febbraio 4, 2010


Mi ero ingozzato a tal punto che non riuscivo ad alzarmi. Quelle maledette patate si stavano comportando come una carogna di pecora nello stomaco di un grifone. Non che io dovessi volare, dopo che lei mi aveva lasciato c’era poco da volare, ma sentivo la zavorra che mi ancorava alla sedia.
In più, al tipo che mi aveva invitato nella sua cantina, gli era venuta la sbronza triste. Continuava a ripetere che la vita è uno schifo e che l’unica donna onesta sulla faccia della terra era sua madre. Poi, come se stesse per chiedere un favore, invocava il perdono dei santi Cosimo e Damiano. Non ne potevo più di quella lagna depressa impastata di vino. Per tutto il tempo aveva parlato solo lui, io ero riuscito a vincere solo una breve discussione quando avevo detto che anche un rigore non dato alla tua squadra può farti odiare il mondo.
A un certo punto cominciai a guardarlo con un tale disgusto che mi imposi di alzarmi per andarmene. Mi appoggiai al caminetto e con un po’ di sforzo mi misi in piedi.
“Ancora un bicchiere, abbiamo ancora tante cose da raccontarci”, mi disse, strascicando l’ultima parola.
Gli inventai la scusa che dovevo andare a lavorare.
“Grazie di tutto, sei una persona che merita di più… le patate erano davvero squisite”.

Fuori c’era la luce dell’alba che cominciava a rischiarare il pezzo di cielo dietro il monte Farasi. La luna non c’era più, la cercai in tutte le direzioni e arrivai a concludere che pazienza, era tramontata.
Faceva ancora un freddo becco.Per arrivare a casa dovevo fare un paio di chilometri e con quel carico di patata in pancia non potevo certo mettermi a correre. Così me la presi con calma, camminando piano e massaggiandomi ogni tanto all’altezza degli addominali per non farmi venire una congestione. Poi, visto che non avevo altre soluzioni, presi il lato positivo della cosa: quando arrivo, la sbornia mi sarà passata e mia madre, che sarà già sveglia, non mi vedrà in questo stato. Un altro aspetto utile era che potevo osservare per bene la città senza che nessun fesso potesse distrarmi.
A parte l’alba, c’erano un sacco di belle robe da vedere. Nel prato di Piazza Garibaldi, per esempio, osservai l’erba. Era lattiginosa e irrigidita dal ghiaccio, sembrava morta. Eppure, pensai, fra poco si risveglia e ridiventa l’erba di sempre, verde e morbida. La paragonai a me.
Più avanti vidi una pozzanghera gelata che luccicava come uno specchio, ma in quel caso preferii pensare che sarebbe rimasta sempre così.
Lei mi tornò in testa almeno quattro volte. In una di queste, all’altezza di Via Eleonora d’Arborea, considerai l’idea di scriverle una lettera. Potevo raccontarle dell’erba bianca che si rianima. O di come sia strano vedere il  respiro che ti precede nella strada.
Quando arrivai a casa, però, mi resi subito conto che di lettere non ne sapevo più scrivere.

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Una Risposta to “”

  1. marosit said

    (…ma che strano. si parlava di patate ma il finale ci ha tolto il riso…)

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