febbraio 23, 2010

Volete giocare? Ecco un altro bel gioco.

febbraio 12, 2010

Nasce da qui, da una breve microcenturia di Marosit.
Microcenturie è un bel posto.

Un giorno, quando arrivò il bel tempo, il Re degli scienziati mandò per ogni cantone i suoi emissari con il compito di raccogliere la decima dei cuori.
Andrea Corman, considerato il mandatario più esperto nella riscossione di quel prezioso tributo, fu inviato alla contea di Ramiòs, nella costa occidentale del Regno. Giunto di buon mattino con una delegazione al seguito, Corman radunò alcuni collaboratori del posto e, al grido “Ogni decima della terra appartiene al Re!", diede il via alle operazioni.
Ci vollero diverse ore per radunarli e contarli tutti, quell’anno la contea aveva incrementato in gran numero la quantità dei cuori: erano trecentoventi, tredici in più rispetto all’anno prima.
Furono disposti sopra un tavolo lungo trenta metri, ognuno col suo numero. Il Capo emissario, dopo aver fatto un’attenta spunta del conteggio, con uno squillo di tromba ordinò loro di battere come sapevano e come potevano e gli auscultatori e i contabili si misero subito al lavoro. Con grande perizia fecero calcoli e misurazioni, stime e contro stime, analisi fonetiche e valutazioni. Poi, non prima di aver ricontrollato i calcoli, il funzionario incaricato stilò il verbale.
La media era quella giusta, sessanta battiti al minuto. La chiamavano normalità.
Un caso di bradicardia, di un cuore appartenente a un grimpeur, era stato compensato dal numero 92, un cuore che presentava una lieve accelerazione del battito a causa del largo consumo di caffè.
L’incaricato appose un timbro sul referto e, con palese soddisfazione, lo consegnò al Capo emissario: “Possiamo spedire al Re trentadue cuori, anche questa volta abbiamo agito bene”.
“Molto bene, direi”, aggiunse Corman, “ il Sovrano ne sarà orgoglioso”.
Mentre diceva così, con un sorriso tronfio stampato sulla faccia, Corman fece per arrotolare la pergamena che gli era stata consegnata. Ma, proprio mentre dava l’ordine di scaldare la ceralacca, si accorse che in calce al foglio c’era una piccola nota.
“Cosa significa?” urlò.
I tecnici accorsero per tranquillizzarlo. “Niente di speciale” si affrettò a dire l’auscultatore, “il 34 presenta una particolare aritmia… tuttavia anche lui rientra nei parametri previsti dalla legge”.
Un contabile aggiunse: “È così. Anche se ogni tanto si ferma, recupera i colpi persi con delle accelerazioni improvvise e il conteggio finale risulta sempre di sessantadue battiti, in linea con la media”.
“È un’anomalia” urlò, infuriato, il Capo emissario “voglio vederci chiaro, approfondite i controlli”.
Immediatamente, pur con qualche mugugno, i collaboratori si rimisero al lavoro ma non riuscirono a scoprire nessuna patologia che potesse giustificare lo strano comportamento del cuore 34.
Allora, dopo che il Capo si fu ritirato nella sua magione per riposare, chiamarono Ercovaldo Rion, il cardiopratico.
Era costui un ometto calvo e paffuto che nelle stagioni precedenti aveva risolto qualche oscuro caso di cuore anomalo. Di professione faceva il maniscalco ma all’occorrenza, quando nella contea di Ramiòs si presentava qualche problema legato al motore del corpo umano, era lui che chiamavano per cercare una soluzione.
“Torni con delle spiegazioni plausibili” gli disse il funzionario incaricato, “sarà meglio per lei e per tutti noi”.
L’ometto avvolse il cuore in un panno umido: “Ho bisogno di studiare il caso” disse, “datemi qualche giorno di tempo”.
I giorni che seguirono furono per lui densi di lavoro. Avanzò decine di ipotesi e di congetture, pesò ogni possibile teoria, ma con nessuna di queste riuscì a sviluppare una chiosa degna della sua fama. Finché al quarto giorno, quando ormai stava per arrendersi all’ineluttabile condanna che lo attendeva, trovò la spiegazione.
Passeggiava lungo la spiaggia, immerso nelle sue speculazioni, quando ad un tratto sentì il cuore 34 -che l’ometto portava sempre con sé, nascosto in una sacca – battere un po’ più forte. Poi, dopo due secondi, un rallentamento, seguito subito dopo da un’altra accelerazione. A quel punto, volendo ascoltare meglio, il cardiopratico si fermò. Si sedette sulla sabbia con lo sguardo rivolto in direzione del mare, proprio mentre il sole stava tramontando. Di nuovo sentì colpi più forti.
Rimasero così per due minuti, l’ometto e il cuore, fermi, in silenzio. Lo studioso allora capì: il 34 seguiva un tempo fino a quel momento sconosciuto, il tempo della risacca. Andava quando arrivava l’onda e poi si fermava, aspettando quella successiva.
Per trovare conferma alle sue osservazioni, l’uomo tirò fuori il cuore dalla sacca. Da un’altra borsa, prese un grosso orologio a corda dotato di un cardiofonometro di precisione.
Appena vide lo strano strumento, il cuore cominciò a saltellare. Poi, con scatti improvvisi, prese ad arrampicarsi sulle lancette, a giocare a nascondino, a rotolarsi sulla sabbia. E a ridere. Rideva come un bambino, fino alle lacrime.

Il giorno appresso l’ometto si mise elegante e si recò di nascosto dal funzionario incaricato.
“Mi spiace dirlo, ma è un cuore non omologabile” riferì, compunto.
“Non è possibile”.
“Non ho più dubbi, è ancora affetto dal morbo dell’emozione”.
“Non è possibile, abbiamo fatto di tutto per estirparlo”.
“Questo ha resistito, non vi resta che eliminarlo”.
Il funzionario convocò due becchini: “Sotterratelo. Presto, prima che il Capo emissario ne venga a conoscenza”.
“Per fare prima potete seppellirlo nella spiaggia”, disse Ercovaldo Rion, “è qui vicino, e fare una buca abbastanza profonda sarà un gioco da ragazzi”.
Mentre dava quel suggerimento, l’ometto sentì qualcosa di strano. Gli sembrò che il suo cuore, per un momento, avesse cominciato a battere più svelto.
Per distrarsi dalla sensazione, dopo che i becchini furono andati via, si rivolse di nuovo al funzionario: “Dovrete rifare il conteggio, ora alla decima del raccolto manca 0,1”.
“Taglieremo un pezzo al cuore del ciclista” rispose il funzionario.
Il cardiopatico si avvicinò alla finestra. Guardò fuori, oltre gli alberi del giardino. Il sole riverberava sul mare piatto.

febbraio 5, 2010

“Ti sembra questa l’ora di tornare?”
“Se in questa casa non sono gradito, posso anche andarmene per sempre”.
“Buffone, buffone”.
Come avevo previsto mia madre era sveglia. Sfaccendava in cucina, in un fracasso di stoviglie che trapanava il cervello. Pertanto non mi fermai neanche a farmi un caffè, non avevo nessuna intenzione di continuare quella discussione pietosa.
“Almeno cambiati quei pantaloni!” mi urlò, mentre me la svignavo nella mia camera.
In effetti i jeans era proprio zozzi, ma erano gli unici che mi piacessero, gli unici che mi davano una certa sicurezza. Non le risposi. Mi chiusi a chiave e mi stesi sul letto, senza spogliarmi. Tanto non volevo dormire, avevo la fissa che dovevo scrivere una lettera d’amore e prima o poi le parole giuste sarebbero arrivate. Da quella posizione, con tre cuscini sotto la testa, potevo guardare attraverso la finestra l’albero del giardino. Mi concentrai sui rami scheletrici e li pregai di darmi l’ispirazione. L’immagine del fiato che si condensa e dell’erba stecchita non mi piacevano più e poi non erano cose da mettere in una lettera, lei avrebbe potuto pensare che mi stavo rammollendo.
Scartai anche l’immagine della luna patata e continuai a fissare i rami. L’unica cosa che mi rimandavano era un ricordo di lei che mi faceva il solletico sotto i piedi e un campo di carciofi nella piana del Campidano. Niente, non mi veniva niente, forse l’unica soluzione era chiamare Polanca.
Mentre ragionavo su questa possibilità, la mamma bussò alla porta: “Vuoi il caffellatte?”
“No, ho già fatto colazione”.
“Ti stai toccando?”
“Mamma ho trent’anni!”
“Ci si tocca anche a cinquanta, voi uomini non smettete mai di toccarvi, e tu non sei certo meglio di tuo padre”.
Aspettai che trascinasse le sue stupide ciabatte fino alla cucina, poi afferrai il telefono e chiamai Polanca. Non mi ripose subito e allora gli mandai un messaggio: E’ urgente, l’amore è una patata, dobbiamo parlare.
Quando più tardi richiamò, esordì dicendomi che avevo ragione in fatto di ortaggi. “E’ così”, mi disse, “ finalmente hai capito quello che devi fare”.
“Polà, io non ho capito proprio una mazza, ti sto chiamando per chiederti aiuto”.
“Veramente ti ho chiamato io”.
“Tu hai solo richiamato”.
“Va bene, qual è il problema?”
“Devo scrivere una lettera d’amore e non mi vengono le parole”.
“Una lettera d’amore? A chi?”
“A lei, non riesco a levarmela dalla testa, mi compare ogni trenta secondi. E stanotte mi sono pure ubriacato dopo aver guardato la luna”.
“Sei una mezza calzetta”.
“Non ci posso far nulla, mi sovrasta la nostalgia”.
Polanca per un po’ rimase zitto come una lumaca. Poi, con decisione, quasi avesse trovato la soluzione a tutti i miei problemi, mi disse: “Scrivi distrattamente”.
“Mi vengono cazzate anche se mi concentro, figurati se mi metto a pensare ad altro”.
“Ma no, intendevo la parola distrattamente. Scrivi distrattamente e basta. Poi gliela spedisci”.
“Ma che senso ha?”
“Se lei conosce la canzone napoletana, capirà. Se non capirà, è meglio che tu te la dimentichi”.

Polanca ha sempre la soluzione. Confortato, mi sono messo a cantare. Piano, non volevo farmi sentire da mia madre.

febbraio 4, 2010


Mi ero ingozzato a tal punto che non riuscivo ad alzarmi. Quelle maledette patate si stavano comportando come una carogna di pecora nello stomaco di un grifone. Non che io dovessi volare, dopo che lei mi aveva lasciato c’era poco da volare, ma sentivo la zavorra che mi ancorava alla sedia.
In più, al tipo che mi aveva invitato nella sua cantina, gli era venuta la sbronza triste. Continuava a ripetere che la vita è uno schifo e che l’unica donna onesta sulla faccia della terra era sua madre. Poi, come se stesse per chiedere un favore, invocava il perdono dei santi Cosimo e Damiano. Non ne potevo più di quella lagna depressa impastata di vino. Per tutto il tempo aveva parlato solo lui, io ero riuscito a vincere solo una breve discussione quando avevo detto che anche un rigore non dato alla tua squadra può farti odiare il mondo.
A un certo punto cominciai a guardarlo con un tale disgusto che mi imposi di alzarmi per andarmene. Mi appoggiai al caminetto e con un po’ di sforzo mi misi in piedi.
“Ancora un bicchiere, abbiamo ancora tante cose da raccontarci”, mi disse, strascicando l’ultima parola.
Gli inventai la scusa che dovevo andare a lavorare.
“Grazie di tutto, sei una persona che merita di più… le patate erano davvero squisite”.

Fuori c’era la luce dell’alba che cominciava a rischiarare il pezzo di cielo dietro il monte Farasi. La luna non c’era più, la cercai in tutte le direzioni e arrivai a concludere che pazienza, era tramontata.
Faceva ancora un freddo becco.Per arrivare a casa dovevo fare un paio di chilometri e con quel carico di patata in pancia non potevo certo mettermi a correre. Così me la presi con calma, camminando piano e massaggiandomi ogni tanto all’altezza degli addominali per non farmi venire una congestione. Poi, visto che non avevo altre soluzioni, presi il lato positivo della cosa: quando arrivo, la sbornia mi sarà passata e mia madre, che sarà già sveglia, non mi vedrà in questo stato. Un altro aspetto utile era che potevo osservare per bene la città senza che nessun fesso potesse distrarmi.
A parte l’alba, c’erano un sacco di belle robe da vedere. Nel prato di Piazza Garibaldi, per esempio, osservai l’erba. Era lattiginosa e irrigidita dal ghiaccio, sembrava morta. Eppure, pensai, fra poco si risveglia e ridiventa l’erba di sempre, verde e morbida. La paragonai a me.
Più avanti vidi una pozzanghera gelata che luccicava come uno specchio, ma in quel caso preferii pensare che sarebbe rimasta sempre così.
Lei mi tornò in testa almeno quattro volte. In una di queste, all’altezza di Via Eleonora d’Arborea, considerai l’idea di scriverle una lettera. Potevo raccontarle dell’erba bianca che si rianima. O di come sia strano vedere il  respiro che ti precede nella strada.
Quando arrivai a casa, però, mi resi subito conto che di lettere non ne sapevo più scrivere.

febbraio 2, 2010

Come se niente fosse, camminavo da due ore. Ma mica nel parco o, che so io, in una bella spiaggia con la risacca che ti culla dentro e tutto quanto. No, camminavo nelle strade piene di freddo, dalle parti della zona industriale. Faceva un freddo tale che sentivo il gelo punzecchiarmi dappertutto, sotto i vestiti, come se volesse fare l’amore con me in modo strano. E anche se cercavo di dirgli di no in tutte le maniere, lui continuava a farmi le proposte più oscene.
Oltre a questi aghi di ghiaccio petulanti, sentivo anche un po’ di fame mista a infelicità che ogni tanto mi stringeva nello stomaco.
Allora, non sapendo cosa fare, mi sono fermato e ho guardato il cielo. C’era una luna bianca, sola come me.
Da lì in poi è stato naturale che io mi sia sentito un poeta sconsolato. Così ho subito chiesto alla luna che cosa faceva, anche lei tutta sola, silenziosa e compagnia bella, in quella notte indisponente. E lo chiedevo alla luna più che altro per chiederlo a me stesso, proprio come fanno i grandi poeti.
Chi poteva mai immaginare che a quell’ora, lì, vicino alla campagna, con cinque gradi sotto zero, poteva esserci qualcuno?
Invece sento il rumore di un finestrino che si abbassa. Dalla macchina posteggiata sul ciglio della strada, si affaccia un tipo e mi chiede se ho bisogno di qualcosa.
“Dell’amore” gli rispondo, riprendendomi dallo spavento.
“Vieni con me”, mi dice.
Non ho pensato che potesse essere uno pericoloso, aveva una faccia simpatica. E poi non avevo niente da perdere.
“Sali in macchina”, mi fa.
Parte, facendo fischiare un po’ le gomme.
Per due minuti non parliamo. Poi mi dice che anche lui era andato a finire laggiù per guardare la luna.
“Ti ha lasciato?” gli chiedo.
“Come un sacco di patate”.
“Per me è lo stesso”.
Per il resto del viaggio penso ai sacchi di patate, mi chiedo come vengano lasciati. Forse al buio, al freddo, in modo che le patate non germoglino.
“A proposito di patate…ti andrebbero delle patate arrosto e un bicchiere di vino?” mi chiede il tipo, mentre cerca un posteggio.
“Mi sembra una buona idea!”
Dopo un po’ siamo davanti a un caminetto, in una cantina del centro storico, a sbucciare patate che il tipo aveva lasciato a cuocere sotto la cenere calda. Il vino è di quelli speciali.

Non sono mai stato così male.
Eppure deve esserci una via di salvezza. Un altro amore. Non esiste un altro amore.
Per fortuna nessuno dei due dice chiodo scaccia chiodo.
Però penso lo stesso a come si rincoglioniscono i maschi quando vengono abbandonati da una donna. Penso anche che siano rincoglioniti già da prima.
Dopo aver sbucciato una patata un po’ più piccola e più rotonda delle altre, ci disegno sopra due occhi e una bocca all’ingiù.

“Sono io”
“No, è la luna”.
“Salute”
“Salute”.