dicembre 29, 2009

quattro piccole storie, rivisitate,  per il gioco di Zop

Uno

“Andatevene, tanto da qui non mi sposto!” Giampaolo Trillocci urlò di nuovo la sua richiesta.
 Intorno a lui si era formato un capannello di persone curiose e la fila delle macchine che non riuscivano a passare si allungava di minuto in minuto. Trillocci se ne stava lì impalato, in mezzo alla via. Ogni tanto guardava in direzione del sole, finché gli occhi non gli lacrimavano. “Il mio cane pioverà dal cielo e atterrerà in questo punto”.
“Trillocci, il tuo cane è morto, devi fartene una ragione” gli disse Demetrio Faragone, cercando di appoggiargli una mano sulla spalla. Giampaolo Trillocci con un gesto rabbioso scostò il braccio dell’idraulico: “Vaffanculo!” disse, schiumando di rabbia. “Tu il lavoro ce l’hai, ma io senza il mio cane sono finito”.
“Andiamo, andiamo via, lasciamolo perdere” disse Giovannina Filia, rivolgendosi al marito in modo che tutti sentissero. Ma nessuno voleva perdersi la scena.
Allora arrivarono i carabinieri. “Venga con noi”.
“Al diavolo! Me ne andrò solo quando arriverà Ganzittu”.
“Chi è Ganzittu?”
“E’ il mio cane”.
“Il suo cane morto” gridò qualcuno dalla folla.
“Non è morto. E’ solo andato a farsi un giro. Ma oggi torna, lo so. E domani potremo andare a caccia e io potrò vendere la selvaggina e comprarmi il pane”.
Rimasero a discutere per altri dieci minuti. I vigili urbani, intanto, cercavano di indirizzare il traffico sulle vie parallele.
L’appuntato Corniola ricevette una telefonata. “Agli ordini!” rispose, prima di chiudere la breve comunicazione. Poi, con fare deciso, cerco di immobilizzare Trillocci. Ma Trillocci si gettò per terra: “Non sapete niente neppure della vostra vita e ora pensate di conoscere i viaggi di Ganzittu. Non può lasciarmi così, io un altro lavoro non lo trovo. E lui lo sa che insieme possiamo…”
Adesso aveva una voce roca, più debole, e la sua faccia toccava l’asfalto.
Ma Corniola non era tipo da farsi commuovere. Afferrò il manganello e cominciò a picchiare sulle gambe e sulla schiena di Trillocci.
Fu in quel preciso momento che una nuvola, arrivata all’improvviso, si mise davanti al sole.
Il primo a notarla fu Mariolino, il figlio piccolo dell’avvocato Tiddia. “E’ il cane, è il cane!”
In effetti aveva la forma di un cane. Ma poteva essere anche un cavallo. O un ippopotamo magro.

Due

Di quella volta che Bulgaria tornò a casa molto stanco dopo una dura giornata di lavoro. Aveva lavorato per dodici ore a formare covoni di fieno alti tre metri, nelle campagne di Bachisio Brallino.
Era sudato e sporco di polvere di fieno. In più, molti aghi di fieno gli si erano infilati nei pantaloni. Per questo era anche un po’ nervoso.
Sua madre disse: “Vuoi che ti prepari la cena?”
Ma Bulgaria non rispose e corse subito in bagno per farsi una doccia. Sotto il getto dell’acqua fresca, pensò che l’uomo non può vivere senza lavoro. Non può vivere senza un lavoro e non può vivere senza l’acqua. Pensò anche che il fieno è bastardo, quando ti sembra di averlo raccolto tutto ce n’è sempre ancora un po’ che prima non avevi visto. Poi fece una riflessione senza molta importanza su un tatuaggio che Gianmarco Pilosu, il suo compagno di lavoro, aveva sull’avambraccio destro. “E’ una rosa, e a me le rose non piacciono” pensò.
Quando uscì dalla doccia vide il gatto che se ne stava accoccolato in un angolo del divano.
“Bella la vita eh!” disse Bulgaria.
Il gatto, sollevando la testa, guardò Bulgaria nello stesso modo in cui poteva guardare una patata lessa. “Sei il gatto più fesso che abbia mai conosciuto, uno di questi giorni ti cospargo di gasolio” disse. Il gatto aveva richiuso gli occhi.
In cucina Bulgaria trovò la mamma che stava riscaldando una minestra fatta con la ricotta salata.
“E’ la ricotta salata più buona di tutto il vicinato, l’ha fatta Cosimino Broso.”
Bulgaria aprì il frigo e prese una bottiglia di birra che aveva aperto la sera prima. Anche se ci aveva messo il cucchiaino a mo’ di tappo, era completamente svanita. Allora, senza neanche pensarci, mise sul tavolo i trenta euro che aveva guadagnato e se ne andò in camera sua. Sentiva la madre che urlava: “ Ma non vieni a mangiare? Vieni, la minestra con la ricotta salata è buona soltanto quando è calda.”
Ma ormai Bulgaria, steso sul letto, era tutto preso dalla lettura di una rivista dove si parlava delle grandi opere architettoniche dell’Impero Romano. Più tardi, prima di addormentarsi, provò a disegnarsi sul petto il corpo di una donna nuda vista da dietro. “Questa penna ha la punta troppo grossa” pensò, “solo quei maledetti aghi di fieno sono così fini.”

Tre

Facciamo così: facciamo che io rientro a casa dopo una dura giornata di lavoro, verso le sette, e non vedo l’ora di fare una doccia e mettermi in panciolle a guardare la partita.
Facciamo che appena apro la porta sento Polanca che parla da solo, steso sul divano nella sua solita posizione, due cuscini sotto la testa uno sotto i piedi.
Facciamo che io dico “sei impazzito, almeno levati le scarpe” e che lui mi risponde “aspetta un attimo fammi finire devo ripetere questo dialogo me lo devo fissare bene in testa devo capire dove sta l’errore siediti lì poi ti lascio il divano tutto per te”.
E come uno scemo mi metto davanti a lui e assisto a questa specie di prova di teatro dell’assurdo:

– E, mi dica, dove ha saputo della nostra selezione?
– Negli annunci del Cercalavoro, lo guardo tutti i giorni.
– Tutte le settimane… vorrà dire, è un settimanale.
– Sì, ma io lo leggo un po’ alla volta, dieci minuti al giorno. Poi per un’ora penso.
– Valuta le offerte.
– No, penso. Penso e basta.
– Va bene va bene, senta, ha portato i suoi curriculum?
– Curricula.
– Come scusi?
– Il plurale fa curricula. Comunque ne ho solo uno. Eccolo.
– Cosa significa che sa mungere?
– Ho fatto anche il pastore.
– No, scusi, ma forse lei ha sbagliato colloquio. Cerchiamo telefonisti, non crediamo che questa sua conoscenza ci possa essere utile.
– Beh, per il lavoro che dovrei fare non è meno utile di una laurea in filosofia.
– Lei è laureato in filosofia?
– Sì.
– Molto bene. Conosce le lingue?
– Poco.
– Con l’inglese come se la cava?
– Male.
– Mmmh, questo è un guaio, la conoscenza dell’inglese è una condizione sine qua non.
– Condicio.
– Già.
– Già.

A questo punto vedo che Polanca cerca di ricordare la battuta successiva. Si sforza, forse ha un vuoto di memoria. Aspetto un minuto, poi gli dico che non c’è bisogno che vada avanti. E aggiungo:
– Polà, tu un altro lavoro non lo troverai mai più.
Dopo un po’ mi fa:
– Il silenzio che è seguito non riesco a decifrarlo.
– Cioè?
– Dopo quel “già”, il capo del personale ha ingaggiato con me una battaglia di silenzi, come se volesse studiarmi. Io mi sono messo comodo e l’ho guardato dritto negli occhi. Lui ha cominciato a giocherellare con una penna e a sudare abbondantemente dalla fronte. Non ho capito cosa l’abbia messo così in difficoltà. Mi ha fatto quasi pena, è un uomo che non sa gestire minimamente l’ansia.
– E poi?
– Per fortuna è entrata la segretaria a levarci dall’imbarazzo. Gli ha sottoposto una serie di fogli da firmare. Quando è uscita, il tipo mi ha strizzato l’occhio, come a volermi dire hai visto quant’è gnocca.
– E tu?
– Mi sono alzato e gli ho stretto la mano. Poi l’ho salutato in inglese.
– Ma se l’inglese non lo sai!
– Mi sono ricordato di due paroline. Boh, forse le ho sentite in un film.

Ecco, facciamo che a questo punto Polanca sembra De Niro nell’ultima scena di C’era una volta in America. Con quel sorriso rivolto al cielo. Lo lascio così.

La doccia è un toccasana, contro la stanchezza. Posso stare mezz’ora sotto l’acqua tiepida. Manca più di mezz’ora alla partita. Fra tutti i film mi viene in testa Taxi Driver.


Quattro

“ La mesòn de Grasia Deleddà ? Set isì, venè avec muà”.
E’ Celestino Massidda che si affanna a dare indicazioni ai passanti sconosciuti.
Quando ne vede qualcuno che si aggira nel quartiere, pensa subito a un turista d’oltralpe. E gli parla nella sua lingua. Perché lui, in Francia, ci ha vissuto per diverso tempo, quando faceva il piastrellista a Lione. Negli anni ottanta, c’è stato, prima di tornare in Italia a lavorare per l’impresa edile che lo ha licenziato due anni fa.
Fa anche una specie di piroetta, a mo’ di saluto. Si inchina e si presenta: Selestin. Poi aspetta che qualcuno gli allunghi un euro di mancia.
Però, quasi sempre, quelli gli rispondono in sardo. Piachere meu.
Celestino se ne va via deluso, scuotendo la testa e brontolando cose incomprensibili. “Arrangiatevi” è l’unica cosa che si capisce.
Allora, per sconfiggere la tristezza, se ne torna a casa e si mette a preparare i bocconcini di mollica. Dentro ci nasconde le monete da un centesimo. Ne prepara un bel po’, li sistema dentro un sacchetto di plastica e poi si ripresenta in strada. L’angolo di Via Tuveri è un punto ben frequentato dai passanti che vanno a fare shopping. Uno dei punti fortunati, pensa. Distribuisce le palline di pane ai piccioni che tiene prigionieri in una gabbia. Quelli, affamati come sono, divorano tutto.
Celestino Massidda spera che qualcuno veda gli uccelli cagare soldi. Spera che qualcuno rifletta sulla vita di un precario.

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16 Risposte to “”

  1. Molto belli tutti. Il Tre poi è bellissimo e il Quattro, bello anch’esso, è amaro come il primo caffè dopo una ubriacatura.
    Gradito molto.

  2. zop said

    la tua quadrupla partecipaZZione adesso impreZZiosisce lo ZZopblog! graZZie! (w lw zete!)

  3. Letti e apprezzati, molto, tutti e quattro, amato il primo; surreale, sognante, soavemente sarcastico.

  4. retorico said

    Son piaciuti anche a me.

  5. La trovo informissima, Messiè.

  6. Sono bellissimi tutti:) Il primo però mi ha preso il cuore.
    Felice 2010:)

  7. triana said

    Deliziosi bobbò. E tanti auguri forti forti per il nuovo anno. Speriamo che ce la caviamo e anche qualcosina di più. Un baciuzzo

  8. birambai said

    Morena, grazie. Ho letto il tuo mininoir. Bello assai.

    Zop, zuzzurellone, zampogne a te: un anno zeppo di zecchini e di zaffiri , zibibbi zuccherosi e zabaioni.

    Mutter, merci. Il primo resta primo anche per me.

    Retorico, mi sembra che sia anche lei della partita. Ora leggerò. Buon anno anche a lei.

    Sgnappina,  Frangipane e Trollocci, che coppia. Buon anno, fiore.

    Madame Carriegò, poche storie, questo che verrà è l’anno della svolta. Buon romanzo a lei, amica mia.

    Trianuzza, tesoro, gli auguri più grandi che posso pensare. In sardo te lo dico: tottu su chi cheres e disizzas.

  9. RobySan said

    E mica vorrai che io non ti faccia complimenti e auguri. Complimenti e Auguri. Compliguri e Aumenti. Soprattutto Aumenti!

  10. birambai said

    Roba bona in S annu novu. RobysAnno a te.

  11. (Auguri Bobboti, di un anno pieno zeppo di racconti così)

  12. undulant said

    un augurio al bobboti e ai suoi fedelissimi lettori!

  13. utente anonimo said

    due e tre mi mancavano.
    belli bobbò!!!
    (ma guarda quel cazzaro di robysan, da me non si firma e per lo più simula altre idementità e qui viene addirittura loggato!!!)
    petslog

  14. melacecca said

    ci sono racconti che fanno tenerezza, altri che fanno rabbia, altri che sorprendono…ce ne fosse mai uno che mi lascia indifferente!

  15. zop said

    http://zop.s[..] PREMAZIONE PRECARIA Dopo aver attentamente valutato tutti i racconti iscritti al gioCOCOnCOrso VITE DA PRECARI tra creatività e follia, visto il tema, ho deciso di adeguarmi al clima proclamando dei vincitori precari. Dunque ogni vincitore [..]

  16. zop said

    http://zop.s[..] PREMAZIONE PRECARIA Dopo aver attentamente valutato tutti i racconti iscritti al gioCOCOnCOrso VITE DA PRECARI tra creatività e follia, visto il tema, ho deciso di adeguarmi al clima proclamando dei vincitori precari. Dunque ogni vincitore [..]

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