febbraio 5, 2010

“Ti sembra questa l’ora di tornare?”
“Se in questa casa non sono gradito, posso anche andarmene per sempre”.
“Buffone, buffone”.
Come avevo previsto mia madre era sveglia. Sfaccendava in cucina, in un fracasso di stoviglie che trapanava il cervello. Pertanto non mi fermai neanche a farmi un caffè, non avevo nessuna intenzione di continuare quella discussione pietosa.
“Almeno cambiati quei pantaloni!” mi urlò, mentre me la svignavo nella mia camera.
In effetti i jeans era proprio zozzi, ma erano gli unici che mi piacessero, gli unici che mi davano una certa sicurezza. Non le risposi. Mi chiusi a chiave e mi stesi sul letto, senza spogliarmi. Tanto non volevo dormire, avevo la fissa che dovevo scrivere una lettera d’amore e prima o poi le parole giuste sarebbero arrivate. Da quella posizione, con tre cuscini sotto la testa, potevo guardare attraverso la finestra l’albero del giardino. Mi concentrai sui rami scheletrici e li pregai di darmi l’ispirazione. L’immagine del fiato che si condensa e dell’erba stecchita non mi piacevano più e poi non erano cose da mettere in una lettera, lei avrebbe potuto pensare che mi stavo rammollendo.
Scartai anche l’immagine della luna patata e continuai a fissare i rami. L’unica cosa che mi rimandavano era un ricordo di lei che mi faceva il solletico sotto i piedi e un campo di carciofi nella piana del Campidano. Niente, non mi veniva niente, forse l’unica soluzione era chiamare Polanca.
Mentre ragionavo su questa possibilità, la mamma bussò alla porta: “Vuoi il caffellatte?”
“No, ho già fatto colazione”.
“Ti stai toccando?”
“Mamma ho trent’anni!”
“Ci si tocca anche a cinquanta, voi uomini non smettete mai di toccarvi, e tu non sei certo meglio di tuo padre”.
Aspettai che trascinasse le sue stupide ciabatte fino alla cucina, poi afferrai il telefono e chiamai Polanca. Non mi ripose subito e allora gli mandai un messaggio: E’ urgente, l’amore è una patata, dobbiamo parlare.
Quando più tardi richiamò, esordì dicendomi che avevo ragione in fatto di ortaggi. “E’ così”, mi disse, “ finalmente hai capito quello che devi fare”.
“Polà, io non ho capito proprio una mazza, ti sto chiamando per chiederti aiuto”.
“Veramente ti ho chiamato io”.
“Tu hai solo richiamato”.
“Va bene, qual è il problema?”
“Devo scrivere una lettera d’amore e non mi vengono le parole”.
“Una lettera d’amore? A chi?”
“A lei, non riesco a levarmela dalla testa, mi compare ogni trenta secondi. E stanotte mi sono pure ubriacato dopo aver guardato la luna”.
“Sei una mezza calzetta”.
“Non ci posso far nulla, mi sovrasta la nostalgia”.
Polanca per un po’ rimase zitto come una lumaca. Poi, con decisione, quasi avesse trovato la soluzione a tutti i miei problemi, mi disse: “Scrivi distrattamente”.
“Mi vengono cazzate anche se mi concentro, figurati se mi metto a pensare ad altro”.
“Ma no, intendevo la parola distrattamente. Scrivi distrattamente e basta. Poi gliela spedisci”.
“Ma che senso ha?”
“Se lei conosce la canzone napoletana, capirà. Se non capirà, è meglio che tu te la dimentichi”.

Polanca ha sempre la soluzione. Confortato, mi sono messo a cantare. Piano, non volevo farmi sentire da mia madre.

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6 Risposte to “”

  1. utente anonimo said

    Eh, eh. La trilogia della patata. Altro che Rocco e le sue patatine.

  2. utente anonimo said

    Oggi non ho voglia di patate
    ogni sfizio non c’e’ piu’, ogni sfizio non c’e’ piu’…
    tanto per gradire, qualche briciola,
    ma lo sfizio non c’e’ piu’, ma lo sfizio non c’e’ piu’…
    Mangiar dovresti, ammazza ‘stu penziere,
    carne arrosto e caribu’, carne
    arrosto e caribu’…
    Va’ bbuono nu bicchiere ‘e vino niro?…
    E’ per non penzarci cchiu’, e’ per non penzarci cchiu’…
    Ma si t’a vo’ scurda’, a ‘mmar jettate,
    libero pensatore, lassa ffa’..
    Quell’odalisca tua, sorrisi e frottole
    Miezz’e damaschi e sete, lassa sta’…
    nuotando rapido con occhio critico
    guardala suspira’ questa citta’
    senno’ c’arritruvamme a’ capo e’ddodici:
    nun te la sai scurda’, nun te la scuorde cchiu’
    nun te la sai scurda’, nun te la scuorde cchiu’…
    Chilla tiene e’ sguarde trasugnate
    Fa l’indiana, o su per giu’
    Fa l’indiana, o su per giu’
    A niente piennza, e cio’ e ineducato,
    non e’ indizio di virtu’
    non e’ indizio di virtu’
    potremmo definirla un smargiassa,
    si’, ma tientelo per te
    si’, ma tientelo per te
    ma forse e’ appropriato dire catastrofe,
    giusto, giusto, sient’ amme
    giusto, giusto, sient’ amme…

    Giocando a bridge ti vedo errante…
    distrattamente ti muovi tu…
    neh, si t’a vo’ scurda’ "parole e’mmusica"
    a’ mmare jettate, nunne parlamme cchiu’
    a’ mmare jettate, nunne parlamme cchiu’

    (il solito anonimo)

  3. MariellaT said

    Questa piacerà a Frieda: mela porto.

  4. e.l.e.n.a. said

    polanca è geniale.

    (ah, e comunque io amo, precariamente quanto può esserlo una nuvola,  ganzittu)

  5. utente anonimo said

    noooo, e quanto hai scritto in miassenza, mì.
    ah, e polancO ora mi è noto, eh.
    torno tra qualche tempo e mi leggo tutto tuttissimo, bobbò.
    baciamo le mano.

    petcupva

  6. triana said

    ciao bobbotino. E' sempre un piacere passare e leggere…un tuffo nei vecchi bei tempi, con tanta nostalgia di quando facevo parte della banda! La trilogia della patata è bellissima.! ma diventerà una quadrilogia?

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