novembre 17, 2009

Mi sono accorto che qualche giorno fa, esattamente il 14,  questo blog ha compiuto cinque anni.  Avevo sempre pensato che fosse l’età del maggiore fulgore -maturità e forma fisica, testosterone e fascino-
Invece, a cinque anni, Imprentas è diventato vecchio. E come tutti i vecchi, a meno che non diventi anche lui primo ministro, sembra destinato alla pensione.
Devo cercare al più presto un ospizio per blog, dignitoso e che non costi troppo. Un ospizio dove ci sia anche la connessione internet per collegarsi a facebook.
Auguri.

novembre 12, 2009

Polanca, credendosi un parlamentare del pdl, ha chiesto la parola. "Ne ha facoltà" gli ha risposto Bulgaria, credendosi presidente.

 "Signor presidente, onorevoli colleghi, per  fare il processo più breve ci sono due possibilità e con entrambe dobbiamo agire sulla parola. Ne dobbiamo, cioè, tagliare una parte, proprio per ridurne le dimensioni  che rendono così elefantiaca la nostra giustizia. Avremmo potuto scegliere la prima strada, pronunciarci a favore della prima ipotesi, dire, in sostanza, che d’ora in avanti la buona giustizia si baserà solo sul Pro. Più che dimezzando, dunque,  i tempi di pronunciamento. Ma il termine Pro, che indubbiamente avremmo preferito, si sarebbe prestato a facili strumentalizzazioni.  Con quel "Pro" di Processo, qualcuno avrebbe, con malafede, costruito la locuzione latina (o sarda, se meglio credete) che fa intendere il vantaggio di una parte. Già li sentivamo i magistrati bolscevichi ripetere quella orribile frase: pro domo sua, proprietario, progetto, protervia, proproproprò. Per questo, onorevoli colleghi, abbiamo preferito mantenere la seconda parte e tagliare la prima. Solo per questa ragione, per non dare argomenti al facile sarcasmo".

Bulgaria si è alzato in piedi e ha fatto un applauso silenzioso.

novembre 4, 2009

“La mesòn de Grasia Deleddà ? Set isì, venez avec muà”.
Parla francese Celestino Massidda, si affanna a dare indicazioni precise. Quando vede uno sconosciuto che si aggira nel suo quartiere, pensa subito che sia un turista d’oltralpe. E gli parla nella sua lingua. Perché lui in Francia c’è stato per diversi anni quando era giovane e faceva il piastrellista a Lione.
Fa anche una specie di piroetta, a mo’ di saluto, poi si inchina e si presenta: Selestin.
Però quasi sempre quelli gli rispondono in sardo. Qualche volta in italiano.
Celestino se ne va via deluso, scuotendo la testa e brontolando cose incomprensibili. “Arrangiatevi” è l’unica cosa che si capisce.
Allora, per sconfiggere la tristezza, torna a casa e si mette a preparare i bocconcini di mollica. Dentro ci nasconde le monete da un centesimo. Ne prepara un bel po’, li sistema dentro un sacchetto di plastica e poi torna in strada a distribuirli ai piccioni. Quelli, affamati come sono, divorano tutto.
Celestino Massidda spera che qualcuno veda i piccioni cagare soldi. Spera che qualcuno si illuda sul senso della vita.

novembre 3, 2009

“Ora devo proprio andare” disse l’uno.
“Così presto?” chiese l’altro.
“Sì, è un vero peccato” replicò l’uno. E aggiunse: “La passeggiata nel parco è stata davvero piacevole, accanto a lei mi sono sentito molto più bello e più intelligente”.
“Cosa intende dire?”
“Poche storie, se fa un confronto fra noi due, io la supero in tutti i sensi”.
“Lei è un presuntuoso”.
“Ma lei è davvero mediocre. E ha la pelle che fa un po’ schifo. Comunque la ringrazio per la compagnia”.
“Oh, grazie a lei”.
“No, davvero, grazie a lei”.
“Non insista”.
“Insisto”.
“Se è così…”
“Ora devo andare, non vorrei fare ritardo”.
“Ha un appuntamento galante?”
“Come ha fatto a capirlo?”
“Si vede da come cammina nervosamente. In più non ha ascoltato una parola di quello che ho detto finora. Quando uno è così distratto è perché c’è una di mezzo una donna”.
“Non si illuda. Il suo spirito di osservazione non mi fa cambiare idea su noi due. Io rimango di gran lunga superiore a lei”.

A questo punto i due uomini tacquero. Nel silenzio che seguì, entrambi poterono sentire il canto di un uccello nascosto nelle fronde degli alberi.
“E’ un usignolo” disse uno.
“Non dica sciocchezze, è una cinciallegra” ribatté l’altro.
“Forse ha ragione lei”.
“Certo che ho ragione”.

L’uno e l’altro, nuovamente,  rimasero in silenzio, come se avessro finito gli argomenti di conversazione. Uno guardò per l’ennesima volta l’orologio. L’altro disse:
“E ci va vestito così?”
“Dove?”
“All’appuntamento”.
“Quale appuntamento?”
“Ha appena detto che ha un appuntamento con una donna”.
“Sì, lo confermo”.
“E dunque?
“Dunque cosa?
“Ci va così vestito?”
“Ha qualcosa da dire sul mio abbigliamento?”
“Non mi sembra molto curato”.
“Badi al suo, di abbigliamento. Ha una giacca orribile”.
“Ma io non devo incontrare nessuno. E comunque, al suo posto, avrei messo qualcosa di elegante”.
“Vedendomi elegante lei potrebbe chiedersi come mai mi sono vestito così”.
“Lei chi?”
“La ragazza che devo incontrare”.
“Deve incontrare una ragazza?”
“Sì, fra dieci minuti".
“Aveva detto una donna”.
“E’ una donna giovane”.
“Allora fa bene ad andarci così”.
“Non lo so se faccio bene. Lei potrebbe anche pensare che non mi sono vestito elegante perché non ci tenevo abbastanza all’appuntamento”.
“Veramente non penso niente di tutto questo”.
“Lei, la ragazza! Non lei lei”.
“Oh, mi scusi”.
“Vede che avevo ragione a pensare che lei sia molto inferiore a me”.
“Sì, forse ha ragione. Lei è più sveglio. Però non deve lambiccarsi troppo”.
“Lambiccarsi?”
“Sì, non si lambicchi”.

Uno reiterò la parola “lambicchi” e cominciò a ridere. Poi sputò per terra e guardò l’altro con commiserazione.
L’altro ascoltò di nuovo il canto degli uccelli.