aprile 30, 2009

– E’ il giorno della Rossa Vittoria.
– Compaaagniavantilgranpartiiito…
– Cosa canti, cretino?
– …noi sià/
– Vittoria Michela.

– Ah. Beh.
– E’ ben vestita.
– E non puzza.
– E’ laureata.

– In lettere?
– Che ne so?

– Posso acquistare una consonante?
– No.
– Una letterina, diobòn.
– Ho detto no.

– Allora cambio.
– Che cosa.
– Una letterina.

– Non ce n’è più.
– Una, almeno una.
– Vabbè, dammi la soluzione.
– Lario Franceschini.

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aprile 27, 2009

Ho il cervello tutto rattrappito non riesco ad articolare due concetti di fila. Le uniche cose che riesco a pensare sono: forse devo mettere delle calze più grosse, la primavera non arriva, l’influenza del maiale su quel porco di…
A questo punto vengo interrotto da un’idea: posso fare un comizio. Metto una sedia sopra un’altra sedia. Poi aggiungo una scatola di cartone. Ho la mia tribuna.
Appoggio le mani ai lati e guardando in avanti faccio coft coft con la gola per schiarirmi la voce.
Amici, concittadini, voi tutti che siete convenuti a questa assise. No, assise non va bene, devo ricominciare.
“Amici, concittadini”.
“Questo l’hai già detto”, esclama un tipo seduto nella quarta fila, “taglia corto!”
“Non è vero, l’avevo solo pensato, possiamo guardare la registrazione.”
“Basta, vogliamo la pacificazione” grida uno, dall’ultima fila.
“La convergenza” aggiunge un altro.
Una vecchietta batte le mani per la felicità. Per fare questo deve lasciare per qualche secondo il guinzaglio di una cagnetta. La cagnetta scappa via e attraversa la sala. Appeso al collo ha un cartello dove c’è scritto viva la libertà. “Evviva! Evviva!” Si alzano tutti in piedi. Adesso è un applauso scrosciante, un tripudio collettivo.
“Amici, concittadini, prestatemi orecchio.”
“Non siamo romani!”
“Basta!”
“Roma ladrona!”
“Vattela a pijà ‘nder culo!

Allora prendo a strizzare gli occhi e ricomincio col coft coft per cercare di formulare la frase più intelligente del mondo. Ma anziché due volte coft, faccio coft quattro volte e così mi viene un accesso di tosse che non riesco più a bloccare e mi devono portare al pronto soccorso.
“Lei deve mettere delle calze più grosse” mi dicono.
“Cosa c’entrano le calze?”
Quello mi guarda e senza dire niente sputa per terra. Un’infermiera che traffica fra le fiale e le siringhe dice: “Non c’è più religione.”
Intanto continua a piovere.

aprile 20, 2009

Ed ecco quanto accadde a Bartolomeo Branchitta una mattina di Marzo di dieci anni fa.
Prima di uscire per recarsi al lavoro, Bartolomeo guardò il cielo dalla finestra: “E’ un po’ nuvoloso” disse, “meglio prendere l’ombrello.”
Uscì, con in mano l’ombrello.
Dopo che ebbe fatto cinquanta metri, sentì sulla punta del naso la prima goccia di pioggia. Poi, per altri venti metri e più,  non sentì nulla. Ma dall’ottantesimo metro avvertì nuovamente qualche goccia che veniva giù. Una lo colpì sul mento, un’altra dietro l’orecchio sinistro.
Ecco, lo sapevo. Ho fatto proprio bene.
Si fermò sui propri passi e si apprestò ad aprire l’ombrello. In quel momento era tutto soddisfatto per la sua scelta previdente. Ma quando la raggiera finì la corsa nell’asta verticale, si accorse che una stecca era fuoruscita dall’incastro e la stoffa non aveva assunto la forma di cupola tipica degli ombrelli.
Oh, disdetta, un ombrello così nuovo!
Allora valutò meglio la situazione e decise di riparare il guasto. “Non posso camminare per strada con un parapioggia tutto sbilenco.”.
Lo disse con disappunto e per la prima volta, dopo che per almeno cinque volte aveva pensato “ombrello”, disse “parapioggia”.
Il giorno dopo, certamente, sarebbe andato a protestare al negozio che glielo aveva venduto, ma per il momento era urgente riaggiustarlo, ne andava della sua reputazione. Così, cercò di rimettere a posto la stecca.
Non era così facile, quella faceva resistenza.  Allora provò a chiudere l’ombrello a metà, poi per tre quarti, sempre cercando di piegare la stecca per accomodarla nell’incastro.
Vi riuscì dopo innumerevoli tentativi. Intanto però aveva cominciato a piovere forte e il suo impermeabile era ormai bagnato sulle spalle e i suoi capelli completamente fradici. Tuttavia, contento per la sistemata che aveva dato all’ombrello, si rimise in marcia di buon grado.
Dietro la svolta di Via Crabbellini, incontrò un passante che lo guardò a lungo senza salutarlo.
“Perché mi guarda così?” si chiese Bartolomeo, aggrottando le sopracciglia come ogni uomo che si pone un interrogativo. “Forse pensa che io sia pazzo.” “Ma guarda! Pensa che sia pazzo perché mi vede bagnato pur avendo io l’ombrello.”.
“Forse è meglio che lo chiuda” pensò, “tanto ormai sono zuppo. Così la gente smette di farsi strane domande”. Lo chiuse e accelerò il passo. Pioveva sempre più intensamente.
Poco dopo incontrò una vecchia signora che andava in direzione opposta alla sua. Quando gli fu vicino, lo squadrò da capo a piedi. Poi scosse la testa come se volesse compatirlo.
Bartolomeo pensò: “Cosa vuole questa vecchia rincoglionita? E perché non se ne sta a casa, a quest’ora del mattino, con questo temporale?”
Tre passi più avanti pensò: “Mi ha guardato in modo strano. Anche lei pensa che io sia pazzo. Lei crede che io sia pazzo perché tengo l’ombrello chiuso, sotto questo diluvio.
Allora pensò di riaprirlo. Ma subito ci ripensò. E affrettò ancora di più la sua camminata. Ora quasi correva.
Arrivato in Via Starallani, quella strada che l’amministrazione comunale aveva deciso di riportare ai vecchi fasti, si accorse che i lastroni di pietra erano molto scivolosi. Perciò decise di camminare un po’ più lentamente.
Ma non così piano, arriverò tardi in ufficio.
In questa sua indecisione, modificò più volte la sua andatura. Poi ebbe la sensazione che qualcuno lo stesse osservando da una finestra di un palazzo. Sì voltò di scatto per sorprendere la spia.
 Il movimento fu troppo brusco e Bartolomeo Branchitta perse l’equilibrio e cadde rovinosamente. Nella caduta cercò di tenere l’ombrello più in alto che potè, irrigidendo il braccio: “Altrimenti quel farabutto di Mannari dirà che l’ho rovinato io.” Mannari era il commerciante che gli aveva venduto l’ombrello.
Si ruppe l’altro braccio e una spalla.
Mentre lo portavano all’ospedale, il cielo si schiarì. Bartolomeo, sull’ambulanza, nonostante le rassicurazioni di un’infermiera, stringeva l’ombrello con la mano destra, quella sana.

aprile 20, 2009

Certe volte mi sento un cavallo da corsa, certe altre un carramerda. Mai, però, un carramerda con la sella.
Vabbè, era tanto per dire qualcosa.

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aprile 17, 2009

Di quella volta che Bulgaria tornò a casa molto stanco dopo una dura giornata di lavoro. Aveva lavorato tutto il giorno a formare covoni di fieno alti tre metri.
Era sudato e sporco di polvere di fieno. In più, molti aghi di fieno gli si erano infilati nei pantaloni. Per questo era anche un po’ nervoso. Sua madre disse: “Vuoi che ti prepari la cena?”
Ma Bulgaria non rispose e corse subito in bagno per farsi una doccia. Sotto il getto dell’acqua fresca, pensò che l’uomo non può vivere senza l’acqua. Pensò anche che il fieno è bastardo, quando ti sembra di averlo raccolto tutto ce n’è sempre ancora un po’ che prima non avevi visto. Poi fece una riflessione senza molta importanza su un tatuaggio che Gianmarco Pilosu, il suo compagno di lavoro, aveva sull’avambraccio destro. “E’ una rosa, a me le rose non piacciono” pensò.
Quando uscì dalla doccia vide il gatto che se ne stava accoccolato in un angolo del divano.
“Bella la vita eh!” disse Bulgaria.
Il gatto, sollevando la testa, guardò Bulgaria nello stesso modo in cui poteva guardare una patata lessa. Si sa che ai gatti le patate non piacciono, ma in quello sguardo c’era anche un menefreghismo che a Bulgaria fece girare le scatole. “Sei il gatto più fesso che abbia mai conosciuto, uno di questi giorni ti cospargo di gasolio” disse. Il gatto non aprì neanche gli occhi.
In cucina Bulgaria trovò la mamma che stava riscaldando una minestra fatta con la ricotta salata.
“E’ la ricotta salata più buona di tutto il vicinato, l’ha fatta Cosimino Broso.”
Bulgaria aprì il frigo e prese una bottiglia di birra che aveva aperto la sera prima. Anche se ci aveva messo il cucchiaino a mo’ di tappo, era completamente svanita. Allora, senza neanche pensarci, se ne andò in camera sua e si coricò. Sentiva la madre che urlava: “ Ma non vieni a mangiare? Vieni, la minestra con la ricotta salata è buona soltanto quando è calda.”
Ma ormai Bulgaria era tutto preso dalla lettura di una rivista dove si parlava delle grandi opere architettoniche dell’Impero Romano. Più tardi, prima di addormentarsi, provò a disegnarsi sul petto il corpo di una donna nuda vista da dietro. “Questa penna ha la punta troppo grossa” pensò, “solo quei maledetti aghi di fieno sono così fini.”

aprile 15, 2009

-Santoro dovrà riparare
-Ma perché ha ingravidato qualcuna?
-No, su Annozero…
-Si chiamerà annoquattro.
-Gasparri ha proposto annoduecentosettantasettemilaquattrocentoquarantaquattrovirgolaventisette.
-E Vespa, allora?
-Vespa deve fare una puntata su Papa Urbano Quinto, Callisto Terzo , Adeodato Secondo e Bonifacio Primo. Per equilibrare.
-Equilibrare che?
-Boh, equilibrare. Poi altre centoventinove puntate su Cogne. Poi deve piangere un po’ di più e fare un plastico listato a lutto.
-Sempre per equilibrare.
-Sì.
-Tipo lodo.
-Sì.
-E Fede?
-No, Fede è già equilibrato.

aprile 14, 2009

Le unghie mi crescono in fretta. Le avevo tagliate qualche giorno fa e ora me le ritrovo di nuovo lunghe. Le unghie sono come i pensieri inutili, quelli che si presentano all’improvviso, inaspettati, mentre ascolti che questo tempo è grande.
Il cervello non smette di darti buoni consigli.
Lascia stare, ti dice, guarda che bella giornata è oggi, perché non te ne vai a prendere un poco di sole a guardare le ragazze che passano vicino al mare.

“Chi sei?”
“Sono uno straniero capitato qui per caso.”
“E cosa guardi?”
“Una barretta che pulsa su uno schermo, affianco all’ultima parola.”
“Non ti annoi?”
“Sì, ma non riesco a vedere nient’altro.”
“A cosa pensi?”
“Alla barretta. E’ un cuore che batte.”

“Se vuoi aspettiamo il raggio verde.”
“Insieme?”
“Sì, mi piace questa panchina. E anche tu mi piaci.”
“Dobbiamo stare in silenzio, dobbiamo solo guardare.”
“Abbiamo qualche minuto. Prima che il sole diventi rosso possiamo dire qualcosa.”
“C’è sempre qualcosa che accade aldilà delle parole.”
“Ci sono cose che accadono e si estinguono nello stesso istante.”

E’ primavera, ora le ragazze fanno come le lucertole, se ne stanno al sole.

“ Mi crescono le unghie.”

E anche tu dovresti uscire, andare in posti all’aria aperta, respirare un po’.

“Non è quello che dici che conta. E’ come lo dici.”
“Non è quello che aspetti che conta. E’ come lo aspetti.”
“Cosa vorresti dire?”
“Niente, non voglio dire niente.”

Ce n’è una che passa tutti i giorni, verso le tre del pomeriggio. Ha i capelli neri che fanno risaltare il pallore del viso. Ha un’andatura particolare, elegante, i suoi passi sono leggeri. Certe volte va a sedersi su una panchina del molo e legge un libro. Ogni tanto solleva lo sguardo dalle pagine e guarda lontano, come se volesse mettere a punto un pensiero.

“Che libro stai leggendo?”
“Una novella. Ma mi sono arenata e oggi non ho voglia di leggere.”
“Di cosa parla?”
“E’ una storia assurda. Non è molto interessante.”
“Perché no? Abbiamo ancora qualche minuto.”
“Parla di un uomo che misura il tempo con lo sguardo. Lo sguardo sulle cose, le persone, le piante. In base ai cambiamenti che riesce a scorgere, calcola i giorni. Se i giorni passano lenti o veloci. Quando le cose cambiano in fretta si preoccupa, si spaventa. Anche una foglia che cade finisce per inquietarlo. Alla fine trova conforto nelle sue unghie. Le guarda spesso, più volte al giorno. E giunge a una conclusione, pensa che il tempo dipenda solo dalle cose che guardiamo e dalla lentezza del nostro sguardo. Perciò possiamo rallentarlo. Così finisce col guardare sempre di più le sue mani.”
“E poi? Che succede, dopo?”
“Non lo so, sono arrivata a quel punto. Non riesco ad andare avanti.”

Ha gli occhi verdi e lineamenti delicati. La cosa che noterai è una fossetta che le si forma sulla guancia quando sorride. E le pause, le lunghe pause che inserisce fra le parole.

“Non so, è come se non avessi più la curiosità. E’ strano, ma è così.”
“So cosa intendi dire.”
“Ecco, il sole sta per toccare la linea dell’orizzonte.”
“Sì, aspettiamo.”

aprile 9, 2009


Eravamo al buio, in spiaggia. Io, Polanca e due ragazze. Era una notte di Luglio, c’era una cappa di umidità che la potevi tagliare con un coltello. Le ragazze si spogliarono quasi subito. Noi due no, eravamo troppo timidi e troppo assorti nello spettacolo. C’era anche la luna che sembrava una torcia. Per non parlare della risacca, del bagliore sul mare, dell’odore dei pini e compagnia cantante.
Ogni tanto Polanca guardava il cielo e diceva : “Le stelle cadenti lassù”. E poi: “ Una cometa, l’ho vista, ne sono certo. Però che ci fa, fuori stagione, a Tresnuraghes?"
Gli risi in faccia ma lui continuò a osservare la volta celeste con un’espressione beata. Polanca è sempre stato un po’ mistico. Allora mi misi a cantare gingolbèll, ma lui se ne fregava altamente della mia ironia, nuotava a rana dentro il cielo. Alla fine anche io guardai il cielo.
Mentre eravamo così inebetiti, con le due sbarbe che intanto si facevano il bagno e lanciavano gridolini di felicità, apparve improvvisamente un tipo, un vecchio rincoglionito vestito di rosso.
"Merda, ho perso la strada” ci disse, quando ci fu vicino.
Io lo guardai come se avessi visto un marziano, provai anche un po’ di spavento.
“Sono Babbo Natale, non vedi che sono Babbo Natale! Che razza di film ti stai facendo in testa?”
Aveva una voce da vecchio, un po’ roca e un po’ metallica.
Polanca disse: “Senti, posso spedirti una lettera?”
“Quando?”
“Beh, per Natale…”
“Se vuoi, ma non so leggere”.
“E allora che ci fai?”.
”Mandamela lo stesso, chiederò a quel farabutto di mio fratello, lui sa leggere.”
“Che fai da queste parti?” gli chiesi, mentre continuava a guardarsi intorno e a lisciarsi la barba bianca.
“Te l’ho detto, ho perso la strada.”
“Dove sei diretto?”
“Mi hanno detto che qui vicino c’è un posto dove vendono dell’ottima malvasia.”
“Sì, è proprio dietro il promontorio, alla fine della spiaggia. Il paese si chiama Fulanas.”
Prima di andarsene, tirò fuori dalle tasche un po’ di coriandoli colorati e ce li lanciò addosso. Poi si mosse, improvvisando una danza tutta sghemba con i piedi che gli affondavano nella sabbia.
Restammo per cinque minuti in silenzio, immersi nella strana allucinazione. Nessuno dei due sapeva cosa dire.
Poi le ragazze uscirono dall’acqua e cominciarono a rotolarsi.
Una si chiamava Brenda.

aprile 7, 2009

Mi aspetto che da un giorno all’altro quel pappamolle del mio capoufficio venga a dirmi: da oggi tu non conti più niente. Invece è proprio una mezza calzetta, non mi dice niente neppure per i ritardi. E se faccio qualche errore di contabilità si mette lì a scrivere delle note su un quaderno che tiene sempre chiuso a chiave nel cassetto da almeno ventidue anni. Un quaderno bruttissimo, nella copertina c’è scritto Il corrierino dell’auto, forse è un quaderno di quando faceva le elementari.
Così, oggi, per fargli vedere che invece conto molto, ho battuto il mio record personale e ho contato una mazzetta in trentuno secondi netti. Glielo ho urlato in faccia: in un minuto posso contare centomila euro, gli ho detto, in un’ora sono sei milioni, in un giorno posso contare cinquanta milioni di euro, ci metto poco a fare una finanziaria. Mi ha guardato male e poi ha abbassato lo sguardo. Ditemi se non è mobbing questo.
Per vendicarmi, da qualche tempo ho escogitato una tattica che lo fa innervosire. Ogni due ore mi alzo dalla mia postazione e mi presento davanti a lui. Alzo la mano e gli chiedo se posso andare alla toilette, come si faceva a scuola, non so se avete presente. Lui con un gesto della mano mi fa capire che posso, senza mai rivolgermi la parola. Quando torno gli ripasso davanti per dirgli che sono tornato e qualche volta mi capita di vederlo che chiude in fretta il quaderno.
Oggi, verso le tredici, alla terza volta che andavo a chiedergli il permesso, non era al suo posto. Aveva lasciato un biglietto sulla scrivania dove diceva che era in riunione con la direzione. Ho preso il biglietto, l’ho letto bene. Poi ci ho sputato sopra e ho steso la saliva su tutta la scritta, figuratevi che la parola riunione era talmente sbavata che alla fine si leggeva runtime.
Quando è tornato, più tardi, dopo l’intervallo, ha fatto finta di niente. Allora, mentre contavo per la quadratura, arrivavo a dieci e mi fermavo. Otto nove e dieci. E ricominciavo da capo. Questo per almeno sei o sette volte. Poi ho detto: “Oggi non ho il ran taim”. Figurarsi se lui ha capito, è una mezza calzetta.
Quando sono uscito dall’ufficio mi sentivo proprio bene. Ho visto un piccione che camminava tutto impettito fregandosene della gente che gli passava vicino. Quello sono io, ho pensato.