ottobre 23, 2009

Al  crepuscolo il goi e gai aveva ormai attraversato il paese. Come il venticello novembrino, che dalla mattina aveva cominciato a soffiare da Monte Gollasi, era arrivato ovunque, perfino nelle strette viuzze dell’antico rione di San Basilio. Era penetrato nelle crepe dei muri, nelle rugginose tubature, sotto gli stipiti delle porte malandate. E le umide case lo avevano inghiottito.
Chi vi abitava – le poche vecchie in fardetta da vedova, con la tomba già prenotata all’ufficio ragioneria del comune – aveva avvertito un brivido lungo . A niente era servito segnarsi davanti alle immaginette di Padre Pio o alle madonnine di plastica bianca: la sensazione sgradevole era arrivata fino alle ossa e ora, per attenuarla, era necessario parlarne con qualcuno. Così, prima del tramonto, nelle cornette grigie dei vecchi apparecchi a disco, il goi e gai si era moltiplicato. Aveva attraversato i cavi sotterranei dello stradone ed era uscito dai moderni cordless, nelle villette a schiera del nuovo quartiere alla periferia di Nughes. Lì, medici e avvocati, professoresse e architetti, impiegati e commercianti – i figli e i nipoti delle beghine del centro storico – avevano tradotto le due paroline nella lingua colta imparata a scuola. Così e così. E prima della mezzanotte di quel ventisei di Novembre, il goi e gai, come un ruscello che si gonfia di pioggia autunnale, si era fatto scuro e minaccioso. Ora, le due parlate ancora conviventi nella cittadina, producevano un solo mormorio. Ora ognuno lo poteva sentire quel torrente, e ognuno lo poteva alimentare. Con la lingua dei padri o con quella dei figli. Fino a farlo diventare un fiume in piena.

Goi e gai, in fondo al lago, nanchi.
Così e così, l’ex marito, ite dannu..
Goi e gai, ho sentito. Strangolata. Affogata.
Così e così, ma lo sai che.

“Ma lo sai che così marcirai in galera?”
“Sì, lo so”.
Alle sei del mattino, dentro la questura di Villasperanza, Antonio Mameli si rifiutava, per l’ennesima volta, di fornire all’avvocato Pilosu una precisa versione dei fatti.
Si trovavano lì da diverse ore. L’alba cominciava a mescolarsi alla livida luce di una lampada al neon. Antonio, per tutto quel tempo, aveva tenuto lo sguardo fisso sulle sue scarpe, aveva ascoltato le inutili domande dell’anziano penalista, aveva bofonchiato un’impossibile richiesta di sigarette e, a più riprese, quei tre monosillabi. L’avvocato, con le maniere acquisite dalla lunga esperienza in Barbagia, aveva cercato di forzare il muro di reticenza, ora assecondando i silenzi, ora incoraggiando il suo assistito, ora cercando di spaventarlo:
“Ma lo sai che così…
“Sì, lo so.”
Alla fine si era arreso. Stravolto dalla fatica della notte insonne e senza esito, il legale si era alzato e aveva indossato il cappotto, pronto ad andar via. Prima di uscire dalla stanza, facendo leva con l’indice destro, aveva sollevato il mento di Antonio, per guardarlo dritto negli occhi.
“Ti avverto, io non torno più. O ti decidi a parlare o non vedrai più la mia faccia” gli disse, con il tono più ruvido che riuscì a trovare “non contare neanche sulla nostra amicizia.”
“Torni pure a casa, avvocato, vada a dormire, non si dia pena. Non credo che io la rivedrò più. Ma domani controlli la sua corrispondenza”.
“Cosa vuoi dire?”
“Niente. Niente”
“Se non parli tu, sarà il paese a parlare per te. Anzi, lo sta già facendo. Lo sai, vero?”
“Sì, lo so.”

Il sole era già alto. Durante la notte il venticello si era rinforzato fino a diventare un forte maestrale che aveva spazzato via le impurità dell’aria. Il cielo era liscio come uno specchio e una luce abbacinante inondava la piazza. L’avvocato Pilosu, uscendo dall’ufficio delle poste centrali, si sollevò il bavero per ripararsi la nuca dalle folate che colpivano a tradimento. Aveva appena ritirato la corrispondenza dalla sua casella e mentre tornava alla macchina ripeteva, col pensiero, quelle poche parole che Antonio Mameli gli aveva rivolto qualche ora prima.
Entrò nella sua Mercedes metallizzata e prima di mettere in moto scartò con nervosismo decine di buste: bollette, inviti a convegni, estratti conto, volantini pubblicitari. Finalmente trovò la lettera che cercava.
Strappò nervosamente la carta. Senza preoccuparsi della gente che avrebbe potuto vederlo, come un innamorato che non vede l’ora di scoprire cosa scrive l’amante, cominciò a leggere.

Caro avvocato Pilosu,
ora lo so, l’amore è un errore, un tragico errore della natura. È impossibile indagarne il senso, ma alla fine è così. Un inganno, un’eterna sconfitta. Come in un film di Truffaut.
Non s’interroghi troppo sul significato delle mie parole. Lo stato di prostrazione mi fa scrivere in modo confuso. Sappia solo che la gelosia e l’orgoglio non hanno niente a che fare con questa storia. Semmai è un concetto di impossibilità, quello che prevale.
Non so cosa mi sia saltato in testa l’altro pomeriggio.
Era quasi un anno che non la incontravo, da quel giorno che nel suo studio avevamo definito i termini della separazione. Da allora, l’avevo vista solo una volta, da lontano, riflessa in una vetrina di un’altra città. Sapevo che era meglio così.
Forse è stata la sua voce al telefono, il tono affettuoso, in quell’invito buttato lì: “Sono di passaggio a Nughes, se vuoi possiamo prendere un tè insieme”. O la mia immediata arrendevolezza: “Va bene, fra quanto?”
Forse la striscia di luce che poco dopo filtrava da una finestra del bar e che tagliava a metà il nostro tavolino, come a rilevare una divisione incolmabile. Il suo sguardo, diverso da come l’avevo sempre conosciuto, pieno di interrogativi. Una mano bianchissima, con un anello che ricordavo da sempre. La sua immutata bellezza. E un dialogo laconico fatto di mille rimandi:
“Allora, come ti va?”
“Al solito.”
“E in cosa consiste il solito?”
“È fatto di abitudine. E tu?”
“Bene. Sono a un buon punto.”
“Nella ricostruzione?”
“Diciamo così ”

Ecco, forse è stato tutto questo, le impressioni, le sfumature, a coprirmi di un sentimento d’infinita amarezza. Ma tutto sarebbe finito lì. Un saluto, una coda di nostalgia. Invece, non so perché, Marta mi ha chiesto di fare una passeggiata: “Voglio rivedere il fiume, voglio rivedere il posto dove ci siamo innamorati”.
Sulla grande roccia che sovrasta il laghetto di Poggiu ‘e Martine, mentre muti guardavamo dall’alto lo scorrere lento dell’acqua e confuse immagini di dodici anni prima, -due che si baciano e nuotano e si promettono la felicità . E’ stato allora che abbiamo sentito la nostra risata ventenne echeggiare nella valle.
È stato lì, in quel momento, che ho pensato di preservare un ricordo, di fermare il tempo. Con un filo di ferro, un sasso. Con tutto l’amore che avevo in corpo.
Così, caro avvocato.
Almeno lei mi perdoni. E, la prego, spieghi a mio padre, se può.

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L’avvocato Pilosu lesse la firma di Antonio Mameli, prima di ripiegare il foglio. Col cuore in tumulto accese il motore e fece sgommare le ruote. In pochi istanti fu davanti a casa sua. Lasciò l’auto in moto, accostandosi al marciapiede. Doveva solo prendere un fascicolo e recarsi da Antonio. In fretta, più in fretta possibile.
Mentre apriva il portone, sentì squillare il telefono del vicino. Poi quello del suo studio. Poi il cellulare.
Non ebbe bisogno di rispondere alla chiamata, capì subito che un altro goi e gai stava circolando fra i cavi e nell’aria. Gli ci vollero pochi secondi per tradurre quei suoni che continuavano a sovrapporsi.
Il goi era un volo da una finestra. Il gai era un corpo malamente ricoperto da un lenzuolo. Il così era una verbale della polizia .

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Vedeva tutto, ora. Con la stessa chiarezza di quel cielo autunnale.
Quello che non riusciva a vedere era l’espressione sul viso di Antonio Mameli, l’ultimo pensiero. Allora immaginò un sorriso. Amaro e dolcissimo.

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Tornò indietro, lentamente, a spegnere il motore. Il vento si era calmato.

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