentre continuava a pestare un ciocco per staccarne le braci. Come schiusi l’anta, un profumo di mele si diffuse nell’aria. Ne scelsi una e gliela porsi.
“No, tienila tu, stringila fra le mani”.
Mi fece sedere di fronte a lui. Restammo in silenzio per molti minuti e per tutto quel tempo non ricordo a cosa pensai. Il vecchio teneva gli occhi chiusi, le mani gli tremavano e le sue labbra si aprivano e si richiudevano, come quelle di chi recita una preghiera muta. “Ora dammela” mi disse, a un certo punto, schiarendosi la voce con un colpo di tosse. Afferrò la melina e facendo pressione con i pollici la spaccò in due. Poi, osservando attentamente nel cuore del frutto, cominciò ad annuire, finché mi parlò, con esperta lentezza: “La potrai rivedere, ma devi andare a cercarla. E una delle Panas che cantano nell’isola.”
Mi spiegò che le donne morte di parto tornano fra i mortali con le stesse sembianze che avevano da vive, condannate a lavare i panni delle loro creature, per un tempo che varia dai due ai sette anni. Per lavare la colpa, di quella morte “impura”. Nei ruscelli, sulle rive dei torrenti, fra l’una e le tre del mattino. Lavano e cantano una ninna- nanna triste.
“La potrai vedere e ascoltare. Ma non potrai parlarle, è pericoloso.E per lei sarebbe una pena.” Così, mi parlò.”
Lo sconosciuto fece un’altra pausa.
“ Fu così che cominciò il mio lungo peregrinare. In questi anni l’ho cercata per tutte le valli, ho dormito di giorno e vegliato per lunghe notti, sulle rive dei fiumi. Tutte le notti, per sette lunghissimi anni. E finalmente, quando pensavo di arrendermi, stanotte ho rivisto Billalla.”

Il cane, a quel punto, interrompeva il racconto e rallentava il suo passo. Passandogli davanti, io lo guardavo negli occhi. E vedevo che luccicavano. Anche gli occhi di Andria brillavano di una luce diversa, in quel preciso momento. E non era il riflesso del fuoco.
Vai avanti, pensavo, prenditi il tempo per domare l’emozione, ma vai avanti, ti prego.
“Non c’è molto tempo, è già buio, e il maestrale sta rinforzando” diceva Andria.
Il cane riprendeva allora a camminare più svelto. E il racconto ripartiva.

Eravamo incantati e commossi dalla storia dello sconosciuto. Ci sembrava di vederlo al cinematografo l’incontro con la sua donna, tanto era intensa la descrizione che ne faceva:
“Mentre risalivo il fiume, tenendomi un poco a monte del letto irregolare e facendomi luce con una ferula accesa, ho sentito un canto lontano. Un’anninnia riempiva la notte. E c’era un bambino che diventava una stella e un pesce che scavava la terra e la cima di un monte che diventava un re, nei giardini dei campi di Seusè. E c’era la calma, nella voce che si mescolava nell’acqua, la malinconia dell’Isola di pietra, drommi prenda ‘e oro, drommi cuntentu ti ninnat su entu.
Quando l’ho intravista, china su un sasso, intenta a sfregare i panni, ho avuto un mancamento. Era più bella di come la ricordavo. Vestita di bianco, con i capelli raccolti che lasciavano vedere il collo, pallida, nella luce della luna che le cadeva sulle spalle e sulla morbida linea del seno. L’ho osservata per un po’, dall’alto, senza farmi vedere. Mi sembrava di essere caduto dentro un sogno e per tornare alla realtà continuavo a stringere con forza le palpebre, prima di tornare a guardarla.
Poi, dimenticandomi della raccomandazione del vecchio, non ho saputo più resistere. Ho tratto dalla bisaccia una scatola di fiammiferi e la lampada a petrolio che utilizzavo solo nei casi di estremo bisogno. L’ho accesa e mi sono avvicinato alla riva del fiume: “Billalla, sono qui, sono io, fiore meu!” Lei, interrompendo il canto e sollevandosi con uno scatto, mi ha guardato, senza dire una parola. Nel suo sguardo c’era qualcosa di strano, sembrava sorpresa e piena di paura. “Sono io, lizzu galanu, sono venuto a riprenderti.” A quel punto, con un altro movimento repentino, Billalla ha immerso una mano dentro l’acqua e facendo ruotare il braccio me l’ha schizzata addosso. Ho sentito la pelle del viso bruciare, come se mi avesse lanciato dell’olio bollente. Ho fatto in tempo a vederla sparire nel nulla, poi sono svenuto per il dolore. Guardate, qui.”
Aveva scontato con precauzione un lembo del cappuccio del pastrano di orbace: un’ustione profonda gli aveva scarnificato il viso e scoperto l’osso della mandibola.
“E poi?” aveva detto a quel punto Antonimaria.
“Poi la storia si fa strana. Mi è apparso un uomo, il vecchio della capanna. Ma le cose che sono successe dopo hanno uno svolgimento particolare, senza una precisa direzione. Non credo che vi possa interessare.”
“Ci interessano. Vai avanti.”

“Era lui. L’uomo che mi parlava in quella specie di stanza vuota nella quale ero finito dopo lo svenimento, era proprio il vecchio che avevo incontrato molti anni prima nella capanna di Serres. Non riuscivo a vederlo bene in faccia, aveva la testa immersa in una specie di nuvola verde che ne lasciava appena intuire i contorni. Ma la voce, la voce che mi aveva ridato la forza di sopravvivere e che mi aveva condotto fin lì, era indiscutibilmente la sua. L’avevo riascoltata dentro di me ogni giorno, come un disco incantato per sempre, e l’avrei potuta riconoscere fra milioni di suoni: "La potrai vedere, la potrai rivedere e riascoltare.
Ci trovavamo fra pareti altissime e sotto un soffitto tanto distante da sembrare un cielo senza stelle. O forse era proprio la volta celeste, tutto quel nero che vedevo. La stanza era larga almeno dieci metri e lunga il doppio. Il vecchio stava dalla parte opposta alla mia, addossato al muro. Ogni tanto muoveva la mano sinistra, come se volesse scacciare la nuvola che lo circondava. Con l’altra si stringeva una coscia, così come fanno i vecchi quando sentono i dolori dell’artrosi.
“ Non dovevi parlarle,” continuava a ripetermi, “non dovevi parlarle. Ora la sua condanna ricomincerà daccapo, dovrà lavare i panni per altri sette anni. Per questo ha reagito così. Però ti ha riconosciuto e ti ama ancora. Avrebbe potuto ucciderti, altrimenti. O trasformati in uno dei ciottoli rossi che stanno sull’argine del fiume. Non la potrai più rivedere, non riuscirai più a trovarla, ora. A meno che…”
“ A meno che?”
“A meno che tu non riesca a trovare il tesoro dei monaci cistercensi.”
“Un tesoro?”
“Sì. E’a breve distanza da qui, fra i ruderi dell’abbazia. I monaci francesi erano padroni di questo territorio, un tempo. Quando ci fu la peste, otto secoli fa, dovettero andar via in tutta fretta e nascosero qui i loro tesori. Pensavano di tornare sull’isola. Invece l’epidemia durò molto più tempo del previsto e così rimasero in Francia. E le loro ricchezze sotto terra. Ben nascoste e difese dalle mosche machedde. Finora nessuno è riuscito a scovarle e chi c’è andato vicino è stato aggredito e ucciso da quegli orribili insetti.”
“E se lo trovo potrò rivedere Billalla?”
“Forse. La libererai comunque dalla maledizione del non riposo.”
“Ci proverò. Sono pronto a dare la vita, pur di aiutarla.”
“Il monastero si trova due chilometri più a Nord, vicino al crepaccio di Furrulongu.
Che la fortuna sia con te.”

Mi sono svegliato in uno stato di totale confusione, con la testa pesante e con il cuore stretto in una morsa. In compenso, il dolore della bruciatura era totalmente scomparso, come per incanto. Il timido chiarore dell’alba cominciava a posarsi sul costone roccioso di fronte. Dalla posizione supina in cui mi ero ritrovato, potevo ammirarne tutta la solennità. Nel silenzio del giorno che nasceva, udivo solo i lievi rumori provocati da qualche pesce che risaliva alla superficie del fiume nella ricerca di cibo. Tutto questo acuiva il senso di smarrimento profondo. Ma non c’era tempo da perdere, dovevo reagire. Dovevo andare alla ricerca del tesoro.
Con molta fatica ho risalito il pendio scosceso, puntando verso Nord, e in meno di dieci minuti ero su un altopiano coperto da una boscaglia fittissima, invaso da rovi che rendevano difficile il passaggio. Con il falcetto mi sono dovuto più volte aprire la strada. Dopo tre ore, con le mani sanguinanti e le gambe ormai insensibili per lo sforzo, ho finalmente avvistato il crepaccio di Furrulongu. E dopo una perlustrazione durata mezz’ora, ecco finalmente i ruderi del monastero.
Non c’è stato bisogno di esplorare a lungo fra le macerie: un ronzio fortissimo arrivava alla mia sinistra, dietro un muro di pietra con una piccola apertura, una specie di finestrella.
Mi ci sono affacciato. Davanti a me un orribile spettacolo, l’orrore più grande che avessi mai provato.
Migliaia di insetti giganti, grandi come noci e coperti di una peluria bianca, volavano a una breve altezza dal suolo, sbattendo fra loro e lottando aspramente. Quando i più tenaci riuscivano ad avere il sopravvento sugli altri, si posavano sulla preda che si stavano contendendo: il corpo di un uomo, in avanzato stato di putrefazione, quasi del tutto coperto da altre centinaia di mosche e da un groviglio brulicante di larve bianche. Poco più avanti, vicino alle fondamenta di quello che un tempo era stato un refettorio, alcuni scheletri umani, adagiati sull’erba, riflettevano la luce del sole.
Paralizzato dal terrore e nauseato dal tanfo, sono rimasto immobile, senza muovere un muscolo, respirando appena. Per alcuni minuti mi sono sentito perso. Al frastuono delle mosche si sovrapponeva il ritmo impazzito del cuore.
Non so se definire pazzia o lucidità quello che ho fatto dopo. Fatto sta che a un certo punto ho cominciato a cantare. Una nenia, un’ antica nenia che molte volte avevo sentito da bambino e che tutti, in paese, consideravano magica. La cantilena che ipnotizzava le api.
Beeeella bella bella bella bella bè. Beella bella bella bella bella bè….

Il cane, allora, si perdeva dentro quel canto. Andria rimaneva silenzioso. E io, di nuovo, mi perdevo dentro una lingua del fuoco. La storia si allontanava ancora una volta, fra i suoni e le voci. C’era Maria Pipiola.

…  continua


Annunci

9 Risposte to “”

  1. Petarda said

    dopo l’incipit stupendo, è ancora così bello bè che in certi momenti ho pianto. presempio qui:
    “Mentre risalivo il fiume, tenendomi un poco a monte del letto irregolare e facendomi luce con una ferula accesa, ho sentito un canto lontano. Un’anninnia riempiva la notte. E c’era un bambino che diventava una stella e un pesce che scavava la terra e la cima di un monte che diventava un re, nei giardini dei campi di Seusè. E c’era la calma, nella voce che si mescolava nell’acqua, la malinconia dell’Isola di pietra, drommi prenda ‘e oro, drommi cuntentu ti ninnat su entu.

  2. Petarda said

    p.s. maria pipiola me la ricordavo!

  3. utente anonimo said

    Di cose belle ne leggo tante. Per fortuna qui dentro ci sono persone che hanno molto da dire e lo raccontano molto bene.
    Molto.

    Poi ci sono rarissimi casi in cui lo scritto ha lo spessore del sangue e della sua ancestrale forza propompente ed eterna.

    E per miracolo ci si sente a casa, in ogni luogo, in asse con l’universo, piccolissima parte di un tutto.

    Ci sono cose di cui non ne conosciamo l’esistenza ma che una volta scoperte si comprende di averle cercate per tutta la vita.
    E tutto finalmente trova pace. Ha un senso. Anche la morte.
    Sono le cose che vanno oltre noi, ma che sostengono ogni nostro respiro e che raramente possono essere condivise.

    Raramente.
    A volte accade, ed è un dono prezioso, una magia, che vale giorni, mesi, anni di affannosa ricerca.

    SgnapiSilvia

  4. triana said

    Fantastico Bobbò, siamo tornati a Maria Pipiola! C’è da restare ipnotizzati come le api. Più che ipnosi è un vero incanto, una magia da cui ti svegli alla fine,con quel: Bè finale dalla tua voce, come a uno schiocco di dita. E ti senti frastornato con una emozione dentro fortissima. Pochi sanno raccontare come fai tu: il mondo magico e ancestrale e vivissimo, della tua terra, ma anche della tua anima Toccando corde segrete riesci a far risuonare dentro ognuno di noi qualcosa di profondo,antico, buono. Sembrava di vedere tutto, il fuoco, il fiume, la donna, la grotta delle muschicedde: come quando a teatro si crea quella magia per cui vieni catturato e non esiste più niente intorno. E poi la storia di Maria Pipiola,la cantilena, il ronzio delle api… Fossi stata a teatro, sarei rimasta un po’ in silenzio prima di scatenarmi in un applauso liberatorio.

    P.S. Ma come le dice bene le cose la Sgnapetta virgoletta, eh?

  5. triana said

    Prova: ho scritto un lungo commento, non lo vedo…

  6. birambai said

    C’è Trianuzza, c’è. E che vi dico se non che vi voglio bene a voi tre, a te, alla sgnapetta e a Patardella. Mi fate venire voglia di continuare. Appena trovo un po’ di tempo lo faccio. E’ un omaggio (anche questo) ai vecchi affabulatori che hanno incantato un po’ della mia infanzia. Baci sparsi.

  7. utente anonimo said

    Anche noi ti baciamo, ma solo se continuerai.
    Senza fretta, che noi siamo qui.

    La Sgnapis è una personcina ingorda:)

    p.s. non sono molto contenta in questo tristo martedì 17.
    La mia seconda casa ha voluto cambiare colore.

  8. Ho ascoltato i risultati delle elezioni e sono venuta qui.
    A consolare.
    Invece con maria pipiola e le sue api, con maria pipiola non amata dalla chiesa, con la sua primavera e i piccoli passi ritmati, mi sono consolata io.
    Perchè qui c’è tutto quello a cui voglio bene.
    C’è la meraviglia: il cuore, le parole, la terra, la voce.
    Il miele dello stare qui.
    Grazie, con un abbraccio grandissimo.

  9. Ciao amiche mie:) Ciao anche a te birambai, ma anche a loro e anche a te, e anche a loro, che come dice Zena, bisogna salutarsi sempre come se fosse la prima volta, come se fosse l’ultima.

    Sono arrabbiata, ma anche fiduciosa. Qualcosa adesso dovrà cambiare per forza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: