ottobre 19, 2009

E così, dopo averci pensato per buona parte della mattinata, ho pensato di agire in maniera astuta.
Ho chiesto un colloquio al responsabile del personale.
All’inizio sembrava sorpreso, poi mi ha risposto che potevo andare da lui nel pomeriggio.
Il capo del personale è un tipo che si veste sempre da capo del personale, stile corporate, non so se avete presente quelle giacche a righine e le scarpe stringate. E’ uno che se la tira un bel po’, ogni mattina si fa portare i quotidiani che parlano di economia e un giornale di destra, non sto a dirvi quale. Poi si riempie la bocca con paroloni tipo opening, arbitrage e restrizione finanziaria.
Dunque alle quindici e trenta mi fa chiamare dalla segretaria. Mi metto la giacca e busso alla porta del suo ufficio.
“Prego signor Bobboti, si accomodi” mi dice, sorridendo come solo un manager sa fare.
“Posso stare anche in piedi, è una questione di poco conto”.
Mentre dico così, schermendomi dietro un’apparente timidezza, infilo le mani nelle tasche dei pantaloni e li tiro su fino a lasciare scoperte le caviglie. Ve l’ho detto avevo un piano astuto.
Lui mi guarda e aspetta che dica qualcosa.
“Volevo chiedere come va?”
“Come va cosa, signor Bobboti?”
“Il mio lavoro…volevo sapere se sto andando bene”.
Apre una cartella, scorre velocemente alcuni dati e poi dice: “Mi pare che non ci siano grossi problemi, non abbiamo di che lamentarci. Ma perché mi fa questa domanda?”
“No…così, volevo solo rassicurami, sa… di questi tempi è meglio avere coscienza del proprio dovere”.
“Non c’è dubbio. Lei fa bene signor Bobboti, questi sono tempi difficili e ognuno di noi deve dare il proprio contributo. E anche qualcosa di più”
“Bene, allora io vado”
“Torni a trovarmi quando vuole, signor Bobboti”.
Mi giro e faccio due passi di spalle, sempre coi calzoni sollevati. Anche se non lo vedo, sento che finalmente sta guardando in direzione dei miei piedi.
“Ah, mi scusi signor Bobboti, le rubo solo un secondo”.
Mentre mi volto penso a cosa dirgli. Prendo in mano la bustina dei calzini turchesi da regalargli, mi formulo in testa la frase che avevo preparato.
“Volevo solo dirle una cosa, se non si offende” mi fa, sempre con quel sorriso che solo pochi eletti riescono a riprodurre sempre uguale.
“Non mi offendo affatto, è una scelta consapevole”.
“Volevo solo farle notare che probabilmente mentre veniva al lavoro ha calpestato una cacca di cane. Si pulisca la scarpa, prima di tornare alla sua scrivania”.
Io me ne sto lì impalato. Poi guardo sotto. Effettivamente ho un po’ roba attaccata alla suola.
In quel momento sono talmente imbarazzato che riesco solo a chiedere un miracolo. E il miracolo si avvera: imbratto tutta la moquette di merda.
“Mi sa che l’ho già fatto" dico, guardandolo dritto negli occhi. " Grazie della sua disponibilità”.
“Buon lavoro, signor Bobboti”.
“Grazie”.

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8 Risposte to “”

  1. undulant said

    bravo bbb, bel quadretto!
    penso, per dirla con wikipedia: soffre di recentismo (mi piace questo termine così "brutto", non vedevo l’ora di utilizzarlo. Anche a sproposito, come in questo caso).
    Ma il quadretto non è l’unico: a soffrire siamo tutti noi.

  2. utente anonimo said

    Fantastico!
    Adesso lo faccio anch’io…

    A.

  3. utente anonimo said

    Benché non ballerino, né atleta, ho comprato un sospensorio (*) turchese.

    (*): ¶ s. m. cintura che porta anteriormente un sacchetto destinato a sorreggere lo scroto, usato soprattutto dai ballerini o dagli atleti che praticano determinati sport. (da garzantilinguistica.it)

  4. utente anonimo said

    Io, per una questione simile, scrissi così:

    …io non ho detto niente. Mi sono alzato e ho fatto tre giri intorno alla scrivania. Non se lo aspettava: ha smesso di sorridere. Forse cercava di ricordare quale capitolo del manuale di Tecnichedicomunicazionecommercialenonverbale avrebbe potuto spiegare il mio comportamento. Forse tentava di ricordare qualche risposta già pronta predisposta preconfezionata da riscaldare e servire. Il Mercato non improvvisa.
    Ho preso il giubbotto.
    -Me ne vado-, gli ho detto.
    Mi ha lanciato un: – ma dove vuoi andare, deiana ( per cognome, minuscolo )-.
    – Un secondo solo, mauro (per nome, minuscolo); torno, e te lo spiego-.
    Mi sono messo il giubbotto e sono tornato indietro. Non ha parlato. Non si e’ chiesto niente. Non ha fatto in tempo. Gli ho spiegato quello che l’esperienza evidentemente non gli aveva insegnato, mentre l’acciaio lucido delle forbici gli trapassava il collo.
    Avrebbe dovuto saperlo meglio di me: il mercato è imprevedibile.
    Ha sollevato appena un braccio, stupito del liquido rosso scuro che sgorgava a fiotti, stupito di quel sangue, stupito che fosse il suo.
    Strano vero?
    Ma voi questo lo sapete già. I vostri colleghi avranno già fatto i rilievi, il magistrato avrà già ordinato la rimozione del cadavere.
    La banca avrà già ridipinto i muri e nominato un nuovo responsabile.
    Il mercato reagisce in fretta-…

    Saluti da Bad’e Carros, frade mannu.

    A.

  5. birambai said

    undu, sono già passatista.

    anonimo, io un sospensorio abbastanza resistente non lo trovo.

    Elena, anche Shining.

    Mela, di bruxelles.

    Frade, me le ricordo ancora quelle forbici, dal quel lontano festivàl.

  6. e.l.e.n.a. said

    “Mi sa che l’ho già fatto"… altro che se c’era la luccicanza qui! 🙂

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