giugno 30, 2009

anvedi sto bobotti!

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giugno 29, 2009

Allora Bulgaria, credendosi un poeta, dice: “Ci vorrebbe del ghiaccio nei bicchieri”.
“Ci vorrebbe una birra” dico io.
“Birra non ce n’è, accontentati del vino” replica Bulgaria. "E’ un buon vino, è della signora Speranzina” .
“E chi sarebbe?”
“Un’amica di mia nonna, ha le vigne sulla collina. L’ho aiutata a compilare la dichiarazione dei redditi”.
Polanca, che per tutto il tempo è rimasto in silenzio, concentrato a staccarsi una pellicina, dice:
“Gli uomini si fanno troppe domande.”
Bulgaria lo guarda e punta gli angoli della bocca all’ingiù. Poi apre il rubinetto e riempie due bicchieri di plastica.
“Che fai?” gli chiedo.
“Il ghiaccio.”
Si avvicina al frigo, apre lo sportello della ghiacciaia e comincia a tirare fuori buste di minestrone e sacchetti di legumi surgelati.
“Sei impazzito, così si rovineranno!”
“Li butto, tanto mamma non se ne accorgerà. Oppure le dirò che li ho cucinati”.
“Ma no, è un peccato, lascia stare. Il vino ce lo beviamo così com’è.”
“Lascialo fare” dice Polanca, smettendo per un secondo di succhiarsi il pollice.
“Ma non faresti prima a chiedere un po’ di ghiaccio ai vicini? ”
“Li odio i vicini, non fanno altro che cucinare cavolfiore.”
“Vabbè, allora aspettiamo, fra due o tre ore potremo assaggiare questo nettare della signora Smeraldina”.
“Speranzina” puntualizza pigramente Polanca, senza sollevare lo sguardo..
“Non è necessario aspettare il ghiaccio” dice Bulgaria, un po’ stizzito. “Useremo l’acqua quando è abbastanza fredda.”
“Allora, tanto vale che tu ci metta il vino nel surgelatore.”
“Uh, non ci avevo pensato. Qualche volta dici delle cose sensate.”
Riapre lo sportellino e per fare spazio al fiasco tira fuori altri sacchetti. In uno c’è scritto “fagiolini bolliti”.
“Vuoi buttare anche quelli?”
“Vuoi che te li riscaldi?”
“No, è da un mese che non mangio altro che fagiolini, mia madre è fissata”.
“Ecco, allora stai zitto. Piuttosto dammi una mano a buttare questa roba.”.
“In che senso?”
“Nel quartiere è cominciata la raccolta differenziata, dobbiamo separare l’umido dalla plastica.”
“E che ci vuole?”
“Attenzione, scrupolo. Questo ci vuole. Bisogna capire se queste buste vanno nella plastica o nel secco non riciclabile, per esempio. E i lacci che legano le buste, quelli dove vanno?”
“Se è spago va nell’umido, è materiale organico.”
“Che ne sai di cosa ci mettono.”
“E’ lino. Forse canapa, tutta roba naturale.”
“Di naturale qui c’è solo il minestrone di mamma, è fatto con le verdure dell’orto.”
“Sa lastima.”
“E comunque anche certe cose naturali io le butto nel secco. I peli e le unghie, per esempio, mi fa schifo metterle nell’umido.”.
Polanca, a quel punto, si alza e comincia a camminare avanti e indietro per la cucina, trascinando la sua gamba malata. Poi, a un tratto, si ferma e ci guarda con aria pietosa: “A voi due i dialoghi di Platone vi fanno una pippa, vi fanno. Lo sapevo che dovevo starmene a casa.”
Non rispondiamo, anche se io mi sento un po’ contrariato dalla sua osservazione.
Bulgaria, anche lui silenzioso, continua a pestare coi piedi i sacchetti di verdure. Poi si interrompe e si porta l’indice al naso: “Ssssh, silenzio!”
“Cosa c’è?”
“Silenzio, ho bisogno di silenzio. Erano anni che non sentivo parlare un intellettuale. Queste parole vanno meditate con calma, ci vuole un certo raccoglimento”.
“E questo raccoglimento, Bulgarì, come lo differenzi?
“Nell’umido, Polà. Ogni volta che parli, io mi commuovo, mi viene da piangere.”
Fingendo di asciugarsi le lacrime, Bulgaria torna al frigorifero. Prende il fiasco: “E’ fresco.”
Riempie tre bicchieri. Beviamo, senza più parlare per almeno cinque minuti.
Poi Polanca dice: “La carta moschicida. Dove la butti la carta moschicida con le mosche attaccate? Forse bisogna staccare le mosche ad una ad una.”

giugno 25, 2009

I have a "drin"

Nel senso di "squillo".

giugno 20, 2009

Povero Fede, diranno che la colpa è tutta sua. Sua e della sua corrente culturale, il meteorinismo.
Perché a oscurare l’immagine del cavaliere, adesso, ci si mettono pure loro, le meteorine. Oscurare, scureggiare. Quella luce. Luce della mia vita, fuoco dei miei lombi.

Poi c’è chi imbroglia le carte. Quel demonio di D’Alema, per esempio. Sapeva tutto, ha sempre saputo tutto, fin dalla tenera età, fin da quando poppava. La tiratura del Piccolo.
Non parlar di poppa in casa del velista.
Sono altre poppe, signora mia.
Papi pappa, puppe pupe. popipopi.
E la mia torpedo blù.
Papi.
Papi?
Già. Vesvovi contro papi.
Parla chiaro.
Sol dell’Avvenire?
Anche del presente.
Bisogna sperare nell’Avvenire.
L’Avvenire di ieri.
L’avvenire di ieri non si dice.
Leggi, leggi. Chiedono al sommo di rispondere.
E lui?
Ha detto che è una grande spazzatura, che NO, lui non ha niente da chiarire.
Addirvi, una parola: IL GRAN RIFIUTO. Altro giro, altri papi.
La grande spazzatura.

Ma che c’entra D’alema?
C’entra c’entra. E’ un perfetto giocatore di poker, non c’è buio che tenga, per lui.
Aveva l’asso nascosto nella manica?
No, una Q. La donna di bari.
Aveva tutto previsto. Anche la doppia coppia. Lario-Franceschini. D’Addario-Franceschini.
Ci sono secondi fini?
Non si parla di fini.
E hai visto il Manifesto di oggi?
"Non gliela danno"
A me la dà.
Eeeh?
O, niente, palindromite.
Punto.

giugno 11, 2009

giugno 10, 2009

i cibi libici: sarà cena

Per tre sere le tende perfette, vedrete.
Nell’erbe.
E stellette e cene e feste.
Gente “perbene”, scene melense.
Per tessere le stesse, tremende, tele segrete: espellere.

Che belvedere, eh? Che merde!

Finiti i ciclici dissidi? I litigi, i difficili lidi, i vicini missili?
Sì. Ministri, militi:  ci si inchini, in siti libici!
Visi tipici di viscidi big, simili.
Visibili intrighi di sbirri: gli incivili, cinici rinvii. Di vinti.

Gli schifi.
Si fischi, si gridi! Ci si ritiri.

giugno 2, 2009

Oh bella, dovevo scrivere qualcosa, ma non mi veniva in mente proprio nulla. C’erano solo alcune parole che mi si presentavano davanti come se volessero fare un provino, ma erano tutte poco attraenti. Fra queste c’erano “attaccapanni” e “scalpicciare”. Sembrava mi volessero ingannare con tutte quelle sillabe e le doppie siliconate. “Le faremo sapere”, dissi a scalpicciare. “Lasci pure il book e il suo telefono in segreteria” proposi all’altra. Ma in cuor mio sapevo che non mi avevano per niente impressionato. La mia creatività se ne stava andando a puttane.
Allora chiamai Polanca:
“Devo per forza scrivere qualcosa.”
“Fai le aste, è meglio.”
“Non scherzare, lo sai che se non scrivo qualcosa divento malinconico.”
A quel punto Polanca cominciò a tossire e non la smetteva più.
“Che ti succede?”
“Mi è entrata una mosca in bocca. Proprio mentre pensavo a un argomento che potresti affrontare. Stavo pensando a una cosa che attira le mosche, da non credere.”
“Polà, vai al diavolo! Tutte le volte che parlo seriamente, tu confondi tutto…mescoli tutto.”
“Pronto…pronto, ma lei è il piccolo principe! Mi scusi l’avevo scambiata per il mio amico.”
“No, nessuno scambio, Polà, viviamo davvero su pianeti diversi.”
A quel punto Polanca fece un silenzio di qualche secondo, come se stesse pensando.
“Ecco, ho trovato. Scambio, la parola di oggi è scambio. Dovresti scrivere una storia sullo scambio.”
“Di coppia?”
“No, è banale, anche se in un certo senso…”
“Di figurine?”
“Di mele.”
“Adamo ed Eva?”
“No. Della signora Scafarelli, quella che abita al quarto piano.”
“Non mi vorrai dire che la signora Scafarelli è una porca?”
“Macché. Tutte le volte che fa sesso con la finestra aperta, la sento che sbuffa per il caldo e non fa altro che ripetere al marito: “ ajò, fattu c’asa? Hai finito, hai finito?”
“E allora?”
“Di quella volta che si era fissata con le torte di mele. Ne faceva una al giorno. Aveva letto in una rivista di cucina che le torte di mele fanno bene agli alcolisti e così costringeva il marito a mangiare quintali di quel dolce molliccio. Tutte le mattine andava dal fruttarolo e comprava tre chili di renette. Poi la sera cominciava a impastare e affettare. Qualche volta esagerava con le dosi e gliene venivano due e anche tre. Il signor Marietto non sapeva più che fare, alla terza fetta gli venivano i conati di vomito, e una volta che aveva provato a sotterrarne un pezzo dentro un vaso, lei lo aveva scoperto e lo aveva colpito con un calcio in pancia. Alla terza settimana di quella dieta ipercalorica, il signor Marietto pensò che doveva escogitare qualcosa. Così, mentre la signora Scafarelli andava a fare la sua pennichella pomeridiana, Marietto andava in cucina e riduceva la quantità di mele. Qualcuna se la mangiava: “Meglio le mele che la torta di mele”, pensava. Un paio le buttava dalla finestra, tanto a quell’ora non passava nessuno, in Via Calatafimi. Poi si faceva un cicchetto di grappa e nascondeva la bottiglia dentro l’imbottitura di una poltrona.
“E’ strano” disse la signora, dopo qualche giorno, “queste mele rendono sempre di meno. Devo protestare con il fruttivendolo.”
“Ma va bene così!” provò a dire Marietto, con una voce da console.
“Non va bene affatto!” replicò seccamente, la moglie. “Devi mangiarne almeno sette o nove fette al giorno.”
“Ma così morirò!”
“ Così guarirai.”
Poi guardò il marito con aria sospettosa, mentre lui fissava il portafrutta e sembrava che contasse quanti pomi erano rimasti.
Il giorno appresso, dopo che Marietto era andato a comprare il giornale, la signora pensò allo scambio. “Così vediamo chi è più furbo” disse, con un sorriso alla Bondi. E mentre lo diceva, sostituì le mele vere con altrettante mele di legno colorato, di quelle che le avevano regalato le figlie per un compleanno.
“Bene, io vado a dormire”, disse, alla solita ora del pomeriggio.
“Vai, vai pure, tesoro, io mi leggo il giornale.”
“Svegliami alle quattro, stasera devo impastare un po’ prima.”
“Va bene, come vuoi tu, tesoro.”
Più tardi fu svegliata da un trambusto. Bussavano alla porta e fuori nel pianerottolo si sentiva gente che urlava. Allora si alzò e andò ad aprire.
“Sono l’appuntato Grandoni, signora. Suo marito è in casa?”
“Sì, che è successo”
“Guardi qui.”
C’era un bambino con un ferita in testa. La mamma, la signora Prunetti, urlava, isterica, mostrando una mela di legno: “Lo voleva uccidere, maledetto ubriacone, lo voleva uccidere!”
“Pensi a quel debosciato di suo marito piuttosto!”
Marietto, in tutto quel pandemonio, era sparito.
“Marietto, Marietto, ti cercano.”
Niente, Marietto non rispondeva. Allora la signora Scafarelli andò a cercarlo per tutta la casa. Lo trovò nella stanza degli ospiti, sdraiato su un tappeto di pelo di bue.
“Che fai?”
“Ho mal di denti” rispose, tenendo la mano sinistra davanti alla bocca. Vicino a lui una mela finta cominciò a rotolare sul pavimento.
“Che hai combinato?
“Non lo fo” disse.
“Non lo fai, cosa?”
“Non fo cova e fuffeffo.”
La esse di Marietto sfiatava da tutte le parti. I suoi incisivi, quelli che il dentista gli aveva piazzato qualche mese prima, non opponevano resistenza all’aria. Anziché stare al loro posto, erano ora ben stretti nella mano destra di Marietto.