agosto 19, 2009

Senza virgole senza forma parole scombinate un rubinetto che perde
lunga mattina di palleggi una pallina di carta e oscure righe di un libro.
Una fetta di luce che filtra ormai logora sulla parete di lato. Moltitudine di cuori che sbandano in corsa.

Penso all’asino di Sunis all’asino che s’impuntava
né avanti né indietro in mezzo alla strada, nel punto che diventava il suo mondo l’unico mondo possibile. Immobile come una pietra, mentre qualcosa si mangiava l’anima della bestia testona.
Si offre in sacrificio alla malinconia, dicevo.
Nessuno può volergli bene, dicevo.
E mi sembrava di vedere le sue lacrime, prima che riprendesse la via lenta senza voglia.

Uno dei cuori si perde nei vicoli del secolo andato, andato con la saggezza di un vecchio che si ritira silenzioso.
Quando il mondo era ubriaco di vita
il sogno di una cosa
gli incantevoli dubbi e rivoluzioni possibili
parlare parlare
o silenziose alleanze poca ragione che consola.
Sperduti nell’isola sperduta eppure nel mondo al centro del mondo.

Un altro cuore dice di Roma, Trastevere vent’anni fa, a casa di Fernanda Pivano. Lei che parla di Dylan, di Gregory Corso, di Judith Malina vestita di chiffon nelle strade di Milano coperte di neve. Lei bellissima – un ricordo sopra l’altro- noi con la bocca a forma di sorpresa che già si caricava di inaspettate nostalgie. Pronti a dare battaglia, nei paesi dell’interno “ho visto, ho visto, ho visto” in chiassose feste di campagna o fra dieci spettatori non convinti. Noi sì, noi eravamo la poesia, il metro del respiro, il Santo Bronx, l’ingenuità del canto disperato.

Un giorno che me ne andai a scoprire luoghi. I pastori che diventarono operai, le miniere l’Eldorado. Per vedere se dietro la collina c’era l’eternità, se dai pozzi si poteva sentire una voce, raccontami dello sciopero, parlami lentamente.
Lungo la spiaggia, dopo. Ci sono gli occhi di Santa Lucia sotto il sole c’è un pescatore che getta la pastura e aspetta. Mi guarda mi sorride forse è Dio.

Nel vuoto, con l’occhio del sogno, oltre il ricordo. Incapace di inventare, né avanti né indietro, come l’asino di Sunis. Qualcosa che si mangia l’anima. Senza forma.

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agosto 7, 2009

PARADISO PERDUTO

 
 
Il sole non si è ancora alzato, dentro la fabbrica c’è buio pesto. Antonio continua a rigirarsi sulla branda senza riuscire a riprendere sonno. L’aria è immobile. Questi ultimi giorni di luglio sono tremendi.
“Sei sveglio?” chiede, con un filo di voce.
Corrado non risponde. Allora Antonio si alza sui gomiti e con l’accendino illumina il viso del compagno. Per alcuni secondi, ne osserva le palpebre chiuse, i movimenti degli occhi sotto la pelle.
Più tardi mi racconterà le meraviglie con Maria, pensa, ormai posso vederne anche i sogni.
Poi, cercando di non fare rumore, si mette dritto e si dirige a tentoni verso il reparto tessitura. Va a sbattere su un telaio, ma riesce, ugualmente, a trovare il fornellino da campo. Lo accende e ci sistema sopra la caffettiera che ha preparato la sera prima.
Sorride, Antonio, al pensiero della semplicità del suo amico. Si conoscono da tanto di quel tempo che i venti giorni di occupazione hanno aggiunto ben poco alla loro amicizia. Hanno lavorato per quasi trent’anni in quella fabbrica, un telaio affianco all’altro. Negli ultimi tempi, con le macchine spente, hanno parlato un po’ di più, soprattutto la notte, sulle brande. Ma non si sono confidati niente di nuovo. Niente che già non sapessero l’uno dell’altro.
 
Il caffè viene su con un gorgoglìo più forte del solito. Anche il profumo sembra più intenso. L’oscurità e la quiete amplificano i sensi.
Dopo aver vuotato la tazzina, Antonio si arrotola una sigaretta e con la prima aspirata guarda verso una vetrata del capannone. Un raggio di luce comincia a filtrare.
“Potevi aspettarmi!”.
La voce di Corrado lo coglie di sorpresa.
“E’ ancora caldo, ma se vuoi lo rifaccio”.
“Va bene così”.
“Ci metto un minuto”.
“No, è meglio che mi risvegli subito”.
Antonio rimane in silenzio, finché il compagno non consuma tutta la sua dose di caffè.
“Non c’era Maria anche stanotte? Non siete andati a rotolarvi vicino al fiume?”.
“No” risponde in un grugnito. “Non ho sognato niente. Non mi ricordo niente”.
C’è una luce scura al fondo degli occhi di Corrado che guardano un punto lontano.
“Anche Maria mi ha lasciato…”
Lo sguardo è un sorriso amaro verso Antonio.
“Ma che ti metti a pensare… hai solo dormito male”.
“Non so. Quel niente mi spaventa”.
“Ma se a te non ha mai fatto paura nulla. Su, dai, mettiamoci al lavoro. Dobbiamo preparare l’assemblea. Vengono anche i responsabili regionali del sindacato. Ripartiremo con la produzione, andremo in autogestione. Questa volta, vedrai che qualcosa succede”.
Corrado si stringe nelle spalle e scuote leggermente testa, come a voler dire che la presenza dei capi non è affatto una garanzia. Ma non dice niente, non vuole svilire l’ottimismo dell’altro.
Antonio capisce. Lo commuove il riguardo del compagno.  
Rimangono così, ognuno immerso nei propri pensieri, riordinando l’angolo di reparto che hanno adibito a cucina e, per tutto il tempo, non si scambiano una parola.
Finché Antonio non decide che è il momento di allestire lo spazio per la riunione.
Nel salone della filatura hanno costruito un palchetto con le casse di legno che servono al trasporto delle rocche. Vi sistemano sopra un tavolo, un megafono e quattro sedie per i relatori. Corrado srotola uno striscione di tela e lo stende per terra. Con un pennarello dà un ultimo ritocco alla scritta.
“E’ una bella frase” dice Antonio.
“Me l’ha suggerita Andrea, il delegato giovane. E’uno in gamba”.
“Sì, è il migliore”.
“Avercene”.
 
Quando finiscono di attaccare anche l’ultimo lembo di stoffa alla parete, scendono dalle sedie con cauta agilità. Entrambi affondano le mani nelle tasche dei pantaloni e controllano che tutto sia a posto.
“Va bene, mi sembra”.
“Sì, manca solo una bottiglia d’acqua, la mettiamo quando arrivano”.
 
“Stanno arrivando, ascolta…”.
Un rumore di motori giunge dalla strada, ancora in lontananza. Quando si fa più vicino, Antonio stringe per un polso Corrado.
“Ci siamo”.
Lo sguardo di Corrado è limpido, adesso. Gli occhi, in quel volto antico, sembrano quelli di un ragazzino. Si abbracciano, come due amici che si stanno salutando alla stazione.
Alle otto e cinque minuti, la prima ruspa spinge la benna contro la parete del lato nord. Le altre si accaniscono sul tetto di uno dei capannoni.
 
E’ pomeriggio inoltrato, quando l’ispettore Rondoni arriva sul posto. Un sole cocente riverbera sbieco sulle macerie della vecchia Texal, la fabbrica chiusa da anni che lascerà finalmente il posto al nuovo centro commerciale. Sporco di polvere e accaldato, arriva a fatica vicino ai corpi senza vita. La Scientifica ha già terminato i rilievi. Rondoni si chiede come mai due persone anziane siano venute proprio lì e abbiano scelto quello strano modo di farla finita. Pensa alla depressione, alla solitudine che diventa insopportabile con l’avanzare degli anni, a chissà che gli sarà passato per la testa.
 
A quello striscione rosso, che parla di operai e di paradiso, non ci vuole proprio pensare. E’ una frase senza senso, una sfida inutile, con il caldo che fa.

 

 
 
Racconto “aquattromani” di e.l.e.n.a. e bobboti

agosto 4, 2009

Quando mancano pochi giorni alle ferie, il tempo sembra che si fermi. E’ come dire che non ci sono più le mezze stagioni, che il nostro mare si sta popolando di barracuda, che la gatta ci lascia lo zampino e del maiale non si butta via niente. Andando per via ho sentito anche: “si è fatto da solo”.
Comunque io dal prossimo anno ho deciso di fare così. Quando mancheranno tre giorni alle vacanze, andrò dal capoufficio e gli dirò: “Ho avuto un imprevisto, devo spostare le ferie”.
“Rinviare?” mi chiederà lui. “Procrastinare” , risponderò io. Alla parola procrastinare lui si sentirà sconfitto e accetterà la mia richiesta.
Passata una settimana, andrò dal capoufficio in seconda (che il primo è andato in ferie) e fingendo una stato di afflizione chiederò un’altra settimana di posticipazione. Sì, con lui dirò “posticipazione”. O differimento, dipende da cosa mi suggerirà l’istinto.
Così quei quindici giorni sembreranno eterni, con il caldo soffocante, la città deserta, la pressione bassa e compagnia cantante. Ma la mia vita durerà un po’ di più. Non un po’, molto di più.
Poi dice che le farfalle vivono poco. Provate a dire a una farfalla che dovrà andare in ferie fra quattro giorni. Secondo me vi dice “pozzolana”.