gennaio 22, 2010

La voce della tonca entrava in tutte le case. Si sentiva forte il verso di quel dannato puzone,  amplificato dal mudiore della notte.
Si accompagnava a un altro suono, confuso, che non si era mai sentito prima, una specie di àlino zigante che sembrava uscire dalle intrinne della terra. Giungeva al paese ogni tre minuti e durava qualche secondo. Poi, di nuovo, il martellare dell’assiolo.
Qualcuno disse che era il muido del torrente, giù a valle. Ma il vecchio si affrettò a smentire: “Chiudete le ianne e le finestre e fate quel che dovete fare, questo è il respiro del traigolzo”.
Un brivido percorse la stanza e lo sguardo dei presenti si concentrò sul vecchio. Lui, con una mano dietro l’orecchio a fare da conchizo, continuò ad ascoltare la vallata. Sguardi interrogativi, che abbaidavano ispantati nell’assucco, aspettavano che il vecchio dicesse qualcos’altro. “E’ proprio lui, sta pigando dalla badde” disse. Poi, dopo una lunga pausa, aggiunse: “Quell’ istropiadura che è nata l’altro giorno era solo un avvertimento".
Pochi giorni prima, nella stalla di Gaetano Fulanesu, una mucca aveva partorito una specie di mostro. Era nato un vitello con un solo occhio nel meso della fronte e con due sole zampe, lìsside e molli come il corpo di un coccoide. La notizia, una spina nella carne, aveva cominciato a camminare, diffondendo nel paese un pistighinzo di paura. Perché gli animali deformi erano opera del maligno, questo si sapeva.
Tuttavia nessuno, in quei giorni, aveva messo nel conto che il pùdido avrebbe potuto presentarsi vivo, a Brendua, a seminare morte con le sue pesanti catene.
“Il traigolzo non esiste” disse Lucaria, come uscendo da un sogno.
Ma Lucaria, la figlia maggiore del vecchio pastore, era un po’ strambeca, e nessuno le prestò attenzione. Da sempre, da quando la febbre malarica l’aveva abbentata a vita, le sue parole in quella casa cadevano nel vuoto. Allora lo disse un’altra volta, con una voce più ferma, il traigolzo non esiste.
Il marito, un ballaloi che l’aveva sempre trattata come un cane isterzo, le intimò con malagrazia di stare zitta. Tue muda, le disse, minacciando di colpirla.  E Lucaria, con la mestizia di sempre,  si ritirò nella sua stanza.
Le imposte furono impresse sprangate, non prima però di aver sistemato, davanti all’uscio principale della casa, un mattulo d’aglio e diverse rughitte di saucco. Poi i componenti della famiglia cominciarono a parlare piano, aspettando che il respiro del demonio si facesse più accurzo.
“I panni ritirati?”
“Emmo.”
“Cosa è rimasto di bianco nel cortile?”
“Nulla”.
“E a chi toccherà?”
“Sarà ai Fulanesu”.
“Oppure ai Ferralzi, anche a loro è venuto un segno”.
“E itte?”
“Un’ istria sul fumaiolo”.

Passarono la notte così, cercando di rassicurarsi l’uno con l’altro.
L’àlino, intanto, era sempre più vicino  e incuteva sempre più paura. Ma quando sembrava ad un passo, intorno alla mezzanotte, d’improvviso cessò.
Ora si sentiva solo la tonca, più forte, sgradevole come il suono di un’incudine manna.
Il pericolo era passato, la morte aveva seberato un’altra famiglia.
Durò pochi istanti quel sollievo. Il vecchio, che per tutto il tempo aveva tenuto la testa bascia, raccolto in un precadorio, sollevò lo sguardò e si accorse che Lucaria non era presente.
“Vai a giammarla” disse al genero.
Il ballaloi, a malagana, si alzò e si diresse verso il loro apposento.
Appena entrato nella stanza urlò solo una parola, due volte: “Macca, macca!”
Lucaria, infusta da un traino di rosso, era riversa sul pavimento. La testa reclinata da un lato, con un boido nella faccia. Nella mano stringeva qualcosa.   Sembrava il cuore di un gatto.
 

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11 Risposte to “”

  1. caro mi dai il tuo numero di cell?
    devo chiederti una cosa seria di lavoro,e sei l’unico che puo’ darmi una mano.

    la mia mail e’ lc.dev@tiscali.it

    Grazie

    Pollock

  2. triana said

    Mìììì, se è trucida questa…. ma tutte le parole istrùgase sono sarde o efficaci creazioni linguistiche d Bobboti? Mi piacerebbe quasi di più la seconda che ho detto (malagana è come il siculo, ah?)

  3. marosit said

    …perché Camilleri ci fa un baffo ci fa. mica ci fa sentire il muido, iddu…
    🙂

  4. Bobboti, ma che bello il tuo e-book su Ora Sesta: vorrei che tutti lo vedessero e lo sfogliassero.

  5. Questo è una delizia. Macca, macca mi diceva sempre un amico. Per scherzo s’intende. Anche io sarei curiosa di sapere se tutte le parole sono sarde o un’invenzione di sonorità. Che a me pare un po’ così.

  6. <p>&nbsp;</p>
    <p>&nbsp;</p>
    <p>OraSesta&nbsp;&nbsp;&nbsp; <a target="_blank" href="http://orasesta.splinder.com/">orasesta.splinder.com/</a></p>

  7. <p>&nbsp;</p>
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  8. come si può notare non so ancora fare bene i link e mi vergogno….
    sorry

  9. Ho letto il primo racconto del mare.
    Ho sentito il suo odore,
    l’odore dei chicchi di riso di Mari Ermi,
    dei legni delle barche di Bosa,
    dell’acqua di Cabras
    del mirto di Arbatax,
    del sughero delle Sette Fuentes,
    dei Nuraghe di Barumini,
    del torrone di Senorbì,
    della torre di Barisardo,
    del miele del Gennargentu…
    e non voglio parlare dei colori e del vento…
    Una forte nostalgia mi ha invasa lasciandomi senza parole.

  10. ho avuto un brivido di paura, anche se (pure io, come Lucaria) sono un poco strambeca. anzi, forse proprio per questo… (se strambeca significa ciò che sembra all’orecchio)

    il linguaggio è stimolante. sto pensando se sia possibile ambientarne uno ‘simile’ anche in altre regioni. ma direi di no. solo nelle isole mi pare adatto

  11. triana said

    Bella bella la tua raccolta su ora sesta! Sgnapis ci ha colto proprio, eh, la sardina d’adozione:))

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