giugno 2, 2009

Oh bella, dovevo scrivere qualcosa, ma non mi veniva in mente proprio nulla. C’erano solo alcune parole che mi si presentavano davanti come se volessero fare un provino, ma erano tutte poco attraenti. Fra queste c’erano “attaccapanni” e “scalpicciare”. Sembrava mi volessero ingannare con tutte quelle sillabe e le doppie siliconate. “Le faremo sapere”, dissi a scalpicciare. “Lasci pure il book e il suo telefono in segreteria” proposi all’altra. Ma in cuor mio sapevo che non mi avevano per niente impressionato. La mia creatività se ne stava andando a puttane.
Allora chiamai Polanca:
“Devo per forza scrivere qualcosa.”
“Fai le aste, è meglio.”
“Non scherzare, lo sai che se non scrivo qualcosa divento malinconico.”
A quel punto Polanca cominciò a tossire e non la smetteva più.
“Che ti succede?”
“Mi è entrata una mosca in bocca. Proprio mentre pensavo a un argomento che potresti affrontare. Stavo pensando a una cosa che attira le mosche, da non credere.”
“Polà, vai al diavolo! Tutte le volte che parlo seriamente, tu confondi tutto…mescoli tutto.”
“Pronto…pronto, ma lei è il piccolo principe! Mi scusi l’avevo scambiata per il mio amico.”
“No, nessuno scambio, Polà, viviamo davvero su pianeti diversi.”
A quel punto Polanca fece un silenzio di qualche secondo, come se stesse pensando.
“Ecco, ho trovato. Scambio, la parola di oggi è scambio. Dovresti scrivere una storia sullo scambio.”
“Di coppia?”
“No, è banale, anche se in un certo senso…”
“Di figurine?”
“Di mele.”
“Adamo ed Eva?”
“No. Della signora Scafarelli, quella che abita al quarto piano.”
“Non mi vorrai dire che la signora Scafarelli è una porca?”
“Macché. Tutte le volte che fa sesso con la finestra aperta, la sento che sbuffa per il caldo e non fa altro che ripetere al marito: “ ajò, fattu c’asa? Hai finito, hai finito?”
“E allora?”
“Di quella volta che si era fissata con le torte di mele. Ne faceva una al giorno. Aveva letto in una rivista di cucina che le torte di mele fanno bene agli alcolisti e così costringeva il marito a mangiare quintali di quel dolce molliccio. Tutte le mattine andava dal fruttarolo e comprava tre chili di renette. Poi la sera cominciava a impastare e affettare. Qualche volta esagerava con le dosi e gliene venivano due e anche tre. Il signor Marietto non sapeva più che fare, alla terza fetta gli venivano i conati di vomito, e una volta che aveva provato a sotterrarne un pezzo dentro un vaso, lei lo aveva scoperto e lo aveva colpito con un calcio in pancia. Alla terza settimana di quella dieta ipercalorica, il signor Marietto pensò che doveva escogitare qualcosa. Così, mentre la signora Scafarelli andava a fare la sua pennichella pomeridiana, Marietto andava in cucina e riduceva la quantità di mele. Qualcuna se la mangiava: “Meglio le mele che la torta di mele”, pensava. Un paio le buttava dalla finestra, tanto a quell’ora non passava nessuno, in Via Calatafimi. Poi si faceva un cicchetto di grappa e nascondeva la bottiglia dentro l’imbottitura di una poltrona.
“E’ strano” disse la signora, dopo qualche giorno, “queste mele rendono sempre di meno. Devo protestare con il fruttivendolo.”
“Ma va bene così!” provò a dire Marietto, con una voce da console.
“Non va bene affatto!” replicò seccamente, la moglie. “Devi mangiarne almeno sette o nove fette al giorno.”
“Ma così morirò!”
“ Così guarirai.”
Poi guardò il marito con aria sospettosa, mentre lui fissava il portafrutta e sembrava che contasse quanti pomi erano rimasti.
Il giorno appresso, dopo che Marietto era andato a comprare il giornale, la signora pensò allo scambio. “Così vediamo chi è più furbo” disse, con un sorriso alla Bondi. E mentre lo diceva, sostituì le mele vere con altrettante mele di legno colorato, di quelle che le avevano regalato le figlie per un compleanno.
“Bene, io vado a dormire”, disse, alla solita ora del pomeriggio.
“Vai, vai pure, tesoro, io mi leggo il giornale.”
“Svegliami alle quattro, stasera devo impastare un po’ prima.”
“Va bene, come vuoi tu, tesoro.”
Più tardi fu svegliata da un trambusto. Bussavano alla porta e fuori nel pianerottolo si sentiva gente che urlava. Allora si alzò e andò ad aprire.
“Sono l’appuntato Grandoni, signora. Suo marito è in casa?”
“Sì, che è successo”
“Guardi qui.”
C’era un bambino con un ferita in testa. La mamma, la signora Prunetti, urlava, isterica, mostrando una mela di legno: “Lo voleva uccidere, maledetto ubriacone, lo voleva uccidere!”
“Pensi a quel debosciato di suo marito piuttosto!”
Marietto, in tutto quel pandemonio, era sparito.
“Marietto, Marietto, ti cercano.”
Niente, Marietto non rispondeva. Allora la signora Scafarelli andò a cercarlo per tutta la casa. Lo trovò nella stanza degli ospiti, sdraiato su un tappeto di pelo di bue.
“Che fai?”
“Ho mal di denti” rispose, tenendo la mano sinistra davanti alla bocca. Vicino a lui una mela finta cominciò a rotolare sul pavimento.
“Che hai combinato?
“Non lo fo” disse.
“Non lo fai, cosa?”
“Non fo cova e fuffeffo.”
La esse di Marietto sfiatava da tutte le parti. I suoi incisivi, quelli che il dentista gli aveva piazzato qualche mese prima, non opponevano resistenza all’aria. Anziché stare al loro posto, erano ora ben stretti nella mano destra di Marietto.

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12 Risposte to “”

  1. undulant said

    ecco, penso: “malus domestica”, già suggerisce in qualche modo domestici problemi.

    (potevi parlare di un locale per scambisti senza essere banale: le storie dei ferrovieri mi sono sempre piaciute)

  2. vieenblues said

    Meraviglioso, il racconto su ordinazione!Magistrale la scelta della mela, coi richiami a Biancaneve e al paradiso terrestre e al medico che si toglie di torno. Ti invidio la capacità di narrare coi dialoghi, in scioltezza.

  3. melacecca said

    ahahah…grazie di cuore! lo dicevo che dovevi fare un altro post!

  4. birambai said

    chiedi e ti sarà dato.

  5. e.l.e.n.a. said

    beh, in onore di melacecca non potevi che scrivere questo racconto!

    🙂

    gustosisissimo, come e più di una apple pie!

  6. Petarda said

    che bello! e com’è la voce da console? 😀

  7. birambai said

    Dipende, Pet. A volte è diplomatica, a volte da videogioco (dipende se è maschile o femminile). Comunque è sempre finta.

  8. cronomoto said

    ecco spiegato perché in questa storia gli attaccapanni non potevano ssssssscalpicciare

  9. AltraBetta said

    a dir la verità, il racconto è sotto il tuo standard (prevedibile e forse un po’ legnoso, almeno nella mela). ma è un tal piacere rileggerti dopo quasi un mese d’astinenza che vale e stravale il detto “comunque vada, sarà un fuffeffo”.
    🙂
    brillante, invece, come sempre, il tuo uso del dialogo.

  10. triana said

    sì sì, vale comun

  11. triana said

    vale comunque la pena:)) e poi quando demenzi -sarà che sono da sempre innamorata di Polanca – io mi beo:))

  12. Mi chiedo che altra magnifica storia sarebbe quella della mosca in bocca.
    Da noi, per dire a una persona che deve stare zitta e non andare a spifferare un segreto all’universo munno, si dice: mosca!
    Naturalmente questo non mette al sicuro dagli spifferi, ma inzomma…

    ps)
    Mi sto regalando una mattina per leggere e rileggere gli amici.
    Salutami Polanca, neh, e digli che il fansclub è in continua ascesa.
    🙂

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