ottobre 29, 2009

Questo fatto è accaduto la mattina del 23 di Settembre, il giorno dell’equinozio. Non credo che c’entri nulla con la diminuzione delle ore di luce, ma non posso dirlo con assoluta certezza.
Giambasilio Murrone, dopo aver indossato le scarpe nuove, disse: “Le devo provare”.
“Dovrai fare una passeggiata” propose una voce.
“E’ quel che farò”.
In casa non c’era nessuno, dal momento che Giambasilio abitava da solo, e per un po’ si chiese da dove potesse arrivare quella voce che gli veniva da dentro a suggerirgli le cose. Non trovò una risposta convincente e la sua voce interiore, in quel caso, non lo aiutò.
Uscì verso le undici e tre quarti.
“Sono troppo lucide, faccio la figura del signorino”. Ma una vecchia con un sacchetto pieno di castagne gli passò vicino senza neppure guardarlo.
“Beh, però, per quello che mi sono costate, sono delle ottime scarpe. Fondo in cuoio e pellame di prima qualità. Mi ci devo solo abituare”.
Aveva già fatto trecento metri, con le suole nuove che risuonavano ad ogni passo, e stava per tornare indietro: “Ora vado e scrivo un racconto che lascerà stupefatti tutti i lettori”.
“Non proprio tutti” lo ammonì la voce.
Così pensando svoltò a destra, in Via Pintorserra. Fu lì, vicino alla casa di Pietro Perino, che vide la fila di formiche. Migliaia di piccoli esserini andavano uno dietro l’altro, formando una linea sottile che si perdeva in un punto imprecisato. Giambasilio Murrone, incoraggiato dalla voce, decise di scoprirlo.
Dovette fare altri dieci passi per arrivare in Piazzetta Bonghi.
“E’ un bellissimo formicaio, non ne vedevo uno così da quando ero bambino”.
Si chinò e cominciò a osservare le formiche.
In quel momento arrivò uno sconosciuto. Si avvicinò a Giambasilio e chiese: “Mi sa dire dov’è Piazza Bonghi?”
“Ci sta sopra in questo momento”.
“Ah, che stupido!”
“Già”.
Lo sconosciuto stava per andarsene. Poi, vedendo che Giambasilio scostava un po’ di terra con un rametto, chiese: “Ma che fa, così piegato?”
“Osservo le formiche”.
“ Lei è uno studioso?”
“No”.
“E allora?”
“Allora cosa?”
“Perché le osserva?”
“Perché mi va”.
Lo sconosciuto assunse un’espressione perplessa e arricciò il naso.
“ E cosa ci trova di interessante?”
“Lei lo sa che le formiche coltivano i funghi? E che vanno in ibernazione? E che si orientano col sole? E che trovano la via del ritorno contando i passi? E che…”
“No, non lo sapevo” disse lo sconosciuto, sempre più sorpreso.
“Ecco, adesso che lo sa mi lasci in pace”.
Il tipo, pensando di avere a che fare con un pazzo, se ne andò senza aggiungere altro. Giambasilio pensò a quanto è misera la vita di molti uomini.
Poi, avvicinando l’orecchio al formicaio, cercò di ascoltare il rumore del lavorio incessante delle operaie.
Ma ecco che la voce lo ammonì di nuovo: “Dovresti camminare ancora un po’, domani non puoi andare in ufficio con le scarpe così nuove”.
Stavolta, Giambasilio Murrone non le diede ascolto. Se ne rimase lì per altre due ore. Fece rientro a casa intorno alle quattordici. Nel tragitto contò i passi e, per lunghi tratti, camminò ad occhi chiusi. Prima di infilare la chiave nella serratura del suo portone, si chiese come mai i vivai sono così silenziosi e i mortai fanno invece tutto quel rumore.

Annunci

ottobre 23, 2009

“Andatevene, tanto da qui non mi sposto!” Giampaolo Trillocci urlò di nuovo la sua richiesta. Intorno a lui si era  formato un capannello di persone curiose e la fila delle macchine che non riuscivano a passare si allungava di minuto in minuto. Trillocci era lì impalato, in mezzo alla via. Ogni tanto guardava in direzione del sole, finché gli occhi non gli lacrimavano. “Il mio cane pioverà dal cielo e atterrerà in questo punto”.
“Trillocci,il tuo cane è morto, devi fartene una ragione” gli disse Demetrio Faragone, cercando di appoggiargli una mano sulla spalla. Giampaolo Trillocci con un gesto rabbioso scostò il braccio dell’idraulico: “Vaffanculo!” disse, schiumando di rabbia.
“Andiamo, andiamo via, lasciamolo perdere” disse Giovannina Filia, rivolgendosi al marito in modo che tutti sentissero. Ma nessuno voleva perdersi la scena.
Allora arrivarono i carabinieri. “Venga con noi”.
“Al diavolo! Me ne andrò solo quando arriverà Ganzittu”.
“Chi è Ganzittu?”
“E’ il mio cane”.
“Il suo cane morto” gridò qualcuno dalla folla.
“Non è morto. E’ solo andato a farsi un giro. Ma oggi torna, lo so”.
Rimasero a discutere per altri dieci minuti. I vigili urbani, intanto, cercavano di indirizzare il traffico sulle vie parallele.
L’appuntato Corniola ricevette una telefonata. “Agli ordini!” rispose, prima di chiudere la breve comunicazione. Poi, con fare deciso, cerco di immobilizzare Trillocci. Ma Trillocci si gettò per terra e cercò di mordere una caviglia dell’appuntato.
“Non sapete niente neppure della vostra vita e ora pensate di conoscere i viaggi di Ganzittu…”
 Adesso aveva una voce roca, più debole, e la sua faccia toccava l’asfalto.
Ma Corniola non era tipo da farsi commuovere. Afferrò il manganello e cominciò a picchiare sulle gambe e sulla schiena di Trillocci.
Fu in quel preciso momento che una nuvola, arrivata all’improvviso, si mise davanti al sole.
Il primo a notarla fu Mariolino, il figlio piccolo dell’avvocato Tiddia. “E’ il cane, è il cane!”
In effetti aveva la forma di un cane. Ma poteva essere anche un cavallo. O un ippopotamo magro.

ottobre 23, 2009

Al  crepuscolo il goi e gai aveva ormai attraversato il paese. Come il venticello novembrino, che dalla mattina aveva cominciato a soffiare da Monte Gollasi, era arrivato ovunque, perfino nelle strette viuzze dell’antico rione di San Basilio. Era penetrato nelle crepe dei muri, nelle rugginose tubature, sotto gli stipiti delle porte malandate. E le umide case lo avevano inghiottito.
Chi vi abitava – le poche vecchie in fardetta da vedova, con la tomba già prenotata all’ufficio ragioneria del comune – aveva avvertito un brivido lungo . A niente era servito segnarsi davanti alle immaginette di Padre Pio o alle madonnine di plastica bianca: la sensazione sgradevole era arrivata fino alle ossa e ora, per attenuarla, era necessario parlarne con qualcuno. Così, prima del tramonto, nelle cornette grigie dei vecchi apparecchi a disco, il goi e gai si era moltiplicato. Aveva attraversato i cavi sotterranei dello stradone ed era uscito dai moderni cordless, nelle villette a schiera del nuovo quartiere alla periferia di Nughes. Lì, medici e avvocati, professoresse e architetti, impiegati e commercianti – i figli e i nipoti delle beghine del centro storico – avevano tradotto le due paroline nella lingua colta imparata a scuola. Così e così. E prima della mezzanotte di quel ventisei di Novembre, il goi e gai, come un ruscello che si gonfia di pioggia autunnale, si era fatto scuro e minaccioso. Ora, le due parlate ancora conviventi nella cittadina, producevano un solo mormorio. Ora ognuno lo poteva sentire quel torrente, e ognuno lo poteva alimentare. Con la lingua dei padri o con quella dei figli. Fino a farlo diventare un fiume in piena.

Goi e gai, in fondo al lago, nanchi.
Così e così, l’ex marito, ite dannu..
Goi e gai, ho sentito. Strangolata. Affogata.
Così e così, ma lo sai che.

“Ma lo sai che così marcirai in galera?”
“Sì, lo so”.
Alle sei del mattino, dentro la questura di Villasperanza, Antonio Mameli si rifiutava, per l’ennesima volta, di fornire all’avvocato Pilosu una precisa versione dei fatti.
Si trovavano lì da diverse ore. L’alba cominciava a mescolarsi alla livida luce di una lampada al neon. Antonio, per tutto quel tempo, aveva tenuto lo sguardo fisso sulle sue scarpe, aveva ascoltato le inutili domande dell’anziano penalista, aveva bofonchiato un’impossibile richiesta di sigarette e, a più riprese, quei tre monosillabi. L’avvocato, con le maniere acquisite dalla lunga esperienza in Barbagia, aveva cercato di forzare il muro di reticenza, ora assecondando i silenzi, ora incoraggiando il suo assistito, ora cercando di spaventarlo:
“Ma lo sai che così…
“Sì, lo so.”
Alla fine si era arreso. Stravolto dalla fatica della notte insonne e senza esito, il legale si era alzato e aveva indossato il cappotto, pronto ad andar via. Prima di uscire dalla stanza, facendo leva con l’indice destro, aveva sollevato il mento di Antonio, per guardarlo dritto negli occhi.
“Ti avverto, io non torno più. O ti decidi a parlare o non vedrai più la mia faccia” gli disse, con il tono più ruvido che riuscì a trovare “non contare neanche sulla nostra amicizia.”
“Torni pure a casa, avvocato, vada a dormire, non si dia pena. Non credo che io la rivedrò più. Ma domani controlli la sua corrispondenza”.
“Cosa vuoi dire?”
“Niente. Niente”
“Se non parli tu, sarà il paese a parlare per te. Anzi, lo sta già facendo. Lo sai, vero?”
“Sì, lo so.”

Il sole era già alto. Durante la notte il venticello si era rinforzato fino a diventare un forte maestrale che aveva spazzato via le impurità dell’aria. Il cielo era liscio come uno specchio e una luce abbacinante inondava la piazza. L’avvocato Pilosu, uscendo dall’ufficio delle poste centrali, si sollevò il bavero per ripararsi la nuca dalle folate che colpivano a tradimento. Aveva appena ritirato la corrispondenza dalla sua casella e mentre tornava alla macchina ripeteva, col pensiero, quelle poche parole che Antonio Mameli gli aveva rivolto qualche ora prima.
Entrò nella sua Mercedes metallizzata e prima di mettere in moto scartò con nervosismo decine di buste: bollette, inviti a convegni, estratti conto, volantini pubblicitari. Finalmente trovò la lettera che cercava.
Strappò nervosamente la carta. Senza preoccuparsi della gente che avrebbe potuto vederlo, come un innamorato che non vede l’ora di scoprire cosa scrive l’amante, cominciò a leggere.

Caro avvocato Pilosu,
ora lo so, l’amore è un errore, un tragico errore della natura. È impossibile indagarne il senso, ma alla fine è così. Un inganno, un’eterna sconfitta. Come in un film di Truffaut.
Non s’interroghi troppo sul significato delle mie parole. Lo stato di prostrazione mi fa scrivere in modo confuso. Sappia solo che la gelosia e l’orgoglio non hanno niente a che fare con questa storia. Semmai è un concetto di impossibilità, quello che prevale.
Non so cosa mi sia saltato in testa l’altro pomeriggio.
Era quasi un anno che non la incontravo, da quel giorno che nel suo studio avevamo definito i termini della separazione. Da allora, l’avevo vista solo una volta, da lontano, riflessa in una vetrina di un’altra città. Sapevo che era meglio così.
Forse è stata la sua voce al telefono, il tono affettuoso, in quell’invito buttato lì: “Sono di passaggio a Nughes, se vuoi possiamo prendere un tè insieme”. O la mia immediata arrendevolezza: “Va bene, fra quanto?”
Forse la striscia di luce che poco dopo filtrava da una finestra del bar e che tagliava a metà il nostro tavolino, come a rilevare una divisione incolmabile. Il suo sguardo, diverso da come l’avevo sempre conosciuto, pieno di interrogativi. Una mano bianchissima, con un anello che ricordavo da sempre. La sua immutata bellezza. E un dialogo laconico fatto di mille rimandi:
“Allora, come ti va?”
“Al solito.”
“E in cosa consiste il solito?”
“È fatto di abitudine. E tu?”
“Bene. Sono a un buon punto.”
“Nella ricostruzione?”
“Diciamo così ”

Ecco, forse è stato tutto questo, le impressioni, le sfumature, a coprirmi di un sentimento d’infinita amarezza. Ma tutto sarebbe finito lì. Un saluto, una coda di nostalgia. Invece, non so perché, Marta mi ha chiesto di fare una passeggiata: “Voglio rivedere il fiume, voglio rivedere il posto dove ci siamo innamorati”.
Sulla grande roccia che sovrasta il laghetto di Poggiu ‘e Martine, mentre muti guardavamo dall’alto lo scorrere lento dell’acqua e confuse immagini di dodici anni prima, -due che si baciano e nuotano e si promettono la felicità . E’ stato allora che abbiamo sentito la nostra risata ventenne echeggiare nella valle.
È stato lì, in quel momento, che ho pensato di preservare un ricordo, di fermare il tempo. Con un filo di ferro, un sasso. Con tutto l’amore che avevo in corpo.
Così, caro avvocato.
Almeno lei mi perdoni. E, la prego, spieghi a mio padre, se può.

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;
mso-ansi-language:#0400;
mso-fareast-language:#0400;
mso-bidi-language:#0400;}


L’avvocato Pilosu lesse la firma di Antonio Mameli, prima di ripiegare il foglio. Col cuore in tumulto accese il motore e fece sgommare le ruote. In pochi istanti fu davanti a casa sua. Lasciò l’auto in moto, accostandosi al marciapiede. Doveva solo prendere un fascicolo e recarsi da Antonio. In fretta, più in fretta possibile.
Mentre apriva il portone, sentì squillare il telefono del vicino. Poi quello del suo studio. Poi il cellulare.
Non ebbe bisogno di rispondere alla chiamata, capì subito che un altro goi e gai stava circolando fra i cavi e nell’aria. Gli ci vollero pochi secondi per tradurre quei suoni che continuavano a sovrapporsi.
Il goi era un volo da una finestra. Il gai era un corpo malamente ricoperto da un lenzuolo. Il così era una verbale della polizia .

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;
mso-ansi-language:#0400;
mso-fareast-language:#0400;
mso-bidi-language:#0400;}

Vedeva tutto, ora. Con la stessa chiarezza di quel cielo autunnale.
Quello che non riusciva a vedere era l’espressione sul viso di Antonio Mameli, l’ultimo pensiero. Allora immaginò un sorriso. Amaro e dolcissimo.

Normal
0
14

false
false
false

MicrosoftInternetExplorer4

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Times New Roman”;
mso-ansi-language:#0400;
mso-fareast-language:#0400;
mso-bidi-language:#0400;}

Tornò indietro, lentamente, a spegnere il motore. Il vento si era calmato.

ottobre 22, 2009

Io avevo detto Iraq. Aboliamo l’Iraq. Poi, come sempre, la stampa comunista rovescia quello che dico.

Nei sondaggi sale marino.

Aumenti contrattuali : La nuova sigla di portapò  sarà Via col venti.
Per cento.

"Ti scudo" era una minaccia. Adesso è una promessa.

ottobre 19, 2009

E così, dopo averci pensato per buona parte della mattinata, ho pensato di agire in maniera astuta.
Ho chiesto un colloquio al responsabile del personale.
All’inizio sembrava sorpreso, poi mi ha risposto che potevo andare da lui nel pomeriggio.
Il capo del personale è un tipo che si veste sempre da capo del personale, stile corporate, non so se avete presente quelle giacche a righine e le scarpe stringate. E’ uno che se la tira un bel po’, ogni mattina si fa portare i quotidiani che parlano di economia e un giornale di destra, non sto a dirvi quale. Poi si riempie la bocca con paroloni tipo opening, arbitrage e restrizione finanziaria.
Dunque alle quindici e trenta mi fa chiamare dalla segretaria. Mi metto la giacca e busso alla porta del suo ufficio.
“Prego signor Bobboti, si accomodi” mi dice, sorridendo come solo un manager sa fare.
“Posso stare anche in piedi, è una questione di poco conto”.
Mentre dico così, schermendomi dietro un’apparente timidezza, infilo le mani nelle tasche dei pantaloni e li tiro su fino a lasciare scoperte le caviglie. Ve l’ho detto avevo un piano astuto.
Lui mi guarda e aspetta che dica qualcosa.
“Volevo chiedere come va?”
“Come va cosa, signor Bobboti?”
“Il mio lavoro…volevo sapere se sto andando bene”.
Apre una cartella, scorre velocemente alcuni dati e poi dice: “Mi pare che non ci siano grossi problemi, non abbiamo di che lamentarci. Ma perché mi fa questa domanda?”
“No…così, volevo solo rassicurami, sa… di questi tempi è meglio avere coscienza del proprio dovere”.
“Non c’è dubbio. Lei fa bene signor Bobboti, questi sono tempi difficili e ognuno di noi deve dare il proprio contributo. E anche qualcosa di più”
“Bene, allora io vado”
“Torni a trovarmi quando vuole, signor Bobboti”.
Mi giro e faccio due passi di spalle, sempre coi calzoni sollevati. Anche se non lo vedo, sento che finalmente sta guardando in direzione dei miei piedi.
“Ah, mi scusi signor Bobboti, le rubo solo un secondo”.
Mentre mi volto penso a cosa dirgli. Prendo in mano la bustina dei calzini turchesi da regalargli, mi formulo in testa la frase che avevo preparato.
“Volevo solo dirle una cosa, se non si offende” mi fa, sempre con quel sorriso che solo pochi eletti riescono a riprodurre sempre uguale.
“Non mi offendo affatto, è una scelta consapevole”.
“Volevo solo farle notare che probabilmente mentre veniva al lavoro ha calpestato una cacca di cane. Si pulisca la scarpa, prima di tornare alla sua scrivania”.
Io me ne sto lì impalato. Poi guardo sotto. Effettivamente ho un po’ roba attaccata alla suola.
In quel momento sono talmente imbarazzato che riesco solo a chiedere un miracolo. E il miracolo si avvera: imbratto tutta la moquette di merda.
“Mi sa che l’ho già fatto" dico, guardandolo dritto negli occhi. " Grazie della sua disponibilità”.
“Buon lavoro, signor Bobboti”.
“Grazie”.

ottobre 8, 2009

Ho visto un piccione che col becco si spulciava l’ala sinistra. Un cane zoppo che attraversava la strada. La Costituzione è di sinistra. Il presidente della Repubblica è di sinistra. Entra la Corte.
Una volta, ora che mi ricordo, avevo un’unghia un po’ incarnita: era a sinistra. Anche la fede, nel senso della fede, sta a sinistra. La stampa è tutta di sinistra e Giggiriva era ala sinistra.
Gianfilippo Marroccu ha mangiato un muggine arrosto che pesava settecento grammi. Anche se ci togli le spine e la testa, dopo cena Marroccu pesa almeno mezzo chilo in più. E Marroccu è sempre stato di sinistra. La moglie di Marroccu, che simpatizza per Rotondi, è a dieta e perciò ha mangiato solo una mela. Il figlio Gianuario, ancora indeciso sull’orientamento politico, continua a sudare. Ne consegue che nella famiglia Marroccu la sinistra ha più peso.
I comici sono tutti di sinistra, l’approfondimento è tutto di sinistra, la propensione, l’inclinazione e la secrezione sono indiscutibilmente di sinistra. Il tramonto e l’alba al mio paese sono di sinistra si vede dal colore. Per non parlare dei melograni in questa stagione.
Emilio Fede, dopo aver letto 9 a 6, ha rovesciato il foglio. Era incredulo. Allora lo ha scritto su un foglio bianco, più grande:
9 – 6
Poi ha mandato la pubblicità e per tutto il tempo ha continuato a far ruotare il foglio:
9-6 nove a sei nove a sei nove a. Ha avuto un mancamento. Un mancamento di sinistra. Perché i numeri sono di sinistra. E infatti, se provo a fare di conto con le mani, mi accorgo che con la sinistra faccio più veloce. Dunque la sinistra conta di più, non c’è niente da fare.
Si sente dire spesso “la prima a sinistra”. La corte costituzionale fa schifo da quanto è di sinistra.
Ora che mi ci fate pensare si dice anche “una scena sinistra”, "allineamento a sinistra" e una delle più belle zone è il Sinis.
La magistratura si fa fotografare solo da una parte, dice che quello è il suo profilo. Non c’è bisogno che vi dica quale. Mi sento male, se lo dico.
Ha toccato, ha toccato! Viva il 69!
I documentari che parlano delle formiche sono tutti schierati a sinistra. Li  fa Rosibindi. Si ricopre di fieno e di terra e se sta lì giorni e giorni a filmare senza neanche lavarsi.
La signora Speranza da nubile si chiamava Balloi, Speranzina Balloi. Poi ha sposato un Manca.
Come pensate che la chiamino adesso?
Scrivo tutto di questo colore.

terno al lodo

ottobre 6, 2009

Tra lidi e ludi
io non deludo
io "lady" illudo
laido la do

Io eludo e ledo
poi il dolo elido
e se alludo al lodo
sol lodi odrò.

ottobre 4, 2009

Il gatto, ogni tanto, si risvegliava dal suo torpore. Acciambellato sul pavimento, nel quadrato di sole che entrava dalla finestra, apriva gli occhi e rivelava la sua esistenza con un sonnacchioso miagolio. Un solo verso, tedioso, rivolto a una delle piastrelle di ceramica che ricoprivano la parete dietro i fornelli.
Il bambino, allora, distoglieva l’attenzione dai suoi giochi e riponeva sul tavolo il tassello del puzzle che stava cercando di incastrare. Guardava  il gatto.
“Mamma, il gatto ha detto miao un’altra volta” diceva, rivolto alla madre.
La mamma, intenta a lavare i piatti, era talmente immersa nei suoi pensieri che lasciava cadere nel nulla l’osservazione del bimbo. Allora Giangi ripeteva la frase con un po’ di vivacità: “Ma’, il gatto ha detto miao!”.
Solo al quarto tentativo riusciva a ottenere l’attenzione richiesta: “E perché ha detto miao, il matto?
“Perché ha visto il pesce disegnato nella maiolica”.
La donna non si voltava. Nella cucina si sentiva solo il rumore delle stoviglie riposte nello scolapiatti e quello dell’acqua che scendeva nel lavello. Il pesce marrone, con la testa grande e gli occhi gialli, sembrava un mostro preistorico. Giangi lo guardava. E, di nuovo, guardava il gatto. L’animale, dopo qualche minuto, ripeteva il suo verso.
Poiché non succedeva nient’altro, il bambino premeva il tasto del telecomando. Il telegiornale diceva cosa bisognava fare per arrivare in forma alla prova costume da bagno. Subito dopo, un tale con la cravatta, diceva la parola “cattocomunista”. Allora il micio  allungava una zampa posteriore per sgranchirsi. Poi sbadigliava e lentamente se ne andava a cercare la sua ciotola.

ottobre 1, 2009

Devo smettere. Non devo più leggere le dichiarazioni di quello e quell’altro. Perché poi io ci rimugino sopra. E quando ci rimugino sopra, i pupazzetti riprendono a cantarmi dentro la testa.
Le parole dicevano che il ministro Brunetta aveva fatto delle dichiarazioni sopra le righe eccetera eccetera.
Eccolo che si arrampica. Come un piccolo soldato della marina americana, afferra una riga con la mano sinistra e appoggia il piede destro sulla riga di sotto. Poi con l’altra manina si aggrappa alla riga superiore. E’ tutto sudato, ma non demorde, ha dentro di sé l’orgoglio del vero patriota, vuole parlare. E così arriva fino alla finestra di casa mia, si affaccia e mi urla qualcosa. Vedo solo la faccia e le manine grassocce aggrappate alla lastra di granito. “Che vuoi?” gli chiedo.
“Vergogna, vergogna”. Urla come un indemoniato.
Allora prendo lo spray contro le zanzare e glielo spruzzo sugli occhi. Ma quello resiste, gonfia le gote, sbuffa. Poi sputa dentro la stanza. Alla fine prendo un martello e gli pesto le unghie.
Finalmente molla la presa e cade. Io però non riesco più a tranquillizzarmi. Devo fare un sacco di zapping per trovare un po’ di calma.
C’è Belpietro da Vespa.