febbraio 12, 2010

Nasce da qui, da una breve microcenturia di Marosit.
Microcenturie è un bel posto.

Un giorno, quando arrivò il bel tempo, il Re degli scienziati mandò per ogni cantone i suoi emissari con il compito di raccogliere la decima dei cuori.
Andrea Corman, considerato il mandatario più esperto nella riscossione di quel prezioso tributo, fu inviato alla contea di Ramiòs, nella costa occidentale del Regno. Giunto di buon mattino con una delegazione al seguito, Corman radunò alcuni collaboratori del posto e, al grido “Ogni decima della terra appartiene al Re!", diede il via alle operazioni.
Ci vollero diverse ore per radunarli e contarli tutti, quell’anno la contea aveva incrementato in gran numero la quantità dei cuori: erano trecentoventi, tredici in più rispetto all’anno prima.
Furono disposti sopra un tavolo lungo trenta metri, ognuno col suo numero. Il Capo emissario, dopo aver fatto un’attenta spunta del conteggio, con uno squillo di tromba ordinò loro di battere come sapevano e come potevano e gli auscultatori e i contabili si misero subito al lavoro. Con grande perizia fecero calcoli e misurazioni, stime e contro stime, analisi fonetiche e valutazioni. Poi, non prima di aver ricontrollato i calcoli, il funzionario incaricato stilò il verbale.
La media era quella giusta, sessanta battiti al minuto. La chiamavano normalità.
Un caso di bradicardia, di un cuore appartenente a un grimpeur, era stato compensato dal numero 92, un cuore che presentava una lieve accelerazione del battito a causa del largo consumo di caffè.
L’incaricato appose un timbro sul referto e, con palese soddisfazione, lo consegnò al Capo emissario: “Possiamo spedire al Re trentadue cuori, anche questa volta abbiamo agito bene”.
“Molto bene, direi”, aggiunse Corman, “ il Sovrano ne sarà orgoglioso”.
Mentre diceva così, con un sorriso tronfio stampato sulla faccia, Corman fece per arrotolare la pergamena che gli era stata consegnata. Ma, proprio mentre dava l’ordine di scaldare la ceralacca, si accorse che in calce al foglio c’era una piccola nota.
“Cosa significa?” urlò.
I tecnici accorsero per tranquillizzarlo. “Niente di speciale” si affrettò a dire l’auscultatore, “il 34 presenta una particolare aritmia… tuttavia anche lui rientra nei parametri previsti dalla legge”.
Un contabile aggiunse: “È così. Anche se ogni tanto si ferma, recupera i colpi persi con delle accelerazioni improvvise e il conteggio finale risulta sempre di sessantadue battiti, in linea con la media”.
“È un’anomalia” urlò, infuriato, il Capo emissario “voglio vederci chiaro, approfondite i controlli”.
Immediatamente, pur con qualche mugugno, i collaboratori si rimisero al lavoro ma non riuscirono a scoprire nessuna patologia che potesse giustificare lo strano comportamento del cuore 34.
Allora, dopo che il Capo si fu ritirato nella sua magione per riposare, chiamarono Ercovaldo Rion, il cardiopratico.
Era costui un ometto calvo e paffuto che nelle stagioni precedenti aveva risolto qualche oscuro caso di cuore anomalo. Di professione faceva il maniscalco ma all’occorrenza, quando nella contea di Ramiòs si presentava qualche problema legato al motore del corpo umano, era lui che chiamavano per cercare una soluzione.
“Torni con delle spiegazioni plausibili” gli disse il funzionario incaricato, “sarà meglio per lei e per tutti noi”.
L’ometto avvolse il cuore in un panno umido: “Ho bisogno di studiare il caso” disse, “datemi qualche giorno di tempo”.
I giorni che seguirono furono per lui densi di lavoro. Avanzò decine di ipotesi e di congetture, pesò ogni possibile teoria, ma con nessuna di queste riuscì a sviluppare una chiosa degna della sua fama. Finché al quarto giorno, quando ormai stava per arrendersi all’ineluttabile condanna che lo attendeva, trovò la spiegazione.
Passeggiava lungo la spiaggia, immerso nelle sue speculazioni, quando ad un tratto sentì il cuore 34 -che l’ometto portava sempre con sé, nascosto in una sacca – battere un po’ più forte. Poi, dopo due secondi, un rallentamento, seguito subito dopo da un’altra accelerazione. A quel punto, volendo ascoltare meglio, il cardiopratico si fermò. Si sedette sulla sabbia con lo sguardo rivolto in direzione del mare, proprio mentre il sole stava tramontando. Di nuovo sentì colpi più forti.
Rimasero così per due minuti, l’ometto e il cuore, fermi, in silenzio. Lo studioso allora capì: il 34 seguiva un tempo fino a quel momento sconosciuto, il tempo della risacca. Andava quando arrivava l’onda e poi si fermava, aspettando quella successiva.
Per trovare conferma alle sue osservazioni, l’uomo tirò fuori il cuore dalla sacca. Da un’altra borsa, prese un grosso orologio a corda dotato di un cardiofonometro di precisione.
Appena vide lo strano strumento, il cuore cominciò a saltellare. Poi, con scatti improvvisi, prese ad arrampicarsi sulle lancette, a giocare a nascondino, a rotolarsi sulla sabbia. E a ridere. Rideva come un bambino, fino alle lacrime.

Il giorno appresso l’ometto si mise elegante e si recò di nascosto dal funzionario incaricato.
“Mi spiace dirlo, ma è un cuore non omologabile” riferì, compunto.
“Non è possibile”.
“Non ho più dubbi, è ancora affetto dal morbo dell’emozione”.
“Non è possibile, abbiamo fatto di tutto per estirparlo”.
“Questo ha resistito, non vi resta che eliminarlo”.
Il funzionario convocò due becchini: “Sotterratelo. Presto, prima che il Capo emissario ne venga a conoscenza”.
“Per fare prima potete seppellirlo nella spiaggia”, disse Ercovaldo Rion, “è qui vicino, e fare una buca abbastanza profonda sarà un gioco da ragazzi”.
Mentre dava quel suggerimento, l’ometto sentì qualcosa di strano. Gli sembrò che il suo cuore, per un momento, avesse cominciato a battere più svelto.
Per distrarsi dalla sensazione, dopo che i becchini furono andati via, si rivolse di nuovo al funzionario: “Dovrete rifare il conteggio, ora alla decima del raccolto manca 0,1”.
“Taglieremo un pezzo al cuore del ciclista” rispose il funzionario.
Il cardiopatico si avvicinò alla finestra. Guardò fuori, oltre gli alberi del giardino. Il sole riverberava sul mare piatto.

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9 Risposte to “”

  1. marosit said

    Solo tu potevi trasformare quel "coso" in una fiaba magnificamente resistenziale. Alla fine un cuore, almeno uno, si salva.
    E non è cardiopatico, in barba al (freudiano o jungiano?) refuso  🙂
    Grazie Gianni, grazie di cuore.
    t.

  2. marosit said

    [il cardiopratico][..] La contea di Ramiòs si stende stanca alla foce del fiume che trascina in pianura detriti ricordi della montagna lasciata alle spalle, sforzandosi ad ogni curva che l’avvicina alla spiaggia d’arrivo, invisibile quaggiù. L&igrav [..]

  3. marosit said

    [il cardiopratico][..] La contea di Ramiòs si stende stanca alla foce del fiume che trascina in pianura detriti ricordi della montagna lasciata alle spalle, sforzandosi ad ogni curva che l’avvicina alla spiaggia d’arrivo, invisibile quaggiù. L&igrav [..]

  4. Senza said

    Idee e storie fantastiche!

  5. e.l.e.n.a. said

    in alto i cuori, fino a che ci sono e saranno storie così!

  6. zop said

    microcenturie piacerebbe a manganelli… tu anche! 🙂

  7. L’avevo già scritto su Microcenturie: basta un là a Bobboti per diventare un vero "fabbricante" di storie! E un affabulatore perfetto.
    E complimenti per la tua raccolta cosi magistralmente cucita da Marosit!
    Andrò a leggere.

    Elisnelpaese

  8. […] un borgo che si specchia nel mare, viveva Ercovaldo Rion, il cardiopratico, maniscalco di cuori, e questa è la storia del suo ultimo incarico per gli uomini del Re. Share this:TwitterFacebookLike this:LikeBe the first […]

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