gennaio 13, 2010

Fuori continuava a nevicare. La vecchia era rimasta per tutto il pomeriggio seduta in cucina, con i piedi ben puntati sulla pedana di legno che faceva da supporto al braciere. Non aveva ancora parlato. Dondolandosi leggermente sul tronco, con lo sguardo perso in un punto della sua gonna nera, aveva solo pregato in silenzio. Ogni tanto, con una paletta di ferro, aveva rigirato la cenere alla ricerca di un pezzo di carbone ancora acceso, senza peraltro interrompere la sequenza mentale di Pater Noster e Ave Maria e tenendo ben stretto nell’altra mano il rosario di madreperla. Aveva anche bofonchiato qualcosa, una specie di imprecazione, quando la radio aveva dato brutte notizie sul tempo.
Più tardi, quando l’antico l’apparecchio a valvole aveva perso quel poco di segnale sulle onde medie, lei non si era neppure alzata per spegnerlo.

Si era mossa da quella posizione di fissità solo verso le sei, per accendere la luce e per controllare quanto carbone era rimasto nel bidone che custodiva in uno sgabuzzino.
Fu in quel momento, mentre con disappunto valutava che avrebbe dovuto ordinarne dell’altro, che all’improvviso pronunciò ad alta voce le prime parole: “No, non ricordo”.
Si voltò e guardò in direzione della radio che intanto continuava ad emettere  un fastidioso ronzio. Rimase immobile per qualche secondo. Poi, con molta calma, fece alcuni passi in direzione del mobile di fòrmica e avvicinò l’orecchio alla tela dorata dell’altoparlante. Girò più volte una manopola, cercando un’altra frequenza, ma non ci fu niente da fare. Allora provò ad abbassare e alzare il volume finché, rassegnata, si rimise a sedere.
“Fuori fa freddo” disse, “ora non posso uscire”.
Lo disse rivolta alla radio, come se questa fosse in grado di interloquire con lei.
“Non ricordo. Non ricordo”, disse di nuovo. E continuò a ripetere quelle  s tesse parole, intervallandole con lunghi silenzi nei quali sembrava tutta intenta ad ascoltare qualcosa. Con la testa continuava a fare segno di no, come a voler rinforzare la reiterata dichiarazione: “Non ricordo”.
Quando posò il rosario sul tavolo che aveva affianco, il suo viso si fece più preoccupato. Allora, sollevando lo sguardo, si fece due volte il segno della croce. Subito, due lacrime le solcarono il viso.  Prese da una tasca della gonna un fazzoletto per asciugarsi gli occhi.
“Sono passati più di settant’anni, come posso ricordare?” disse, fra un singhiozzo e l’altro. “Sì, quel giorno ero lì", proseguì, dopo una pausa, "ma ho conservato solo immagini sfocate della tragedia. Quella donna morì annegata, questo ricordo. E ricordo una chioma di capelli neri che galleggiava nella vasca del lavatoio comunale. E le urla. E mia madre che mi prese per mano per trascinarmi via e correre verso casa. Ma non ricordo altro. Forse le raccomandazioni della mamma che la sera, prima che mi addormentassi, era venuta al mio letto per dirmi che non era successo nulla, che non avevamo visto nulla".
A quel punto la vecchia trovò un po’ di calma e smise di piangere.
Durò poco, però. Subito dopo, nel silenzio che seguì, una maschera di terrore si disegnò nel suo volto. “ No, ora non posso uscire, fa freddo. In tutta questa neve non sarei in grado di fare neanche un passo . E poi non credo che una scatola di latta si sia potuta conservare per tutto questo tempo. Ti prego, lascia che sia il Signore, con il suo giudizio, a sistemare le cose”.
Riprese in mano il rosario e riattaccò con i Gloria, quasi urlando, stavolta, come se con la sua voce volesse coprire quella che sentiva dalla radio.
Poco dopo tacque. Diventò pallida come un cadavere e a stento, alzandosi subito dopo, riuscì a stare in piedi. Poi, di nuovo fra le lacrime, andò a prendere da un’altra stanza uno scialle di lana. Se lo gettò sopra le spalle e si strinse al collo un foulard, nero anch’esso, come tutto il resto che indossava.
In quell’istante, come per incanto, la radio riprese a trasmettere le previsioni del tempo.
La vecchia uscì. Richiuse il portone di casa e subito fu investita da una raffica di tramontana. Nella tormenta di neve, avanzò con molta fatica, prima di sparire in fondo alla via. Un punto nero, in tutto quel bianco. Poi più nulla.
La trovarono, tre giorni dopo, quando la neve si sciolse, nelle campagne poco distanti da casa sua. Piegata sulle ginocchia,  rigida di morte e di gelo, con la fronte appoggiata per terra, il rosario in una mano sporca di fango.
Affianco, vicino a una buca che lei stessa aveva scavato, una vecchia scatola di biscotti, avvolta da diversi strati di plastica.

Più tardi, il maresciallo Mereu, quando in caserma aprì la scatola, non riuscì a capire che cosa potesse significare quel nome scritto con una grafia elementare su un foglietto di carta ripiegato in quattro.
“Era il padre” disse il carabiniere scelto Gallino, che intanto aveva fatto una ricerca negli archivi del paese. “Evaristo Gallus era il padre della donna. Non ce ne sono stati altri con quel nome”.
“Ci sono altri dati?” chiese il maresciallo.
“No, nella scheda c’è solo il riferimento ad un interrogatorio per un caso del 1932”.
“Che caso?”
“L’annegamento di una giovane donna che fu archiviato come suicidio. L’uomo fu scagionato”
“A casa della vecchia è già stato?”
“E’ andato l’appuntato Caneri”.
“Tutto a posto?”
“Niente di particolare. Ha riferito solo che c’era la radio accesa. Che c’era una canzone che a lui piace molto ”.

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