luglio 27, 2010

Accadde nel bel mezzo del mattino. Ma onde evitare che qualcuno pensi a un episodio sul tram antipomeridiano o, peggio ancora, alla lucente autoblù del direttore di un giornale, sarebbe meglio dire che accadde intorno alle nove e trequarti.
Un passante (e qui il lettore non deve pensare a un pedone qualsiasi, un anonimo pellegrino privo di senso tragico, ma a un uomo che con la sua andatura riempie tutta la scena in una via della città) andava tutto solo, immerso nei suoi pensieri. Sì, perché nei pensieri, che ci crediate o no, ci si può anche immergere e qualche volta, quando sono pensieri molto tristi, ci si può anche bagnare. Di lacrime, per essere chiari.
E infatti il passante piangeva. E le sue lacrime erano classiche: lagrime, per la precisione, di quelle che quando non le trattieni diventano gocciole e a un certo punto sembra che piova sui nostri volti silvani. Anche sulle tamerici, se proprio lo vogliamo dire.
Oscar Dabbagno, così si chiamava lo sconosciuto viandante, quella mattina gocciolava. Un singulto dietro l’altro, il corpo scosso da un fremito continuo, l’ andatura lenta e irregolare, si dirigeva verso la stazione dei treni.
Non aveva incontrato ancora nessuno. Forse perché quel giorno faceva freddo ed era sconveniente uscire, o forse perché era domenica e mancava poco alla messa delle dieci, le strade erano deserte. Oscar, dal canto suo, avrebbe anche lui fatto volentieri a meno di quella triste passeggiata. Anzi, la faceva tanto di malavoglia e con tale amarezza che ogni passo accendeva il suo irrefrenabile pianto.

“Perché?” gridò in quel momento il commendator Chiosini, da un angolo di via Marchionni. Allungò anche un braccio, il vecchio cummenda, tenendo la mano bene aperta, come se volesse prolungare la gittata della sua voce e raggiungere con più enfasi le spalle dello sconosciuto.
Oscar Dabbagno fece altri due passi. Poi si voltò e vide l’uomo che gli aveva urlato l’irreparabile domanda. “Irreparabile”, caro lettore, proprio così, dal momento che una volta pronunciata il commendatore non poteva certo rimangiarsela.
“Perché, cosa?” chiese a sua volta, il passante.
“Perché piange così?”
“Così come?”
“Le sembra questa la maniera di lagnarsi?”
“Che, che… che maniera?”

E sarebbero andati avanti così per un bel po’, a interrogarsi l’un l’altro, se a un certo punto il commendatore non avesse detto:
“Lei ingenera un po’ di confusione. Piange in un modo che visto da dietro non si capisce se stia piangendo o ridendo. Ho dovuto seguirla per un bel pezzo di strada, prima di avere una risposta”.
“Io conosco solo questa maniera” rispose il passante dopo una breve esitazione. Lo disse nello stesso istante in cui le ruote di una carrozza presero a stridere sulle pietre del selciato, a pochi metri da lui. E pronunciò quelle parole con una vena di maggiore tristezza, con una rassegnazione che gli fece chinare il capo.
“Come ha detto?”
“È il solo il modo di piangere che conosca” replicò, sollevando lo sguardo e la voce, “non sono sicuro che ne esistano altri e se anche ci fossero per me è troppo tardi”.
“Certo che esistono!” esclamò il cummenda, avendo ormai raggiunto lo sconosciuto, “ci sono dei modi più chiari, sicuramente più moderni e soprattutto meno melodrammatici. È brutto, molto brutto che lei continui a far sussultar le spalle curve all’impeto dei singhiozzi.
A quelle parole, Oscar Dabbagno si coprì il volto con le mani e ricominciò a fare quel che il commendatore gli aveva appena raccomandato di evitare.
“La prego, non faccia così” disse allora il vecchio, appoggiando una mano consolatoria sulla spalla dello sconosciuto, “vedrà che col tempo e l’esperienza anche lei acquisirà un modo via via nuovo e originale”.
“No, io non potrò. Sto raggiungendo la stazione, parto. E nessuno mi vedrà più, nessuno si occuperà più di me”.
“Non dica corbellerie, tutti abbiamo qualcuno che presto o tardi si imbatte nel nostro dolore. La vita è lunga e le persone che incrociano la nostra via possono essere tante. Tante come le onde che incontra il marinaio, come i fiori sui quali l’ape si posa…”
Gli sembrava, al commendatore, di dover usare il linguaggio più lenitivo per la sofferenza dell’altro. Per questo aveva cominciato a parlare più lentamente, scegliendo le parole e dando alla sua voce un’espressione del tutto calma e rassicurante.
“Ma io devo andare, e non c’è più ritorno” disse, risoluto, il passante, asciugandosi l’ultima lagrima.
“Pensi bene a quello che sta per fare, ritorni sulle sue decisioni”, insistette il vecchio.
“No, non sono io a decidere, la mia volontà non conta nulla”.
Il cummenda, allora, guardò l’uomo aggrottando le sopracciglia: “Cosa mi vuole dire?”
“È il mio creatore che ha deciso così. Sono venuto male, secondo lui. Proprio a causa di questo mio modo di piangere. Continuava a dire che non lo convinceva. Le spalle che vibrano, più di ogni altra cosa, gli sembravano espressione stantia. Seguitava a ripetere che sapeva di muffa. E così, stamattina, mi ha cacciato: “Via, via di qui, allontanati da me e sparisci per sempre!”. Sbattendo la penna per terra ha pure urlato che lui è uno scrittore moderno, che nessun personaggio, neanche il più appiccicoso, lo avrebbe costretto al ristagno dell’acqua fetida”.
A quel punto fece una pausa, guardando per terra, come se volesse concentrarsi per la battuta finale. Poi, di nuovo sollevando lo sguardo, stavolta molto più lentamente, aggiunse: “Così me ne vado. È la mia sorte”. E tacque, guardando negli occhi il vecchio.
Il commendator Chiosini resse lo sguardo dell’uomo per qualche secondo, nel silenzio che si era nuovamente creato nella via. Poi, con un gesto di stizza, portando entrambe le mani in avanti all’altezza del viso, urlò: “Ma vattela a pijà nder culo, va! Eccone n’artro co la sindrome de Pirandello. Ma quanno la smettete de farvi le pippe?”
Continuò a dire altre cose, mentre si allontanava irritato, ma le parole diventarono incomprensibili, poiché il suo disappunto era diventato un mugugno.
Lo sconosciuto aveva già ripreso il suo cammino in direzione della stazione.
Ora, a vederlo da dietro, mentre la sua figura si faceva piccola allo sguardo, non si capiva davvero se stesse ancora piangendo o se stesse invece ridendo, di gusto, per l’incontro casuale.

luglio 14, 2010

Mi è sembrato di sentire un lamento. Dallo schermo del pc, come se il vetro si stesse incrinando. Ho pensato: è il caldo.
Avevo sentito parlare del caldo di luglio che spacca i computer. Allora ho preso il ventilatore e gliel’ho puntato in faccia. Poi ho fatto un’altra doccia fredda, non si sa mai, magari il caldo sta facendo male a me e mi fa sentire cose che non devo sentire.
Niente, quel rumore è rimasto, una specie di gniiiik gniiik, come se dentro ci fosse un animale intrappolato. E’ durato mezz’ora. Alla fine ho capito che era il blog.
“Che hai?”
Non mi ha risposto. Ha messo su un muso, come un’amante gelosa.
Insomma, non ci vuole molto a capire che si sente trascurato. Non gli faccio una coccola da mesi, non un pensiero, neppure una rosa.
Allora ho pensato: che posso fare? Voglia di scrivere manco l’ombra, sono mesi che tutte le volte che ci penso, il pensiero si ferma a metà e mi si appesantiscono le palpebre all’istante. Oppure vedo un’azione del Cagliari al rallentatore.
Tutto quello che sono riuscito a fare è qualche gioco di parole e le stupide note per il face- buco.
Ehi ehi, aspetta un attimo.

– senti, a te piace la poesia giapponese?
– lascia stare.
-cinque, sette, cinque…
Dimmelo in sardo.
– haiku, a ti piaghe sa poesia zapponesa?
– oi, tanka tanka.
-Chimbe,sette, chimbe

-Murra.

Se l’arcivescovo di Napoli si disarcivesconapolizzasse.

Pomigliano: "Il mio è un sì con riserva". Il segretario del Pd pensa che nella parola "riserva" ci sia qualcosa di sinistra.

Colle: ne ho bisogno per attaccare la costituzione.

Caro il mio polpaccio sinistro.
www.repubblica.it/rubriche/lessicoenuvole/2010/06/28/news/silenzio_vuvuzelas-5195840/

Sempre per il polpaccio: sbraang!

La carta stampata, all’alba, parafrasava la sparata padana: “La gara sarà falsata, farsa pagata, Calza da Bafana”. Panzana, gazzarra da pasdaran, grancassa all’alabarda, blablablabla.

Ma basta. Attacca la banda, canta l’amata casacca, canta la panca.
La cagnara da gran zanzara s’abbassa, s’alza.
La massa scalmanata acclama, danza la Waka Waka.
Start.
La palla passa da bar a bar, da casa a casa, da Parma a Marsala. Da Carrara a Mazara, scatta la baldanza: “La Franza a casa, la Spagna da spaccar, tanta strada s’ha da far”.

Ma la banda strapagata par malata.
"Da crac?"
"Ahah, parmalàt".
Blanda, appannata, s’affanna. Annaspa.
Stanca? Appagata? Malfatata?
Sta là, smandrappata , allampanata. Arranca. Sbanda. Casca.
Da casa: “Ma la sacra fama? Ma la tanta grana?”
“Sarà la cassandra padana”.
Dall’altra: “Avanza, allarga, scarta, passa all’ala!”

Alt, basta: patatrac, a casa.
Dramma al bar: “A Cannavà, ma va a zappà, va”.
“ Waka Waka, wakag…”

No, meglio niente, meglio niente. Sto perdendo il senso della realtà mi sta sembrando vero l’assurdo. Tipo che le sorti del governo si decidono a una cena da Vespa, che si sta ricostituendo una pidue che si chiama P3. Allora guardo i titoli del TG1. Uff, meno male, è solo il caldo.

Vado al cinema, lì c’è l’aria condizionata.
www.repubblica.it/rubriche/lessicoenuvole/2010/06/21/news/la_vite_degli_altri-5012102/