dicembre 16, 2009

Erano passati solo dieci giorni ma in ogni parte del paese si poteva percepire il cambiamento del clima. A Ballasola, per esempio,  erano diventati tutti così buoni che si faceva una gran fatica a camminare per strada. Ogni abitante ne fermava un altro: che piacere vederti, il piacere è tutto mio, ti trovo in gran forma, venga signora l’aiuto ad attraversare, proprio ieri pensavo a te, quanto tempo…
E i bambini: ti regalo questa figurina, ti presto la mia bicicletta, questa bambola la dono a te.
Le giornate erano miti, non pioveva da tre giorni e il vento si era calmato. Nella piazza si poteva sentire il suono delle cornamuse e nell’aria si mescolavano i profumi della festa: torroncino, canditi, ragù molto speciali. Alla messa delle nove il prete aveva detto “scambiatevi un segno di pace” e tutti si erano abbracciati guardandosi negli occhi. Molti avevano pianto per la commozione. Persino Filippo Ungramala, che era sempre di malumore per via della sua unghia incarnita, aveva smesso di zoppicare e ora salutava i suoi compaesani con le espressioni più amabili. I gatti ronfavano, i cani rispettavano i tronchi degli alberi, i piccioni facevano ordinatamente la fila per raccogliere i chicchi di mais. Dalle automobili: prima lei, ma no la prego la precedenza è sua.
La magia del Natale aveva contagiato tutti, uomini e animali. E anche le cose sembravano ammantate di bontà, grazie a quel patto che la nazione aveva stabilito dopo il giorno di Santa Lucia.
Verso mezzogiorno Natalino Piumone aveva deciso di fare una passeggiata per le vie del centro. Anche lui, l’uomo più introverso della comunità, sembrava deciso, quel giorno, a condividere la festa con gli altri. E gli altri ne furono felici, quando lo videro. Oltretutto era pure il suo compleanno e il suo onomastico, e così la gente cominciò a rivolgergli una sequenza infinita di auguri: buon natale Natalì, buon compleanno Natalì, buon onomastico Natalì, buon anno Natalì, buone feste Natalì.
Resistette per cinque minuti, Natalino, sforzandosi di sorridere.  Rispose grazie e grazie. Poi, improvvisamente, come succede quando un pensiero che cerchi di allontanare ti torna inevitabilmente in testa,  cambiò espressione. Divenne cupo, i suoi occhi si fecero  stanchi. E cominciò a non rispondere. Oppure faceva solo un cenno con la mano, senza guardare in faccia nessuno e tirando dritto per la sua strada.
Alcuni non ci fecero caso. Ma altri non sopportarono che il clima di festa e di benevolenza si potesse guastare così in fretta. Non era possibile che un granello di sabbia potesse frenare il motore appena oliato della pacificazione.
“Al diavolo la sua malinconia!” disse, a un certo punto, Giovannantonio Trippide.
“Oh, hai detto diavolo!” gli rispose Marietto Fileddi, “non dovresti usare simili espressioni il giorno del Santo Natale”.
“Va’ a cagare!” ribattè, l’altro.
"A cagare vacci tu, pezzo di merda!"
Presto ne nacque un battibecco, proprio al centro della piazza. Arrivarono decine di ballasolesi e ognuno aveva da dire la sua. In pochi secondi la discussione diventò una gazzarra.
“Cosa facciamo?” chiese dopo un po’ il sindaco Fazzodeo, cercando di ristabilire un po’ d’ordine.
“Arrestiamolo!” urlò qualcuno dalla folla.
“Ma poveraccio, non ha molti motivi per essere allegro, non ha più un lavoro, gli hanno dato lo sfratto” provò a replicare, un altro.
“Ma oggi non conta, che cazzo me ne frega a me se a lui non gli va. Deve sorridere e basta!”
“Sì, hai ragione, questo coglione sta rovinando la festa!”
“Uccidiamolo!”

Una delegazione si incaricò di catturare Natalino Piumone. In cinque andarono a prenderlo a casa sua. Lo legarono, gli misero un cappuccio in testa e col nastro da pacchi lo infagottarono per bene.
Poi, con il sindaco in testa, tutti i ballasolesi formarono un corteo e portarono Natalino in cima al monte Assamuda. Lì, vicino alla quercia più grande, lo scannarono e lo tagliarono a pezzetti. E dall’alto di una rupe, fra le risate d’allegria, gettarono i resti del pover’uomo in pasto ai corvi.
Quando anche l’ultimo pezzo di carne fu lanciato nella vallata, ricominciarono a farsi gli auguri, ad abbracciarsi e a promettersi un anno nuovo di felicità.
"Viva la pace, viva il nostro governo!" disse Bernardo Mocci, sollevando le mani con fare ieratico. E subito intonò la canzone dell’amore che vince.
Il cielo era limpido e il sole ancora alto.

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7 Risposte to “”

  1. eh si, a natale siamo tutti più buoni, capperi!

  2. utente anonimo said

    OK, Biramba, è così che si scrive! (per quel poco che vale la mia opinione, naturalmente). 

  3. zop said

    sempre in forma tu! ce l’hai mica un pezzo sul precariato da mandarmi? ðŸ™‚ un saluto zop

  4. no, scusa, eh, ma non solo faccio gli anni sotto natale e adoro il piumone, ma in ‘sti giorni ho anche un cazzo di unghia incarnita!!! e che vogliamo fare?

  5. utente anonimo said

    Agghiacciante.
    Minca mia a tui.
    Con affetto però, eh.
    A.

  6. e.l.e.n.a. said

    come un percorso a ritroso.
    a sparta si gettavano i bambini malformi.
    qui si gettano gli adulti non conformi.

    buon natalino!

  7. Dimmi bene dov’è questo posto qui che ci giro alla larga:)
    Come sempre i tuoi racconti offrono sempre molti spunti di riflessione.
    Quella sull’ipocrisia però, è la più calzante, ora come ora.
    Tuttavia non mi considero  ballasolese se ti auguro ogni bene. Fa anche rima.
    Te lo auguro di cuore, ma anche fuori dal Natale per dire, anche fra tre mesi, cinque, sette anni o otto secoli. Così.

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