settembre 27, 2009

L’uomo dalla faccia lunga ripiegò il giornale e diede uno sguardo al suo orologio. Poi guardò l’orologio della stazione. Segnavano entrambi le dieci e ventidue, all’arrivo del treno mancavano ancora quindici minuti. Allora riaprì il giornale e riprese a leggere.
Pietro Gallonis, che si trovava lì per aspettare sua moglie, se ne stava seduto in una panca proprio di fronte all’uomo dalla faccia lunga. Lui doveva aspettare un po’ di più, l’altoparlante aveva annunciato un ritardo di mezz’ora. Non sapendo cosa fare cominciò a guardare l’uomo dalla faccia lunga. Non gli piaceva l’espressione di quell’uomo così magro e così elegante e non gli garbava neppure il quotidiano che stava leggendo. In più  -e questa era la cosa che lo infastidiva maggiormente-  il tale continuava a soffiarsi il naso dentro un fazzoletto ricamato. Per questo, Pietro Gallonis non gli staccava gli occhi di dosso, voleva capire cosa avesse da soffiare così tanto.
L’uomo dalla faccia lunga era abbastanza seccato dallo sguardo insistente dell’altro, ma fece finta di niente. Cominciò a leggere un articolo che parlava della ripresa economica dei paesi emergenti ma subito dopo passò alla pagina della Borsa. Poi, con fare molto signorile, chiuse di nuovo il giornale e dal taschino della giacca sfilò il fazzoletto. Si soffiò il naso, prima una narice poi l’altra. Stavolta lo fece con maggiore vigore, producendo un rumore che infastidì ancora di più Pietro Gallonis. Quando ebbe finito di soffiare,  l’uiomo riaprì i due lembi del fazzoletto ed esaminò con attenzione all’interno.
Fu allora che Pietro Gallonis si alzò. Si avvicinò lentamente allo sconosciuto, si chinò in avanti, si portò una mano alla bocca e a voce bassa chiese: “Ha trovato qualcosa di interessante?”
L’uomo dalla faccia lunga sbatté tre volte le palpebre, prima di rispondere: “Dove?”
“Nel muco. C’era qualche pepita d’oro?”
“Si può sapere cosa va cercando?”
“Cerco di capire se il suo naso produce oggetti preziosi.”
“Lei è un maleducato” disse con calma l’uomo dalla faccia lunga, rimanendo seduto al suo posto.
“E lei mi fa schifo” rispose Pietro Gallonis, grattandosi il mento.
A quel punto l’uomo elegante si alzò, afferrò la valigia e fece per andarsene.
“Dove va? Non mi ha ancora risposto”.
“Vada al diavolo, babbeo”.
La parola babbeo ebbe un effetto sconvolgente su Pietro Gallonis. “Tiè, tiè e tiè!” disse, mentre rifilava  in rapida successione tre  potenti calci sugli stinchi dell’uomo dalla faccia lunga.
Poi gli aprì la valigia e sparse tutta la biancheria nella sala d’aspetto.
Mentre l’altro si contorceva a terra per il dolore, Pietro Gallonis, stanco di aspettare sua moglie, prese i piedi e se ne andò.

Annunci

settembre 24, 2009

Ecco che allora ci siamo riuniti per una cena speciale. Stavolta l’idea è venuta a Franco Bullitta: “Sono andato a raccogliere lumache, ne volete?”
Ci sono i soliti Bulgaria e Polso, oltre a me e Polanca, naturalmente.
Bullitta arriva verso le nove con una pentola piena di lumache cucinate dalla madre: “Vogliono solo scaldate”.
“E poi vogliono messe nei piatti, e poi vogliono succhiate,  e poi vogliono digerite” fa Polanca, con un tono canzonatorio.
Bullitta se lo guarda. Poi guarda me. Non dice niente, ma dalle rughe della fronte si capisce che si sta interrogando sul senso delle parole di Polanca.
“Lascia stare,” lo tranquillizza Polanca “certe cose non vogliono spiegate. Non vogliono”.
Il profumo è di quelli buoni.
“Spero che tu le abbia fatte spurgare per almeno una settimana”.
“Sì Bulgarì, gli ho fatto pure la lavanda gastrica”.
“Non scherzare, io merda di lumaca non posso mangiarne, sono a dieta”.
“Le ho prese che si stavano svegliando dal letargo, non avevano niente nello stomaco”.
“Come fai a saperlo?”
“Lo so. Lo so e basta”.
“Al diavolo, adesso mi vuoi far credere che vedi dentro la pancia degli animali?  Io mangio un pezzo di formaggio, va bene così".
“Finiscila! Gli ho dato la farina per dieci giorni. Alla fine hanno prodotto solo filetti di pasta. Potevo cucinare anche quelli, volendo”.
Polso, in mezzo a tutta la discussione, inzuppa il pane nel sughetto piccante e succhia con voracità da una conchiglia. Fa un rumore strano, di quelli che senti di notte nella foresta.
“Non abbiamo le forchettine”.
“Stuzzicadenti”.
“Neanche quelli”.
“Basta fare un buco nella schiena e poi aspirare”.
“La schiena? La schiena di chi?”
“Qui, guarda…” spiega Polso, “qui dove inizia la spirale. Fai un taglietto col coltello e… ops, è fatta”.
Insomma, alla fine è tutto un concerto di risucchi per brodini e corna di lumaca. Nessuno parla più. Solo io, due o tre volte, faccio i complimenti alla mamma di Franco Bullitta.

Abbiamo quasi finito con i bis, quando Bulgaria se ne esce con la sua proposta: “Voglio fare le primarie”.
Nessuno di noi, presi come siamo dalla complicata battaglia con i gasteropodi, sembra dargli ascolto. Allora ripete: “Voglio fare le primarie!”
“Che primarie?” gli chiedo.
“Quelle della sinistra”.
“Ma perché ti sei iscritto al partito democratico?”
“Macché, dicevo qui, fra noi. Io mi candido. Chi si vuole candidare?”
“Mi candido anche io” fa Polanca, con aria di sfida.
“Bene allora ognuno illustri la sua tesi. Dieci minuti di tempo. Poi ognuno di voi può fare un intervento per le dichiarazioni di voto”.
“Ma piantatela, ” dico io, “non sareste in grado di convincere neppure vostra nonna”.
“A no eh? Allora stai a vedere…”
Non ha manco finito di dirlo che Polanca si alza e va a bussare nell’appartamento di fronte, quello dove abitano i due vecchietti, i coniugi Pitzalis. Bulgaria, che non si aspettava quella mossa, rimane basito.
Dopo qualche minuto sentiamo suonare alla porta. Vado ad aprire. Il signor Francesco e la signora Maria, tutti e due in pantofole e vestaglia, si presentano con un sorriso: “Noi votiamo per Polanca, è proprio bravo, ha le idee chiare”. E se ne vanno.
“Che cavolo gli hai detto, Polà?”
“Quello che ho sempre pensato” risponde, senza dare troppo peso alle parole.
“E Bersani? E Franceschini?”
“Non vogliono”.
“Non vogliono cosa?”
“Non vogliono e qualcosa”.
“Ritiro la mia candidatura!” dice Bulgaria, “ siete liberi di votare per lui”.
Bullitta e Polso, che nel frattempo avevano preparato una scatola di cartone come urna,  stanno scrivendo il nome di Polanca su un foglietto di carta macchiato di sugo.

settembre 17, 2009

Leonardo Pirolla si fermò per riprendere fiato e appoggiò il carico per terra. Guardò una volta a destra e una volta a sinistra: a quell’ora non c’era nessuno, poteva ancora riposare. Poi afferrò di nuovo la quercia, se la caricò sulle spalle e riprese il cammino. Sembrava una specie di gesucristo sardo, con i gambali e tutto il resto. Però non aveva un’aria sofferente. Anzi, sembrava molto soddisfatto.”Ancora pochi minuti e sarò a casa” pensò. Nell’ultimo tratto di salita, si lasciò andare a un certo compiacimento, pensando alla faccia che avrebbe fatto Mariantonia vedendo la quercia. La vendetta era compiuta e lui era un uomo degno del massimo rispetto.

Alcune ore prima, nella loro bella stanza matrimoniale, Mariantonia aveva cominciato a contare le pecore per prendere sonno. Ne aveva contato centotrentuno e non c’era stato verso di andare avanti. Allora aveva svegliato il marito: “Leonà, ne manca una, ti hanno rubato una pecora, vai subito a vedere!”
Lui era saltato giù dal letto come una molla e stava per uscire così com’era, in mutande e con la doppietta. “Mettiti i pantaloni!” gli aveva urlato Mariantonia.
Leonardo Pirolla aveva indossato i pantaloni e aveva riposto la doppietta. “Al posto della doppietta prendo la motosega”.
Arrivò al proprio ovile. Effettivamente gli mancava una pecora.
Allora, dando ascolto ai suoi sospetti, puntò dritto verso le campagne di Furanzones. Dopo un paio di chilometri, vide da lontano una striscia di fumo che si levava dalla capanna di Cesare il porcaro: “Lì hanno arrostito pecora”.
Con fare furtivo si avvicinò al recinto dei maiali, pronto ad accendere il motore e motosegare un verro. Però si trovò davanti una scrofa con i suoi maialini che suggevano dalle grasse mammelle. “I maialini non hanno colpa”. Così cambiò idea e decise di vendicarsi con un albero del querceto. Scelse la pianta più bella, un esemplare che sembrava disegnato, tanto era perfetto. Aveva un tronco così grosso che con le sue braccia, lui, non avrebbe mai potuto abbracciarlo. Sotto la luce della luna, Leonardo guardò e riguardò l’albero. L’idea della vendetta lo eccitava.
Si eccitò a tal punto che sentì qualcosa muoversi sotto i pantaloni di fustagno, qualcosa che gli stava diventando duro. Cercò di resistere alla tentazione del demonio. Inutilmente. Poco dopo stava infilando quella cosa dura dentro un buco del tronco secolare. “Amore mio, amore mio” diceva, fra un sospiro e l’altro.
Quando ebbe finito sollevò lo sguardo. Le fronde della quercia erano piene di piccole ghiande che sembravano tante faccine con un cappello in testa. No, non poteva motosegare quel dono della natura, era troppo bello e i riflessi della luna penetravano fra le foglie.
Per fortuna, lì vicino, c’era un’altra pianta più piccola e meno bella, con le foglie un po’ ingiallite dalla siccità. “Tu non mi freghi” disse. Si concentrò e in pochi secondi la segò.
Era pesante, nonostante fosse una pianta ancora giovane, e trasportarla fino al paese gli costò una fatica disumana.
Ce l’aveva fatta, però.  Anche senza i soldati che lo frustavano ad ogni caduta, anche lui aveva superato le stazioni della viacrucis. “Mariantonia sarà soddisfatta”.
Quando si svegliò, Mariantonia guardò l’albero: “Aspettami qui” disse.
Scese in cantina e prese il nervo di bue. Poi, senza aggiungere una sola parola, assestò ventidue nerbate sulla schiena di Pirolla.

settembre 11, 2009

Mi è sempre difficile parlare di quanto avviene a Lacanas. Dio solo, credo, conosce i motivi del disagio che provo tutte le volte che affronto questo argomento. Tutto ciò è irragionevole. Perché io a Lacanas non ci vado dal 1987 e quella volta partecipai a una tranquilla corsa di cavalli in qualità di spettatore, niente di più.

Ma ecco che nella piazza della chiesa, verso mezzogiorno, Gianfilippo Mannoi sta dicendo: “E’ stato lui, ho le prove”.
Lo sta dicendo sottovoce. Vicino a lui non c’è nessuno, forse sta parlando a se stesso. Però Gianfilippo è considerato l’uomo più saggio di Lacanas, colui che possiede una sapienza schiacciante rispetto a tutti. E, infatti, ecco che subito si avvicina Mario Faldino, il quale vuole sentire cosa sta dicendo l’anziano pastore.
“E’ stato lui” ripete Mannoi.

E ora, se guardate bene, potete vedere che sta puntando l’indice in direzione del negozio di Paolino Baralla.

“Come fai a dirlo?”
“Guarda è sparita ancora una volta”.
“Già, è proprio così”
“ E poco fa ho visto Baralla che spazzava con una scopa di saggina”.
“Ma dove la nasconde?”
“La scopa?”
“No, l’ombra del campanile.”
“Qualcuno dice di averne visto dei pezzetti dentro il barattolo delle mentine”.
“Quindi la raccoglie e poi la taglia a pezzetti?”
“E’ evidente”.
“Ma perché?”
“La vende, ecco perché”.

Il bambino che passa in questo momento sembra mandato da uno sceneggiatore, invece si sta recando proprio al negozio di Paolino Baralla. Ce l’ha mandato la mamma a comprare un po’ di zucchero e un tubetto di conserva.
“Dove vai a quest’ora, sotto il sole?” E’ Faldino che parla.
“Dal signor Paolino, perché?”
“Vieni qui, compra anche trenta grammi di ombra di campanile". Ecco a te cento lire, puoi tenere il resto”.
“Va bene” dice il bambino senza fare una piega.

In questi tre minuti d’attesa, potete tenere lo sguardo sul bambino che sparisce dietro i fili colorati della tenda scacciamosche. Oppure, se preferite, sulle spalle dei due uomini che aspettano in silenzio. Se vi annoiate, siete liberi di constatare come effettivamente non ci sia un filo d’ombra in tutta la piazza.
Ma ecco che il bimbo sta facendo ritorno.
“Faceva novantacinque lire.”
“Le cinque sono tue, vai con Dio”
“Le ho già spese, ho preso anch’io un po’ di quella roba”.
“Che roba?”
“Le mentine”.
“Ma gli hai detto che volevi ombra di campanile?”
“Sì. Ma è la stessa cosa.”

Il birboncello sta correndo via, ora. Guardate come le sue gambette si muovono svelte sul selciato.
Gianfilippo Mannoi ha aperto il pacchetto, una specie di imbuto di carta giallina.
“Vedi…loro credono di mangiare solo mentine, in realtà si stanno mangiando anche l’ombra del campanile”.
“Farabutto” dice Faldino.
“Domani lo facciamo arrestare”.
Mentre dice così, Mannoi spazia con lo sguardo sull’intera piazza. Poi, inarcando le sopracciglia, guarda di sbieco l’uomo che gli sta accanto. Lo schiaccia con la saggezza che gli è propria.
Mario Faldino non sa proprio cosa dire. Perciò se ne sta fermo e zitto. Potremmo dire che si sente annichilito. Lo potete capire dall’espressione del suo viso. E se guardate attentamente potete anche vedere che sulla fronte imperlata di sudore gli è spuntato un foruncolo che prima non c’era.

settembre 5, 2009

Ecco che sono affacciato alla finestra per godermi il magnifico sole di Settembre. E’ proprio un bello spettacolo. In lontananza posso vedere il paesino che sta ai piedi del monte Forrali e una piccola nuvola che si è fermata lassù. E poi ci sono tutte le donne che passano nella via, di ritorno a casa all’uscita della messa. C’è anche la signora Birinu, fasciata dentro un vestito elegante. Ha ancora un bel culo, la signora Birinu. Visto dall’alto sembra ancora più bello.
Il sole di Settembre, la domenica mattina, è speciale. Ti entra in casa e tu ti senti come se avessi quindici anni, con quel senso di tranquillità avvolgente che non provi neppure con l’ansiolitico. Sono molto contento, penso che dopo un altro caffè mi godrò ancora questo stato di beatitudine, a speculare sul senso della vita e sul miracolo che può scaturire dentro l’uomo.
Così pensando, sollevo lo sguardo per farlo vagare di nuovo fra gli uliveti della vallata. In un attimo mi perdo nello spettacolo della natura, nel mistero che si nasconde dentro la meraviglia del creato.

Ma lo sapete anche voi che la felicità inciampa al primo ostacolo e cade dopo pochi passi.
Una mosca, uscita chissà da dove, mi passa sopra la testa e subito dopo, dopo aver fatto una piroetta velocissima, punta dritta contro di me. Le mosche mi fanno schifo, soprattutto quelle grosse. Immagino che siano piene di carne putrefatta e di succo di melone rancido. Grasse e piene di una poltiglia gialla maleodorante. Inoltre -e questa è una cosa che so da quando ero bambino- alcune specie di mosca depongono le uova in volo. E lo fanno spesso dentro l’occhio delle persone, rilasciando queste uova come se fossero bombe a grappolo. Come se l’occhio fosse l’Afghanistan e loro l’aviazione americana.
Chiudo in fretta le palpebre, prima che sganci gli ordigni, quella bastarda. Però non credo di aver fatto in tempo, la velocità di certe mosche supera di gran lunga il pensiero, soprattutto quando tu sei immerso nel tepore avvolgente di Settembre.
Subito mi sembra di sentire un corpo estraneo dentro l’occhio. Corro in bagno, mi lavo con l’acqua fredda. Poi con quella un po’ più calda. Quando mi guardo allo specchio mi sembra di vedere dei puntini gialli dentro la cornea. Allora ci passo sopra un fazzoletto pulito e poi un poco di sapone. Mi brucia, mi brucia tantissimo.
Telefono al mio medico.
“Sì, dottore, proprio così, dentro l’occhio ho un milione di larve. Sento che si muovono. Mi ha bombardato all’improvviso, quella maledetta, senza preallarme”.
“Venga in ambulatorio, fra dieci minuti sarò lì”.
Mi visita, mi ispezione per bene con una lente, mentre io ho dei tremori alle gambe. Poi scrive una ricetta. “Prenda questo, le passerà tutto in pochi minuti”.
Quando arrivo in farmacia cerco di leggere cosa mi ha prescritto, ma come al solito non si capisce una mazza. La farmacista, invece, capisce subito. Mi sorride. Anche la farmacista ha un bel culo, non come quello della signora Birinu, però è bello lo stesso. Chiudo l’occhio bombardato e la guardo con quello sano, mentre apre un cassetto per prendere la scatola della mia medicina.
Quando torno a casa apro in fretta il pacchetto e tirò fuori la scatola. E’ il solito flacone di ansiolitico.
Vabbè, lo prendo.
Dopo un po’ sto meglio, l’occhio non mi brucia più. Ma non è la stessa cosa del sole di Settembre che ti entra dalla finestra la domenica mattina. Quello stato di benessere che ho provato un’ora prima non lo ritrovo più. Anche perché adesso dalla strada mi arrivano solo le voci di tue pipi che parlano delle dimissioni di Boffo. Poi ridacchiano in modo sgradevole.
Ripeto tre volte la parola "caduco".