gennaio 15, 2010

Un serpente di ruote, lungo trenta metri, soffiava dalla farmacia al camposanto. L’ispanto che durava un respiro, sei battiti del cuore. Un pensamento galano che fendeva l’aria e che nell’aria arrumbava. Per la die intera.
Quando passavano i corridori del Giro, la gente di Sunis assortiva a trume alla carrela manna. Nello stradone catramato Gimondi e Motta fermavano il tempo.
E Zomaria non aveva più niente da dire perché anche la sua bocca, come quella dei piseddi, si apriva e si faceva tonda uguale alle ruote.
Che i ciclisti erano centocinquanta diceva Zomaria, e lampu, le rode più di trecento. Poi stava muto, preso anche lui dallo stupore, dal traino di allegria che allagava le cunette.

Impresse. Tanto veloce che dovevi chiudere subito gli occhi, per un poco di memoria. Per tenere la fortuna della festa, la figurina per sempre, la pelle lasciata nella muta della biscia. Che porta bene e scaccia malasorte.
Impresse. Ma mancari la lestresa, per me arrivavano il berano e la lepiesa umpare, che primavera e levità le avevo viste sempre insieme. Così a Zomaria gli dicevo ridendo che le ruote erano seschentas, che non sapeva fare i conti. E lui, aprendo ad una ad una le dita che stringevano i miei polsi, cominciava a contare. Fintzas che non ero costretto a scendere dalle sue spalle.
Poi, nel vortaedìe, me ne andavo in bicicletta alla campagna di Nalbones: ero Gimondi, ero Bitossi, ero Adorni. No, ero Motta. E Monte Codes era il Mortirolo.
Gli usciarei bianchi, le quercie piegate, i crasti di granito, le ferule alte. Zirriavano per me, mi trubavano per aiutarmi a vincere. E gli asfodeli ondeggiavano, come a volermi spingere fino al traguardo. Non è regolare, non è regolare, dicevo.
Non potevo staccare le mani dal manubrio, salutavo con una mossa pitticca, con un cenno veloce della testa e dicevo grazie grazie, con una voghe bassa, a cuscusino, contento come una pasqua.
A pusti della premiazione, dopo i baci delle signorine e la maglia tutta rosa, istracco come l’asino, mi coricavo nell’erba alta. Guardavo il cielo che sembrava più grande quel giorno, una tavola azzurra liscia liscia.  Ascoltavo il muido del torrente. Il suono delle api che cercavano fiori pronti , sparti per l’amore.
Dormivo all’anninnia di qualche sonazzo in lontananza. Sognavo che il Giro tornava a passare. Proprio nella stradina di Nalbones. E c’eravamo anche io e Zomaria in mezzo al gruppo.
E Zomaria mi diceva di fughire.
Sì, andiamo in fuga.
Andavamo, andavamo oltre la collina, fin dove il mare ci appariva all’improvviso, laggiù.
Parlava Zomaria, in quel suo modo strano. Inventava parole e arregionava Arreggionava del mondo, delle cose belle e di quelle che non vanno. Il suo sguardo vivo, fra le rughe, si spravinava ogni tanto nel verde dei campi.
Lo ascoltavo divertito, soprattutto quando ripeteva “ammentati di questo, ammentati di quello”. “Mi ricordo, mi ricordo” gli rispondevo, pensando a come quel vecchio sapeva tutto.
Poi, alla fine della discesa, lanciavo la volata. Lui mi stava a ruota e pedalava forte come me. Io, però, tagliavo per primo il traguardo.
Ma lo sapevo che Zomaria, anche se mi diceva che ero un foraldomine, mi aveva lasciato vincere.

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